A piombo

21 settembre 2017

GRAZIANO-SPINOSI-SPINOSI-LE-CORBUSIER-SHOES-1994

Graziano Spinosi  ·  Le Corbusier Shoes  ·  Cemento armato ·  Grandezza naturale  · 1994  ·  Collezione privata

(…) ma pochi si arrischiarono nel santuario | Hölderlin

Lev Tolstoj una volta scrisse che il contenuto ideologico di un’opera d’arte risiede nella sua struttura. Osservazione stringata e limpidissima, che rimarca, a mo’ di verdetto, l’intrinseca eloquenza che appartiene ai valori struttivi della creazione artistica. Ecco, sono incline a pensare che tutto questo riguardi molto da vicino l’opera di Graziano Spinosi, vuoi per il chiaro sodalizio di forma e contenuto che da sempre la contraddistingue, vuoi per la precisione, al limite della perentorietà, con cui i motivi, i nessi ideologici, si delineano solo passando per le maglie strutturali e la loro organizzazione compositiva.
La struttura rappresenta il vero punto focale del suo esercizio, offrendosi non tanto come uno schema, come una mera griglia procedurale, ma quale immagine di un preciso modo di pensare e sentire: come l’esatta secrezione di un vissuto – il suo solco psichico, la sua bava o scia.
È una distillazione che si compie per tramite di un basico elemento, così come rilevato da Romani Brizzi in un saggio dedicato al nostro. Un semplice oggetto che si dimostra essere allo stesso tempo strumento, matrice e risultante della sintesi espressiva.
Questo elemento è il filo. E per intenderne con esattezza, in questo ambito, la triplice anima (materica simbolica e pratica) occorre soffermarsi un attimo sulla sua schietta datità.
Che si tratti di una corda, di un tondino di ferro, di esili asticelle di rafia o di rattan, il suo carattere è quello di svolgersi, per cicli e ritorni; di forgiare strutture solo consegnando il gesto a una monotonia superiore, a una cadenza salmodiante – inducendolo a una coazione a ripetere pressoché inesauribile. Lo stesso se prestiamo attenzione allo spettro verbale che gli attiene, dove ci è dato rinvenire azioni che implicano esclusivamente una durata: filare, intrecciare, tessere, annodare… Il sistema in cui si articola è fatto di commessure, interpunzioni e calibrate pausazioni. La cesura gli è estranea.
Tali proprietà non possono che fomentare una sorta di tunnel figurativo; ciascuna spinta esecutiva si interna, si contrae, inseguendo delle invisibili coordinate di occlusione, anche quando l’impressione che se ne riceve è di verticale estensività. Oserei dire che ogni opera di Graziano Spinosi, sia essa pittorica o plastica, tende in modo irreversibile a questa implosione della sua virtualità espansiva, circoscrivendosi in delle zone ad alta densità, in un reticolo di fasci, di forme solidificate e inespugnabili – nella reiterata costruzione di un ermetico, illeso tempio.
Solo in questo limitare, recingere, rilegare – solo attraverso questo far ritorno sempre nel medesimo punto, la struttura filamentosa concede all’esperienza di trascriversi nel linguaggio. E da qui muove quella straordinaria esuberanza di analogie, metafore, somiglianze che i suoi lavori sono in grado di provocare. Ecco i Nidi, o altrimenti arnie, bozzoli, fuchi, crisalidi: sculture conchiuse e ovoidali in cui s’impone senza mezzi termini una dimensione introspettiva, di solitaria genesi, e tuttavia statica, raggelata, come se la processualità metamorfica suggerita da questi involucri avesse subìto una improvvisa, e risolutiva, cristallizzazione.
Così l’installazione Foresta, un circolo cartesiano di alberature dalla foggia conica, di intensa austerità architetturale – una sequenza boschiva che anziché diramarsi si piomba in una impenetrabilità archetipica, ancestrale; o la serie Wire, dove colate di cera e di calcestruzzo vengono tagliate da una linea d’orizzonte, posta lì per isolarvi una impossibile fuga di prospettiva.
Tutto sembra invitare a una mise en abîme della realtà, o meglio, a una sua versione immedesimata: a quella tipica saturazione che si verifica quando lo spazio esteriore si inscrive nel campo dell’intimità e da questo riceve configurazione ultima. L’esito è una sorta di percezione fossile del mondo, dove l’esperienza si indicizza in oggetti che si incuneano nella scena circostante, sottraendosi a qualsiasi contaminazione con essa, rivendicando solo la propria esistenza (e altro segnale di questa sensibilità fossile ci è offerto dai materiali privilegiati dall’artista, la cui texture rimanda in maniera univoca a un codice materico primordiale).
Allo spazio destrutturato del mondo, alla sua insensatezza e alla sua sfrenata caoticità, fanno idealmente da contrappunto queste mute steli, questi arcani visivi, come un miraggio di possibile salvezza. Pochi sono in grado di edificare o di avventurarsi in simili santuari. Pochi sanno riconoscere come la volontà di agire sul limite esterno, sul “di fuori”, si può attuare unicamente praticando il limite interno del rappresentabile. Explicit Blanchot: “si apre soltanto ciò che è chiuso meglio; è trasparente soltanto ciò che appartiene alla più grande opacità”.

