Archive for May, 2010

Ciò che non muta

Thursday, May 27th, 2010

OLAFURA-ELIASSON-THE-WEATHER-PROJECT-2003

Olafur Eliasson · The Weather Project · 2003

Ciò che non muta
io canto
la nuvola la cima il gambo
l’offerta il dono la rovina
apparente d’acqua che tracima
di tempesta e di onde.

Io canto il semplice del grano
e del pane la stessa festa che si tiene
fra le rose a maggio, la corsa
della rondine e il coraggio
dell’animale nella tana
quando gli esce il nato fra le zampe.

E il silenzio fra rami immobili
il mistero della pioggia nel bosco
e altre cose che sempre
si cantarono. Io le canto a voi
vivi con me ora sull’orlo
mentre sferragliano veleno
fra idoli potenti e gracili
nella cospirazione del bene
battagliati fra le catene
d’una dittatura che impera.

Noi non adoreremo le sue merci.
Non piegheremo la schiena
alla sua greppia.

La nuvola piuttosto adoreremo
che è maestra di scorrerie per il cielo
e di alta impermanenza, e di esistenza
senza peso. Piuttosto la foglia
che sa mollare la presa
o il sasso concentrato in un’intesa
di ere, o le preghiere della legna
col suo ardore di fuoco.

O il fuoco. Adoreremo
ciò che in tutto non muta e si offre quieto
al grande gioco delle sostanze.
La forza dirigente del respiro.
La spinta acuta che lo diffonde.
Misteriosa forza che lo sospende
quando è ora.

Mariangela Gualtieri · Bestia di gioia

Monologo del Non so · da …gli occhi di blimunda… 

Yeelen · da GIULIANOCINEMA


Nello specchio

Sunday, May 23rd, 2010

PINO-PASCALI-MATERNITA-1964

Pino Pascali · La gravida · 1964 · Collezione MACRO · Roma

A me piace partire proprio dal materiale, perché nel materiale c’è il limite stesso. Se uno sceglie un certo materiale, proietta le proprie possibilità entro limiti ben precisi. Io non penso che con un certo materiale si può fare tutto, si può fare solo una cosa questa sola cosa è un’idea di se stesso: sprecare tutta la vita veramente, per non rinnegarla, per non andare a finire in un altro lato è una sciocchezza. A me interessa questa ricchezza di possibilità perché mi ridà la mia presenza, non mi angoscia con l’immagine di me che mi sono prefissa, riesco a vedere la mia immagine daccapo, nello specchio, in una maniera strana, non strana, in una maniera nuova. Non dire sì, io sono Pino Pascali e porto le basette alte 1 cm sotto l’orecchio e, magari, porto i baffi per tutta la vita. Io, oggi, mi faccio i baffi, domani la barba, domani mi faccio crescere pure i capelli o, magari, me li faccio corti. Ma proprio facendole, queste cose, riesco a capire la lunghezza della mia vita. […] Io cerco di fare quello che mi piace fare, in fondo è l’unico sistema che per me va bene. Pino Pascali


Conto alla rovescia

Saturday, May 22nd, 2010

MICHEL-NAJJAR-BIONIC-ANGEL-2006

Michael Najjar · Bionic Angel · 2006

Si guardava intorno,
come un gatto sazio in pescheria.

Graziano Spinosi

©

Possiamo davvero parlare di enigma dell’ora, di qualcosa che non si manifesta ma si deposita sul fondo degli abissi del Tempo. Ci troviamo insomma in quella terra di nessuno che non può ospitarci ma dalla quale non riusciamo neppure a evadere.

L’artista che resta nel suo studio rinuncia ai propri diritti civili e alla proposta indecente dell’amplificazione sociale del suo ruolo (o non-ruolo). L’artista, un tempo maledetto, oggi pressoché unanimemente benedetto, dovrebbe essere – a parer mio – semplicemente non detto, nel senso di non insignito di quel valore primario che spetta invece all’opera in quanto tale, perché originata dalla stessa dinastia che la precede nel Tempo e dalla quale discende in linea diretta. Un’opera, per essere autentica, deve dimenticare il suo autore.

