Leonard

11 novembre 2016

Leonard Cohen

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Vita silenziosa

22 ottobre 2016

Juan Sánchez Cotán · Bodegón del Cardo · 1603 ca · Museo de Bellas Artes · Granada

Juan Sánchez Cotán  ·  Bodegón del Cardo  ·  1603 ca  ·  Museo de Bellas Artes  ·  Granada

Sul proscenio una luce affilata, la voce severa del buio: i fiamminghi usavano l’espressione vita silenziosa per definire quella che altrove vien detta natura morta. Questa considerazione muove da un diverso sentimento del tempo e da un rapporto abituale col silenzio, dove anche la più flebile voce può essere udita. © Graziano Spinosi
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Gli occhi di Piero

14 ottobre 2016
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Come Prometeo sottrasse il fuoco agli dei per farne dono agli uomini, Piero carpisce uno sguardo divino e lo incarna sui volti delle sue figure, siano angeli o guerrieri, santi o flagellatori. Occhi di porcellana diffondono una fissità che pervade ogni elemento: tutti i corpi perdono peso e temperatura; cronos arresta il suo moto e kairos placa ogni fervore. C’è la luce d’un dio nei paraggi, intangibile eppure palpabile. Gli occhi di Piero hanno visto troppe cose. Morirà cieco
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© Graziano Spinosi

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Anonimo

10 ottobre 2016

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Anonimo · Autoritratto a ventidue anni  · 1740 ca · Tate · London

Si potrebbe immaginare una storia dell’arte attraverso la sola rappresentazione del cielo nei secoli. O degli alberi: quieti nel Quattrocento e agitati dalla tramontana in epoca romantica. Benché lungamente costretti alla raffigurazione dei santi e delle loro bravate, gli artisti, attraverso le opere, lasciano traccia del loro tempo. Se Piero della Francesca avesse dipinto solamente gatti, nei suoi affreschi avremmo rinvenuto lo stesso resoconto sulla divina proporzione. Il modo, dunque, non l’argomento. Negli autoritratti, diversamente, l’identità del corpo è sostanziale, l’opera ne certifica la conformità. Per noi che guardiamo, una domanda, un monito, talvolta una smorfia di dolore. Come se gli autori avessero consegnato ai posteri la nostalgia di un tempo dopo il loro, la supplica di una consolazione perpetua. © Graziano Spinosi

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I cieli di Giotto

8 ottobre 2016
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Un affabulatore Giotto, come Dante. Ambedue hanno scritto in cielo le storie della terra, profetizzando la luce dell’Umanesimo. I secoli e i terremoti hanno corroso il cobalto e dalle crepe dei cieli di Assisi si spande un aroma di muschio: è fragranza di animali, di angeli e demoni alati, di corpi astrali e araldi dispensatori di santità – la santità è un vizio del cielo, scriveva Cioran. E Francesco, il più caparbio tra i santi, del cielo è sostanza. Benché gli affreschi evochino le sue parabole, pare che tutto accada in quel presente, ancora intatto
. © Graziano Spinosi

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Adele

1 ottobre 2016

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Adele | 1 ottobre 1926 · 16 dicembre 2000

Osservai la bambina e finalmente ritrovai mia madre. La luminosità del suo viso, la posizione ingenua delle sue mani, il posto che essa aveva docilmente occupato senza mostrarsi e senza nascondersi, la sua espressione infine, che la distingueva, come il Bene dal Male, dalla bambina isterica, dalla smorfiosetta che gioca all’adulta, tutto ciò formava l’immagine d’una innocenza assoluta ( se si vuole accogliere questa parola nella lettera della sua etimologia, la quale è Io non so nuocere ), tutto ciò aveva trasformato la posa fotografica in quel paradosso insostenibile che lei aveva sostenuto per tutta la vita: l’affermazione di una dolcezza. Su quell’immagine di bambina io vedevo la bontà che aveva formato il suo essere subito e per sempre, senza che l’avesse ereditata da qualcuno; come ha potuto questa bontà scaturire da genitori imperfetti, che l’amarono male, in poche parole: da una famiglia? La sua bontà era per l’appunto fuori gioco, essa non apparteneva ad alcun sistema, o per lo meno si situava al limite di una morale (evangelica, per esempio); non potrei definirla meglio che attraverso questo particolare: in tutta la nostra vita comune, essa non mi fece mai una sola osservazione. Durante la sua malattia, io la curavo, le porgevo la scodella di tè che lei aveva cara perché poteva berci più comodamente che non da una tazza: era diventata la mia figlioletta, era tornata a essere per me la bambina essenziale che essa era sulla sua prima foto. Roland Barthes · La camera chiara

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6 settembre 2016

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Disabitare

25 agosto 2016

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44.063169, 12.443557

C’è una casa che non sta bene. È vecchia, i secoli l’hanno indebolita. Qualche volta si possono udire delle voci che escono dalle fessure dei suoi muri e si disperdono lungo gli angoli delle contrade. Cercano riparo in un’abitazione più sicura, o sottoterra, dentro qualche grotta di tufo. Ma le altre case sono chiuse e le grotte di tufo sigillate da pesanti porte di ferro. Se un terremoto colpisse questa casa, in apparenza abbandonata, nel crollo si estinguerebbe anche l’incorporeo che qui dimora. © Graziano Spinosi

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Eugenio

10 agosto 2016

EUGENIO

Eugenio | 2 settembre 2015 · 8 agosto 2016

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Currenti Calamo | 1

6 agosto 2016

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Chi aspetta lungo la riva del fiume il cadavere del suo nemico, sarebbe bene che  muovesse il culo e si gettasse per salvarlo.
Nell’antico Giappone il nemico si umiliava digiunando.

© Graziano Spinosi


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Dopo

2 agosto 2016

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.Dopo che siamo morti possiamo tornare sulla terra?
E se non ritorniamo, cosa ci siamo venuti a fare?

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Tito Riva
( sette anni )

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