Roberta Bertozzi | A piombo | Note sull’opera di Graziano Spinosi | Settembre 2017

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(…) but a few dared into the Sanctuary | Hölderlin

Lev Tolstoy once wrote that the ideological content of a work of art lies in its structure. It’s a concise and crystal clear observation, a final verdict which remarks the intrinsic eloquence that belongs to the structural values ​​of artistic creation. Here, I am inclined to think that all of this is very closely related to Graziano Spinosi’s work, both for the clear cohesion of form and content that has always distinguished it, and for the accuracy, to the limit of peremptoriness; thus themes and ideological connections emerge only by passing through the structural meshes and their compositional organization.
The structure represents the true focal point of his exercise, not so much as a scheme or a mere procedural grid, but as a representation of a precise way of thinking and feeling: as the exact secretion of his experience – his psychic furrow, his slime trail or wake.
It is a distillation which is carried out by means of a basic element, as Romani Brizzi points out in his essay on Spinosi’s work. A simple object that proves to be at the same time instrument, matrix and resultant of expressive synthesis.
This element is the thread. And in order to understand, in this context, its triple soul (material, symbolic and practical) we need to dwell briefly on its forthright givenness.
Whether it’s a rope, an iron rod, a thin raffia or rattan stick, its character is to unfold in cycles and returns, forging structures only by delivering the gesture to a higher monotony, to a psalmodic cadence – leading it to a nearly inexhaustible repetition compulsion. The same is true if we pay attention to the verbal spectrum pertaining thereto, here we can only find actions that involve a time span: spinning, intertwining, weaving, knotting… The system in which it articulates is made of commissures, punctuations and measured pausations. Caesuras are strange to it.
Such properties can only foster a kind of figurative tunnel; each performing thrust sinks, contracts, in the pursuit of invisible occlusion coordinates, even when the impression one receives is of vertical extensivity. I would say that every Graziano Spinosi’s work, whether pictorial or plastic, strives irreversibly for this implosion of its expansive virtuality, circumscribing itself in high density areas, in a bundle of beams, of solidified and impregnable forms – in the reiterated construction of a hermetic and safe temple.
It is only through this limiting, enclosing, rebinding – only by returning to the same point, that the filamentous structure allows experience to transcribe itself into language. And from here it moves, the extraordinary exuberance of analogies, metaphors and resemblances that Graziano Spinosi’s works are able to evoke. Here are the “Nidi, nests, or otherwise beehives, cocoons, drones, chrysalises: ovoid, encircled sculptures in which, without a doubt, the introspective dimension of a solitary genesis prevails, but it is also static and frozen, as if the metamorphic processality suggested by these envelopes had undergone a sudden and resolving crystallization.
Thus, the “Foresta” installation, a Cartesian circle of cone-shaped trees, has an intense architectural austerity – a wooded sequence that, instead of branching out, plumbs to an archetypical ancestral impenetrability. Or the “Wire” series, where wax castings and concrete are cut by a horizon line, placed there to isolate an impossible perspective vanishing line.
Everything seems to invite for a mise en abîme of reality, or rather, for its empathized version: for that typical saturation that occurs when the external space inscribes itself in the field of intimacy and here it receives its ultimate configuration. The outcome is a kind of fossil perception of the world, where experience indexes itself in objects wedged into the surrounding scene, escaping from any contamination with it, claiming only its existence (and another sign of this fossil sensibility is offered to us by the privileged materials of the artist, whose texture uniquely refers to a primordial matteric code).
These mute steles, these visual arcana, as a mirage of possible salvation, ideally counterpoint the deconstructed space of the world, its senselessness and its unbridled chaotic nature . Few can build or venture into such sanctuaries. Few can acknowledge that the will to act on the outer edge, on the “outside”, can only be implemented by practicing the internal limit of what is representable.
Explicit Blanchot: “only what is best closed is opened; only what belongs to the greatest opacity is transparent.”