È in atto una vera e propria asfissia, provocata dal vasto processo, ormai giunto a saturazione, fondato su quel falso valore, enfatico e illusorio, chiamato comunicazione.

Giulio Paolini · Conto alla rovescia (da L’ora X)

Carlo Fruttero · La prevalenza del famoso


 

Nadir

Friday, May 21st, 2010

 POLAROID
Mark Cohen · Lillian in Swimming Pool · Polaroid · 1976

Non era la terra a mancare sott’acqua,
ma l’acqua.

©

Questo stare bene. È così stare bene.
Stare molto bene è così come ora.

Mariangela Gualtieri · Senza polvere senza peso · Einaudi


Lontano

Thursday, May 20th, 2010

LONTANO

Equinozio d’autunno

Occorre che tu abbia vista larga e profonda e che lontano, in tutte le direzioni, tu getti lo sguardo per tenere presente che l’insieme delle cose è infinito, e tu veda come quest’unico cielo sia trascurabile parte, una frazione minima dell’insieme totale, una parte neppure grande com’è un uomo rispetto a tutta la terra. Se collochi questo dinanzi al tuo sguardo, e lo vedi ben chiaro, di molti fenomeni cesserai di meravigliarti.  Lucrezio · De rerum natura


Kairòs · 4

Wednesday, May 19th, 2010

 V-CELMINS-NIGHT SKY-1992 
Vija Celmins · Night Sky · 1992

Il fiume come metafora del viaggio
e il viaggio dell’esistenza: partire sarebbe allora come nascere,
morire come tornare.
Al mare.

Graziano Spinosi

©

Dopo il tempo ascendente del desiderio, e poi quello esaltante dell’avvenimento, arriva il tempo discendente del ritorno. Non si dà viaggio senza ricongiungimento a Itaca, che conferisce senso anche allo spostamento. Perché l’esercizio incessante del nomadismo esulerebbe dai limiti del viaggio, per entrare nell’erranza permanente, nel vagabondaggio. Perfino i nomadi praticano un genere di sedentarietà, perché praticano percorsi abituali, si radicano nell’abitudine di uno spostamento, sempre lo stesso, e poi usano ugualmente dei punti di riferimento, cespugli essiccati, ammassi di pietre, solchi e orme lasciate da animali, leggono sempre allo stesso modo le mappe delle stelle e quelle dei movimenti del sole, ma anche perché si recano in luoghi in cui hanno le loro abitudini, le loro pratiche tribali e rituali nell’arte di occupare terre.

Il luogo lasciato e poi ritrovato costituisce l’asse sul quale oscilla l’ago della bussola. Senza, non ci sono punti cardinali, né rosa dei venti, né possibilità di spostarsi e di organizzare la propria quadrettatura sulle carte del mondo. Su di lui oscilla l’acciaio che indica il nord magnetico e vibra, fragile. Senza, non vi è alcuna direzione, alcun andare, alcun ritorno possibile.

La ricerca di sé termina nel momento dell’ultimo respiro. Fin sull’orlo della fossa, si tratta di desiderare ancora e sempre la forza, la vita, il movimento. Il mondo rigurgita di vulcani sui quali inerpicarsi, di rive da meditare, di fiumi da discendere, di strade da imboccare, di treni e di aerei da prendere, offre senza interruzione albe, aurore e crepuscoli, piogge e soli incandescenti, deserti e montagne, foreste e campagne, offre aurore boreali e pareli, arcobaleni e trombe d’aria, nuvole, queste meravigliose nuvole, climi e incanti, invita a oltrepassare tropici, a cavalcare l’Equatore, ad andare al di là del Circolo polare, a bagnarsi nell’Oceano indiano, a visitare le piramidi, la Muraglia cinese o i templi inca. La molteplicità dei paesaggi si oppone all’unicità delle città, il diverso scompare dalle megalopoli, ma non abbandonerà mai le risaie asiatiche, la baia di Ha Long, la tundra siberiana, la foresta amazzonica, il deserto sahariano, i paesaggi europei, le rive del Mediterraneo.

