Maggio

5 maggio 2016

Animali imprudenti, fiori. Il minuzioso volo degli insetti, l'impazienza degli orti e  
Animali imprudenti, fiori. Il minuzioso volo degli insetti, l’impazienza degli orti e
l’
infanzia davanti.

Graziano Spinosi

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Hébhel

31 marzo 2016

TIZIANO VECELLIO CAINO E ABELE 1544

Tiziano Vecellio · Caino e Abele (p) · 1544 · Basilica di Santa Maria della Salute · Venezia

L‘aver ragione è un privilegio che andrebbe impugnato al pari dell’aver torto.

Graziano Spinosi


Abele mio fratello | è una cometa. Obbedisce perfetto | a questa legge d’ignari, forse. | Il suo cuore è di fibra animale. | È una capra mio fratello Abele. | Conosce la gioia di sdraiarsi nel sole. | L’immensa gioia di essere senza pensiero. | Io mi sbatto nella campagna, | semino sudore, parole stanche, cattive. Abele mio ride. Dolcemente. || Io ho avuto soccorso a volte da | una piccola foglia, da un frutto così | ben fatto che dava sollievo a mio | disordine di fondo. Sì sì. || Domani saremo foglie secche. | Niente ci scampa da questo. | La linfa circolerà a fatica – | il pallore dominante | scancellerà tutto il rosa. | Andremo via da qui. | Ognuno in un suo modo, | suo momento suo luogo, una data, un’ora | altri intorno – o soli. | Se lo penso, se davvero | vado dentro questo pensiero senza temerlo, | allora sento la dolcezza del giorno | la meraviglia di essere. | Se lo penso davvero | se davvero sento il congedo | che c’è dentro ogni ora, | questo addio che dicono le cose | consumando. | La vita allora… | Penso che ho solo questa. | È stato bello | pensare, progettare, costruire, sognare | andare perdersi tornare. Quanti verbi | ha il mondo. | Fra le miriadi di pianeti e di stelle | essere proprio qui | nati e vissuti dentro questo cielo | qui, | con i piedi poggiati su un punto | della terra, ora, | con il passato pieno | di tutti i miei errori. Mariangela Gualtieri · da Caino

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Paolo

25 marzo 2016

La mia vita l’ho trascorsa lavorando, ho sempre lavorato, mica possiamo fare come quella dei suoi primi quarant’anni. Sono vecchio, mi piscio sulle scarpe e ancora giro l’Italia cantando. Le canzonette mi hanno sempre salvato. Bambole, balli e sgambetti sono stati la mia fortuna. [..] Nei ricordi del vecchio si confondono le fantasie del passato e quelle dell’avvenire, anche le fisionomie della nostra storia e delle persone si mischiano. Si fanno balzi nel tempo, le immagini della prima giovinezza si sovrappongono. Leggevo tutto quello che trovavo. In casa c’erano molti libri. Scoprii Guerra e pace, resta uno dei miei libri preferiti. Sono state le letture infantili a formarmi. Ho imparato più dalla letteratura che dalla vita. [..] Mi piaceva la Storia dell’arte, il mio professore Roberto Longhi me l’ha fatta amare. Era un uomo mite, parlava senza enfatizzare. Da lui ho imparato moltissimo. Un inverno gli si era rotta la caldaia, lasciò Firenze perché aveva troppo freddo e venne a Roma, ospite di Maria Bellonci. Io ero qui a recitare. A casa si annoiava e ogni giorno passava in teatro a trovarmi. Ero costretto a inventare tutte le sere un frou frou per farlo divertire. Lo vedevo in platea che rideva. Avrà avuto ottant’anni, trascinando i piedi mi raggiungeva in camerino, io stavo lì con le trecce da bambina o la parrucca di qualche regina. Mi vergognavo. Mi vergogno ancora, quando vengono le mie sorelle, mio fratello, gli amici. Non mi voglio far vedere così. Non voglio ricordarmi dove sono nato, da dove arrivo, chi sono all’anagrafe.