Roberta Bertozzi | True Plumb | Notes on Graziano Spinosi’s work | 2017

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Cristallino

14 settembre 2017

Da ormai cinque anni Cristallino porta avanti la missione di diffondere le arti visive attraverso una formula innovativa che mette insieme una dimensione nomade, con i diversi appuntamenti presso gli atelier, e una invece stabile, presso i locali della Galleria Corte Zavattini 31. Domenica 17 settembre alle ore 18 ha luogo il secondo appuntamento In-Studio della stagione, che prevede l’incontro con l’artista Graziano Spinosi presso il suo atelier – via San Giovenale 86 Viserba Monte ·  Rimini –, luogo dove la sua arte nasce e si definisce. In vista di quest’occasione, Graziano Spinosi ci parla delle sue diverse esperienze artistiche e del suo concetto di arte.

GRAZIANO-SPINOSI-ATELIER-ESTERNO-FOTO-MAURIZIO-NICOSIA-2016

Graziano Spinosi  ·  Atelier  ·  Foto di Maurizio Nicosia

Come è nata la sua passione per l’arte?

Da bambino costruivo teatrini e piccole automobili con materiali di scarto trovati per strada: legnetti, scatole rotte, fili di ferro ossidato. Trascorrevo intere giornate mettendo insieme questi materiali poveri. Un filo di spago legava le ali di cartone d’un piccolo aereo alla sua fusoliera e l’aereo volava. La mia passione per l’arte è cominciata a bordo di questo aereo di cartone.

Essendo lei sia pittore che scultore, quale criterio usa per decidere di realizzare un’opera in una o nell’altra espressione artistica?

Con Duchamp, più d’un secolo fa, abbiamo preso atto di come la bidimensionalità e la tridimensionalità siano tutt’uno con lo spaziotempo in cui si manifestano. Le risponderei citando il dialetto di una vicina di casa, una vecchina col sorriso sempre fresco sul volto: me, s’ujè i spaghet a drov la furzena; quandujè e brod ai dag se cucièr (se in tavola ci sono gli spaghetti uso la forchetta, quando c’è il brodo uso il cucchiaio).

Da quando ha cominciato a interessarsi ai materiali contemporanei, poveri o di scarto e che cosa trova in loro di interessante dal punto di vista artistico?

Un tempo non si gettava nulla: la miseria aveva imposto regole severe circa la sussistenza. Aver cura per gli oggetti e le piccole cose muoveva dalla consapevolezza della loro fine. Sono figlio di questa generazione. Se un vaso si rompeva veniva riparato con pazienza e la sua vita ricominciava. Una consuetudine simile all’antica arte giapponese del kintsugi, che impreziosiva con polvere d’oro le nervature d’un vaso spezzato, rendendolo unico a causa delle sue cicatrici. Una seconda vita prima della polvere. Nello studio in cui lavoro oggi ci sono gli stessi materiali di quando ero bambino e mi perdo nel gioco anche ora, come allora, pur coi limiti dell’età adulta. Alcuni materiali sono chiacchieroni, altri parlano poco. Un po’ come i gatti, ciascuno col proprio carattere. Il cartone è arido e polveroso, l’acqua lo smembra e il fuoco lo consuma. In questa vulnerabilità consiste la sua bellezza. L’acciaio è nervoso e austero, ma affidabile. Il ferro è remissivo e infaticabile. Il legno emette suoni che somigliano a quelli del pane appena sfornato. Anche l’acqua è un materiale. Come gli alberi, l’aria, una strada. L’orizzonte e la nostra memoria sono materiali.

Come è stata la sua esperienza in teatro e al cinema e quale contributo, secondo lei, l’arte apporta a queste due forme artistiche di intrattenimento?