Michel Onfray · Filosofia del viaggio

Edoardo Sanguineti · Il mio sogno era fare il ballerino

Gli ultimi giorni  · da akatalēpsía

Il futuro della memoria · da Filosofi per Caso


Kairòs · 3

Friday, May 14th, 2010

A-KIEFER-DIE-GROSSE-FRACHT-2007

Anselm Kiefer · Die grosse Fracht (Il grande carico) · 2007 
Biblioteca San Giorgio · Pistoia

Si possono percorrere miglia e miglia senza spostare di un solo grado il proprio asse ontologico oppure viaggiare lontanissimo, rimanendo immobili. Il viaggio non è un moto, piuttosto un attraversamento: si viaggia sempre dentro: per questa ragione bisognerebbe imparare a viaggiare per sottrazione. Verso il silenzio, verso l’intangibile. Graziano Spinosi

©

Sé stessi, questa è la grande questione del viaggio. Sé stessi, e nient’altro. O così poco. Una quantità di pretesti, di occasioni e di giustificazioni, certo, ma, di fatto, ci si mette in cammino spinti soltanto dal desiderio di partire incontro a sé stessi nel disegno, molto ipotetico, di ritrovarsi, se non di trovarsi. Lo stesso giro del mondo non sempre è sufficiente a raggiungere questo faccia a faccia. A volte, nemmeno un’intera esistenza.

Ciò che l’anima imbarca alla partenza si ritrova, decuplicato, all’arrivo: dolori e ferite, noia e sofferenze, patimenti e malesseri, afflizioni e malinconie si amplificano durante il viaggio. Non troviamo guarigione facendo il giro del mondo, al contrario, esacerbiamo i nostri malesseri, scaviamo i nostri abissi. Lungi dall’essere una terapia, il viaggio definisce un’ontologia, un’arte dell’essere, una poetica di sé.

Fuori dalla nostra casa, nell’esercizio periglioso del nomadismo, il primo viaggiatore incontrato siamo noi stessi. Continuamente, in ogni angolo di strada, in ogni recesso, ai crocevia e nelle piazze, nella città o nei deserti, all’ombra o alla luce, su tutte le piste e in tutti gli accidenti del paesaggio, ovunque e sempre il nostro personaggio va questuando l’ordine intimo. Sullo scenario terrestre, vagano anime in pena alla ricerca di un corpo da abitare per sempre, nella pace e nella serenità ritrovate. Intorno al globo si giocano queste operazioni di reificazione permanente. La peregrinazione condivide i propri segreti con la demiurgia. Perché l’estraneità del mondo condanna a essere appagati dalla familiarità più immediata, quella che ognuno intrattiene con i propri recessi.

Michel Onfray · Filosofia del viaggio

Pino Cacucci · Viaggio vuol dire tante cose

Stanislao Nievo · Il viaggio e il tempo del sogno


Kairòs · 2

Thursday, May 13th, 2010

NO-MAPS
No Maps

Dei nomadi, è la dimora temporanea che m’interessa.
La sosta, la persistenza dell’orientamento geografico e metafisico.

 Graziano Spinosi

©

Nel viaggio, si scopre soltanto ciò di cui si è portatori. Il vuoto del viaggiatore crea la vacuità del viaggio, la sua ricchezza ne produce l’eccellenza.

L’innocenza presuppone l’oblio di ciò che abbiamo letto, appreso, sentito. […] L’invenzione dell’innocenza, necessaria al viaggio, esige di conseguenza l’abbandono delle opinioni sullo spirito dei popoli, il rifiuto dello sguardo egocentrico e missionario, ma anche l’affrancamento dai pregiudizi sulla forma del viaggio. Perché quasi tutti gli autori specializzati sul tema celebrano l’immersione, vantano il merito dei lunghi periodi, degli investimenti particolari: l’apprendimento della lingua, il risiedere sul posto, la vita con gli autoctoni. Per quale scopo? Per comprendere un paese, per coglierne la natura essenziale, afferrarne realmente il sapore? Per disporre di un’intelligenza attiva all’interno di questa cultura laddove i cittadini del paese stesso non ne dispongono? La conversione non cambia affatto la questione: rimaniamo prigionieri della nostra nascita, della nostra terra natale, della nostra lingua madre, murati nelle pieghe primigenie dell’infanzia. Un quarto di secolo vissuto in Giappone da un giapponese non equivarrà mai, in termini metafisici, alla stessa durata vissuta da un occidentale nello stesso luogo.