Paolo Poli · Sempre fiori mai un fioraio | Ricordi a tavola

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Fuochi

5 marzo 2016

Marzo era il mese dei fuochi

Marzo era il mese dei fuochi. Le sere noi bimbi aspettavamo con frenesia la luna piena, perché si tramandava che, durante la fase di plenilunio, il pozzo abbandonato avrebbe parlato. Rimosso il pesante coperchio, arretravamo. Qualcuno tra i più grandi, facendosi avanti, si sporgeva in punta di piedi, proteso verso il fondo buio. Un silenzio antico, ricevuto dagli avi bambini, premeva sulle nostre tempie. Anche quando solo una folata di vento lo interrompeva, fuggivamo in ogni direzione, certi che il pozzo avesse parlato. Col cuore in gola poi ci fermavamo, nello stesso istante, scambiandoci sguardi sfocati. Nessuno ha mai udito il pozzo parlare, ma ciascuno serba il ricordo di quella voce. Graziano Spinosi

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Umberto

20 febbraio 2016

Può darsi, cari scrittori o scrittrici, che a voi della posterità non importi nulla, ma non credo. Chiunque, anche sedicenne, stili una poesia sul bosco che stormisce, o che sino alla morte tenga un diario, annotasse pure oggi andato dal dentista, spera che i posteri ne facciano tesoro. Che se pure desiderasse l’oblio, oggi l’editoria eccelle nella riscoperta di minori dimenticati, persino quando non abbiano mai scritto un solo rigo. Il postero, si sa, è vorace e di bocca buona. Pur di poter scrivere, qualsiasi scrittura altrui fa brodo. E dunque, o scrittori, dovete guardarvi dall’uso che il postero potrà fare delle vostre scritture. Naturalmente l’ideale sarebbe lasciare in giro solo le cose che in vita avevate deciso di pubblicare, divorando giorno per giorno ogni altra testimonianza, comprese le terze bozze. Ma si sa, gli appunti servono per lavorare, e la morte può arrivare all’improvviso. In tal caso, il primo rischio è che vengano pubblicati inediti dalla lettura dei quali emerga che eravate perfetti idioti, e se ciascuno rilegge gli appunti che ha scritto sul blocchetto il giorno prima, il rischio è fortissimo – anche perché tipico dell’appunto è di essere fuori contesto. […] Le lettere già scritte, specie durante l’adolescenza, sono invece incorreggibili. In questi casi converrebbe rintracciare i destinatari, scrivere una missiva che rievoca con distesa serenità giorni peraltro indimenticabili, e promettere che il ricordo di quei giorni resterà così imperituro che anche dopo la morte dello scrivente i destinatari saranno rivisitati per non lasciare estinguere tanta memoria.

Umberto Eco · Il secondo diario minimo

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La tela

19 febbraio 2016

MARK-ROTHKO-RED-ORANGE-1968

Mark Rothko · Arancio e Rosso · 1968 · Fondazione Beyeler · Basel

Un quadro è l’impronta di un tempo, di uno spazio, di un corpo cui sopravvive.
Una sindone.

Graziano Spinosi

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Piede comune

9 gennaio 2016

Mesure de pedre cuppi et altri lavori · Palazzo dell’Arengo · Rimini

Mesure de pedre cuppi et altri lavori · Palazzo dell’Arengo · Rimini

Accertare il peso d’un corpo, la distanza tra due punti, la velocità e l’intensità della luce o del suono non risponde solamente a norme della fisica. È nel grembo materno che ciascuno comincia a misurare: attraverso il tatto, gli occhi ancora fasciati, i cuccioli esplorano le pareti della nuova casa e la prima geometria. In seguito, a corpo libero misureranno lo spazio circostante, apprendendone insidie e confini. Misurare consente di crescere sperimentando che ciascuno appartiene alla terra al pari di ogni altro essere vivente: gli alberi sorvegliano in silenzio il loro profilo, gli uccelli inseguono il tepore, i pesci una profondità salvifica. Il corpo è un metro infallibile. Misurare è affermare un legame biologico tra sé e il mondo, gli animali, le stelle. Misurare è misurarsi, appartenere. Graziano Spinosi

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Il Ciclope

7 gennaio 2016

Pope

Distinguo molte parole di questa lingua nodosa e superba che ho studiato al liceo. Una fra tutte: pandemonio. Sembra riassumere questo Mediterraneo senza pace, che ci scappa di mano. Il debito greco mi fa ridere, a ripensarci che semplicemente se ne parli. Debito greco! Con quello che l’Europa e il mondo devono alla Grecia! Basterebbe, per capire, pronunciare i quattro nomi del mare partoriti dall’Ellade. Pelagos, inteso come spazio abissale, immenso e aperto. Thalassa, come visione del lampo azzurro per chi, come Senofonte nella sua Anabasi, viene da miglia e miglia di terraferma. E poi Hals, il mare come materia salata, liquido antitetico all’acqua dolce. Pontos, infine: il mare come rotta, traversata, provvidenziale scorciatoia per andare da un luogo all’altro. Paolo Rumiz · Il Ciclope

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