Uno stordimento continuo dei sentimenti, un tappeto volante. Il cinema e il teatro sono le cause più acute di nostalgia che abbia conosciuto: esperienze liturgiche dove il corpo dell’uomo s’incarna in quello dell’attore in un chiaroscuro stupendo di scena e retroscena. Ma poi si spengono le luci, bisogna traslocare e rimettersi in viaggio di nuovo. Dopo dieci anni di questa esperienza ho preferito la vita pressoché monastica del lavoro in studio. Tutte le espressioni artistiche, da Turner in poi, interagiscono contaminandosi a vicenda. Nei film di Fritz Lang, i personaggi hanno lo sguardo ossessivamente rivolto al cielo come nei dipinti di El Greco. L’Impressionismo viene alla luce attraversando alla svelta la fotografia e la danza moderna è figlia del cinema – i fratelli Lumière sono stati i primi coreografi dell’età contemporanea.

Tema del festival Cristallino di quest’anno è lo spazio. In che modo la sua opera si rapporta a questa tematica?

La mia opera è un tentativo ininterrotto di misurare lo spazio. Accertare il peso d’un corpo, la distanza tra due punti, la velocità e l’intensità della luce o del suono non risponde solamente a regole della fisica. Misurare consente di crescere sperimentando che ciascuno appartiene alla terra al pari di ogni altro essere vivente: gli alberi fanno tesoro d’ogni clima, gli uccelli inseguono il tepore, i pesci una profondità salvifica. Il corpo è un metro infallibile. Misurare è affermare un legame biologico tra sé e il mondo, gli animali, le stelle. Misurare è misurarsi, appartenere.

Il festival Cristallino da sempre cerca di avvicinare il pubblico all’arte contemporanea. Che cosa rappresenta secondo lei questo tipo di arte e che direzione sta prendendo?

L’arte fonda il suo valore nella facoltà di restituire un sentimento del tempo coevo alla sua origine. Se Piero della Francesca avesse dipinto solamente gatti, dai suoi affreschi avremmo avuto lo stesso resoconto sulla divina proporzione. Il modo, dunque, non l’argomento. Il grande pubblico ronza nella tumefazione dell’allegoria, chiede di riconoscere ciò che già conosce, rassicurato dai luoghi comuni della visibilità. È proprio questa, per rispondere alla sua ultima domanda, la direzione dell’arte contemporanea: il luogo comune della visibilità. Dallo splendore delle corti alle penombre della Controriforma, dal sangue delle rivoluzioni alla limpidezza dell’algebra booleana, il diritto alla visibilità è appannaggio di pochi prescelti a fronte di una moltitudine di spettatori. Piaccia o non piaccia, questo scambio controverso e pacifico persiste fino ai primi anni del Duemila, quando la comparsa dei social solleva platee sempre più vaste dal ruolo di fruitore, promuovendo una sterminata rappresentazione del sé. Non più avi né posteri, ora l’autore è il grande pubblico: miliardi di persone operose nella rete di Bilderberg, dove la brutta foto di un bel volto è istantaneamente opera d’arte. Per un pubblico sempre più grande. © Graziano Spinosi

Intervista di Alessandra Darchini pubblicata su Gagarin | Orbite culturali  il 12 settembre 2017

 

Domenica 17 settembre
Cristallino In-Studio con Graziano Spinosi
via San Giovenale 86 | Viserba Monte · Rimini ore 18
info:
cristallino.org

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GRAZIANO-SPINOSI-KOAN-1-2012

Graziano Spinosi  ·  Koan I  ·  Rattan, cera d’api  ·  80 x 60 cm · 2012  ·  Collezione privata  ·  Foto Andrea Scardova

Gentilissimo Amico Graziano, queste le mie domande:

Perché matrice e risultante della tua sintesi espressiva è l’elemento del filo, soprattutto il filo di ferro, con cui realizzi i tuoi ‘nidi’, le tue ‘foreste’, o a cui fai assumere la forma di un bozzolo, di una crisalide?

Perché la distanza che separa due punti è anche il filo che li lega.

Opere che fanno rinvenire azioni, rileva Roberta Bertozzi, che implicano in maniera quasi arcana il tempo di una durata: filare, intrecciare, tessere, annodare…

L’infanzia in Romagna mi ha permesso di appartenere alla cultura contadina: il rapporto empatico con le stagioni e gli animali, i riti del lutto e della festa, le fasi lunari e le superstizioni. Tutto ciò che serviva alla sussistenza quotidiana veniva fabbricato con le mani: filare, intrecciare, tessere, annodare… Ho imparato questa pazienza antica come s’impara un alfabeto. Ho compreso che uno tra i beni più grandi dell’infanzia è la capacità di partecipare a ogni istante. È anche l’insegnamento più autorevole che abbia mai ricevuto.