Per inventare un’innocenza efficace, e sempre per quanto riguarda la forma del viaggio, si tratta allo stesso modo di disfarsi e liberarsi da una visione reazionaria che prima lo presupponeva possibile mentre ora lo proclama impossibile. Prima di cosa? Prima del cambiamento del mondo, prima della mondializzazione, della globalizzazione, della pretesa uniformizzazione del pianeta, prima della modernità. Questa presa di posizione deriva infatti dal credere in un’età ideale, in un tempo prima del tempo, in cui il viaggio avrebbe potuto permettere l’accesso diretto e senza indugio alla verità del paese visitato.

Alla maniera degli uccelli migratori, il cui orologio interno, il metabolismo e il magnetismo decidono dei loro movimenti, viaggiare presuppone mettersi in ascolto di ciò che, in sé, deriva dall’eternità del sistema solare e risiede in noi, nel più profondo delle nostre connessioni atomiche.

Ogni viaggio vela e disvela una reminiscenza.

Michel Onfray · Filosofia del viaggio

Franco Battiato · Invito al viaggio


Kairòs · 1

Monday, May 10th, 2010

LIU BOLIN

Liu Bolin

Assimilare l’orizzonte.

Graziano Spinosi

©

Si diventa nomadi impenitenti soltanto se iniziati nella propria carne fin dalle ore del ventre materno, arrotondato come un globo o un mappamondo. Il resto dispiega una pergamena già scritta. […] Tutte le ideologie dominanti esercitano il controllo, il dominio, addirittura la violenza verso il nomade. Gli imperi si costruiscono sempre sull’annullamento delle figure erranti o dei popoli nomadi.

Il capitalismo odierno condanna ugualmente all’erranza, all’assenza di dimora o alla disoccupazione gli individui che rigetta e maledice. Il loro crimine? Essere inassimilabili dal mercato, la patria degli affaristi. Il loro castigo? I ponti, la strada, i marciapiedi, le stazioni della metropolitana, i sotterranei, le stazioni, le panchine. Lo svilimento dei corpi e l’impossibilità di un rifugio, di un riposo.

La città obbliga alla sedentarietà leggibile grazie a un’ascissa spaziale e a un’ordinata temporale: essere sempre in un luogo determinato, in un momento preciso. In questo modo, l’individuo viene facilmente controllato e localizzato da un’autorità. Quanto al nomade, egli rifiuta questa logica che permette di trasformare il tempo in denaro e l’energia del singolo, che è il solo bene di cui disponiamo, in moneta sonante. Partire, seguire le orme dei pastori, significa sperimentare un genere di panteismo estremamente pagano e ritrovare la traccia di antiche divinità (divinità dei crocevia e della fortuna, del fato e dell’ebbrezza, della fecondità e della gioia, divinità delle strade e della comunicazione, della natura e della fatalità) e tagliare i ponti con le pastoie e le servitù della vita moderna. […] Il viaggiatore, come una monade autosufficiente, ricusa il tempo sociale, collettivo e stringente, a vantaggio di un tempo individuale fatto di durate soggettive e istanti gioiosi voluti e desiderati. Asociale, misantropo, irrecuperabile, il nomade ignora la misura del tempo e funziona con il sole e le stelle, si istruisce con le costellazioni e il movimento degli astri nel cielo, non possiede orologi, ma un occhio animale esercitato a distinguere le albe, le tempeste, le schiarite, i crepuscoli, le eclissi, le comete, gli scintillii stellari, sa leggere la materia delle nuvole e decifrare le loro promesse, interpreta i venti e conosce le loro abitudini. Michel Onfray · Filosofia del viaggio

Woody Allen · Zelig

Un filo di bisso · da ..gli occhi di blimunda..

L’importanza dell’oblio · da ioJulia

Mia madre e altre creature temibili… · da …MANGINO BRIOCHES…