Perché hai chiamato “Koan’, ovvero nel pensiero Zen, “cantare insieme”, come in un’armonia universale, le tue opere che appaiono come una tessitura di materiali diversi?

La società postindustriale ha trasformato gli esseri umani in consumatori – di beni che soddisfano l’avidità di altri. Bisogna crescere sempre, anche a scapito dei più deboli, come se le risorse del pianeta fossero senza fine. Invece sarebbe ora di smetterla con l’obsolescenza programmata: Morandi seppelliva i suoi pennelli in giardino quando erano consunti. Può sembrare una bizzarria, ma si tratta di un atto d’attenzione verso gli oggetti che accompagnano la nostra esistenza.

E le tue ‘patocche’, a quale cammino vogliono alludere?

Negli anni Novanta ho fabbricato numerose decine di scarpe, tutte in cammino verso coloro che sono stati e continuano a essere i miei maestri. Per dire grazie.

In che maniera il tuo lavoro si trasforma in rapporto diretto con il tuo atelier?

Con gli anni l’atelier può diventare l’opera più consistente: macchie d’ogni colore, attrezzi stanchi o ancora esuberanti, pennelli anziani e spettinati, mura che conservano impronte. Talvolta penso che l’arte non sia che uno sbarramento edificato dall’uomo per contrastare la supremazia del tempo. Anche i vizi hanno la stessa origine religiosa.

Un grazie grandissimo!
Marcello Tosi

Settembre 2017

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Mediterraneo |20

15 agosto 2017

ISOLA-DI-MILOS-VII-2017

Isola di Milos

Dopo l’avvenenza degli Dei, i rasoi delle Banche.

Α | Ω

© Graziano Spinosi

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By The Sea

18 luglio 2017

Anche quest’anno Fano Jazz By The Sea dedica particolare attenzione all’arte contemporanea, gettando un ponte fra arte della visione e arte del suono con l’apposita sezione Arte & Jazz. In occasione della XXV edizione del Festival alle ore 19, all’interno della Rocca Malatestiana, sede dei concerti principali di Fano Jazz by the Sea 2017, aprirà i battenti carboni neri spinosi, tri-personale degli artisti Luigi Carboni, Marco Neri e Graziano Spinosi, allestita su progetto di Michele Alberto Sereni e a cura di Milena Becci.
carboni neri spinosi nasce dall’idea di mettere in dialogo tre artisti, anche docenti all’Accademia di Belle Arti, che si contraddistinguono per poetiche estremamente diverse tra loro e variegate anche nell’utilizzo di media differenti. Luigi Carboni, Marco Neri e Graziano Spinosi occuperanno con le loro opere tre vani accessibili dal cortile interno della Rocca Malatestiana, come a formare una sequenza ritmica che ritroviamo nel titolo della mostra divenuto gioco di parole, più esattamente di nomi, che si incontrano in un contesto ben preciso, pur trovandosi in tre spazi diversi. Le tre porte creano ritmo e musicalità. La cadenza, il tempo e lo spazio, coordinate imprescindibili delle melodie, e i protagonisti della musica, miti indiscussi, si manifestano nelle opere in mostra, ricollegandosi all’evento che le ospita. Si svelano materialmente come una battuta con un tempo di ¾ all’interno della partitura musicale del Festival.
Le tele di Luigi Carboni, appartenenti all’ultima serie realizzata dall’artista, si presentano con un’ampia porzione di bianco che separa l’immagine dal bordo del quadro. La superficie pittorica è animata da forme circolari, geometrie concentriche, vibrazioni sonore che si stratificano tra loro velando le immagini sottostanti: motivi della natura, ritratti di corpi e luoghi coabitano fondendosi in un unico sistema d’archiviazione che tende verso una sorta di grafia criptata dove concetto e ornamento sono indissolubilmente legati. Su queste immagini si aprono fessure lattiginose, fondi di tamburi, cerchi come lenti, fori circolari perfettamente intagliati scompongono e ricompongono le forme, aggredite e mutilate.
Marco Neri presenta il suo ultimo progetto 20 minuti interminabili, letteralmente un dono alle Marche che recentemente son state colpite dal terremoto. Ha riportato su tela gli orari dei 20 minuti interminabili di durata delle scosse avvertite tra Marche e Abruzzo tra il 24 agosto 2016 e il 18 gennaio 2017, fissando il tempo che diventa spazio sul supporto. Una composizione musicale è ritmo, andamento e velocità; qui il tempo si ferma, è interminabile come la scossa che sembra non finire mai creando terrore. In mostra anche il ritratto di Gonjasufi, musicista molto amato da Neri.
Le Shoes di Graziano Spinosi occuperanno la terza ed ultima stanza della Rocca Malatestiana. Le scarpe realizzate dall’artista di due grandi della musica, George Gershwin, compositore, pianista e direttore d’orchestra statunitense, e Wolfgang Amadeus Mozart, compositore austriaco, vengono accostate in mostra a quelle di Diane Arbus, fotografa statunitense di origine russa. Musica e arte si incontrano attraverso tali splendidi manufatti rielaborati secondo la sensibilità di Spinosi e l’evocazione che questi personaggi provocano in lui. La forza del materiale erompe dall’opera, quasi come in un gioco, ricordo dell’infanzia passata a costruire oggetti con materiali di scarto.

La mostra è organizzata da Fano Jazz Network con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Fano e sarà visitabile fino al 30 agosto 2017
Tutti i giorni ore 17-20 – dal 31 luglio al 30 agosto chiusa il lunedì
Ingresso libero

Titolo: carboni neri spinosi
Artisti: Luigi Carboni, Marco Neri, Graziano Spinosi
A cura di: Milena Becci
Un progetto di: Michele Alberto Sereni
Luogo: Rocca Malatestiana, Piazzale Malatesta, Fano (PU)
Opening: 23 luglio 2017, ore 19
Periodo: 23 luglio – 30 agosto 2017
Orari di apertura: tutti i giorni ore 17-20
dal 31 luglio al 30 agosto chiusa il lunedì
Ingresso Libero
Organizzata da: Fano Jazz Network
Con il patrocinio di: Assessorato alla Cultura del Comune di Fano
Info: info@fanojazznetwork.it / 0721 584321 – 329 4969275

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Mattino blu

22 maggio 2017

Nomunium · Mattino blu | Reflection Selfie · 2017 · Instagram | #nomunium

Nomuun Amarsaikhan  ·  Mattino blu  ·  2017  ·  Instagram | #nomunium

L’autoritratto come genere prende vita alla fine del Quattrocento e raggiunge la sua diffusione massima nel Diciannovesimo e Ventesimo secolo. Insieme a Dürer e Mantegna nasce la figura dell’artista intellettuale: dallo splendore delle corti alle penombre della Controriforma, dal sangue delle rivoluzioni alla limpidezza dell’algebra booleana, il diritto alla visibilità è appannaggio di pochi prescelti a fronte di una moltitudine di spettatori. Questo scambio controverso e pacifico permane fino ai primi anni del Duemila, quando la comparsa dei social solleva platee sempre più vaste dal ruolo di fruitore, promuovendo una sterminata rappresentazione del sé. Non più avi né posteri, ora l’autore è il grande pubblico: miliardi di persone  operose nella rete di Bilderberg, dove la brutta foto di un bel volto è istantaneamente opera d’arte. I social network promuovono le palestre come luoghi di culto, erogano amici e identità. E in più consentono a ciascuno di apparire e scomparire, lasciando tracce proprie o di altri: una camera di specchi popolata da eroi liquidi, amazzoni alla toilette in un mattino blu. Selfie! © Graziano Spinosi

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Leonard

11 novembre 2016

Leonard Cohen

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Vita silenziosa

22 ottobre 2016

Juan Sánchez Cotán · Bodegón del Cardo · 1603 ca · Museo de Bellas Artes · Granada

Juan Sánchez Cotán  ·  Bodegón del Cardo  ·  1603 ca  ·  Museo de Bellas Artes  ·  Granada

I fiamminghi usavano l’espressione vita silenziosa per definire quella che altrove vien detta natura morta. Questa considerazione muove da un diverso sentimento del tempo e da un rapporto abituale col silenzio, dove anche la più flebile voce può essere udita. © Graziano Spinosi
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