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Ursa Minor

F.A.Rodin, Il bacio ( Paolo e Francesca, part. ), 1886-89, Museo Rodin, Parigi

Anche l'immenso ha confini.

Che Dante abbia professato per Beatrice un'adorazione idolatrica è una verità innegabile; che lei si sia burlata di lui e l'abbia respinto sono fatti testimoniati nella Vita Nuova. Morta Beatrice, perduta per sempre Beatrice, Dante giocò con la finzione di ritrovarla, per mitigare la tristezza; io personalmente penso che abbia edificato la triplice architettura del suo poema per introdurvi quell'incontro. Beatrice esistette infinitamente per Dante. Dante, molto poco, forse niente, per Beatrice; tutti noi siamo propensi, per pietà, per venerazione, a dimenticare questo penoso contrasto, indimenticabile per Dante. Leggo e rileggo le traversie del suo illusorio incontro e penso ai due amanti che l'Alighieri sognò nella bufera del secondo cerchio e che sono emblemi oscuri, anche se egli non lo comprese o non lo volle, di quella felicità che non ottenne. Penso a Francesca e a Paolo, uniti per sempre nel loro Inferno (Questi, che mai da me non fia diviso). Con un amore spaventoso, con angoscia, con ammirazione, con invidia, deve aver forgiato questo verso. J. Luis Borges, Nove saggi danteschi 



31 dicembre 2006


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Lontanando

Pier Paolo Pasolini, Decameron, 1970-71

La nostra ombra indugia nei luoghi che abbiamo lasciato.

Io amo la vita... e mai e poi mai potrò concepire che lo straordinario, il demoniaco vengano onorati come ideale. No, la “vita”, intesa quale eterno contrapposto allo spirito e all’arte, non si presenta a noi anomali come anomalia, come una visione di sanguinosa grandezza o di bellezza selvaggia, no, il regno delle nostre aspirazioni è proprio la normalità, la decenza, l’amabilità, insomma la vita nella sua banalità seducente. Thomas Mann,  Tonio Kroger
 

28 dicembre 2006


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Ex libris

Emilio Isgrò, Il Cristo cancellatore romanzo elementare, 1968

Un tempo non ero un topo. Bevevo caffelatte ogni mattino, al risveglio, e la sera mi addormentavo senza complicazioni. Avevo ragione di ritenere, infatti, che il futuro mi avrebbe risparmiato molti dei grattacapi che tormentano gli esseri umani civilizzati. Questa convinzione era rafforzata dai lieti accadimenti della mia vita, e leniva ogni presagio. Begli anni. Godevo anche di un’ottima salute. Non che questa sia ora compromessa da qualche malattia, al contrario, sono in gran forma. Si tratta tuttavia della salute di un topo e un topo, come tutti sanno, ha una vita assai più breve di un uomo. Senza parlare poi delle trappole, dei gatti, della colla! Ma bisogna sapersi accontentare, meglio un topo ottimista col suo piccolo futuro, pago del presente, anziché un essere umano minacciato dall'aspettativa di un grande domani. Perché sono diventato un topo? Forse per i postumi di una qualche felicità di cui ho perduto il ricordo, non so, il caso deve aver voluto questo: non ho alcuna intenzione, tuttavia, di tornare essere umano con agenda, destino burocratico e sveglia. Della vita precedente, infatti, ho conservato solamente i sogni. Vivo in una biblioteca, mi nutro di parole che stacco dai libri, dormo dentro un piccolo cassetto. Durante il giorno sfoglio pagine su pagine e vado a caccia delle parole più prelibate, che assaporerò durante la notte. All’inizio di questa nuova vita ingerivo ogni vocabolo ma col tempo ho imparato a frenare la mia cupidigia; ho imparato ad aspettare, a distinguere il profumo di ogni parola, a masticare adagio lettera dopo lettera. Prediligo i verbi coniugati al tempo presente ma le vocali, piluccate una ad una, mi conducono all’apice del godimento. La scorsa notte ho mangiato la parola desiderio  -un sostantivo buonissimo oramai in disuso- e oggi mi sento proprio bene. Questa dimora, per mia fortuna, è stracolma di cibo; alcuni libri hanno anche le figure, gustose quanto le parole. Qualche volta, dopo una scorpacciata particolarmente saporita, mi vengono le vertigini, brividi e sudezza: sono chiari sintomi d’indigestione. Allora mi pento della mia ingordigia e provo un certo senso di colpa per essere il solo a godere dei frutti di questo eden. Anche noi topi, come gli umani, diventiamo più benevoli con la pancia piena; e domani è Natale. Gnac-mord.

 

Ogni giorno in una casa succede
qualcosa d'inspiegabile: i coltelli
col manico d'osso che erano quattro
e adesso sono tre,
le chiavi che di colpo si rifiutano
di entrare nelle loro toppe,
il libro sparito che ricompare
dove nessuno, neanche i filippini,
può averlo messo... Ma no, quali spiriti,
a spostare o corrompere le cose
non sono gli spiriti ma gli spifferi
dei giorni che cadono a pezzi,
delle settimane uscite dai cardini,
dei mesi, degli anni che tremano
alle spallate d'un vento invisibile.

Giovanni Raboni, Barlumi di storia

 

24 dicembre 2006


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Appartenenza

Andrea Mantegna, Presentazione al tempio (part.), 1454-55, Staatliche Museen, Berlino

Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare. Quando il bambino era bambino, non sapeva d'essere un bambino. Per lui tutto aveva un'anima, e tutte le anime erano tutt'uno. Quando il bambino era bambino, su niente aveva un'opinione. Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via. Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo. Quando il bambino era bambino, era l'epoca di queste domande:Perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lí? Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole, é forse solo un sogno? Non é solo l'apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo, sento e odoro? C'é veramente il male? E la gente è veramente cattiva? Come puó essere che io, che sono io, non c'ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono? Quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano pane e mela, ed é ancora cosí. Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere. Ed é ancora cosí. Le noci fresche gli raspavano la lingua, ed é ancora cosí. A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora piú alta, e in ogni cittá, sentiva nostalgia di una cittá ancora piú grande. E questo, é ancora cosí. Sulla cima di un albero, prendeva le ciliegie tutto euforico, com'é ancora oggi. Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne. Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla. Quando il bambino era bambino, lanciava contro l'albero un bastone, come fosse una lancia. E ancora continua a vibrare. Lied Vom Kindsein, Peter Handke


12 dicembre 2006


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Appartenenza

Giovanni Bellini, Presentazione al tempio (part.), 1469, F. Querini Stampalia, Venezia

Dal primo istante apparteniamo a una razza, una terra, una lingua. Non scegliamo il luogo dove nascere ma ne siamo portatori, come del nome, per tutta la vita. Ci chiamiamo, e chiamiamo le cose, per bisogno di appartenenza. Abbiamo dato un nome ai mari e ai fiumi, alle montagne e ai venti. Sulla terra, nel punto in cui siamo nati, abbiamo lasciato la nostra prima impronta. Quel piccolo punto di spazio e di tempo appartiene alla memoria di ognuno, pulsa come una stella.

In tempi antichi qualcuno pensò di far bene a raggruppare le stelle. Che ordinatamente disposte tra loro potessero mostrare le forme. Ed ecco le stelle ebbero i loro nomi e divennero familiari
. Arato di Soli ( III secolo a.c. )


10 dicembre 2006


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Un  ricordo

Quartetto Italiano, Elisa Pegreffi, Paolo Borciani, Piero Farulli, Franco Rossi, anni '70

Primi anni anni ottanta, dicembre. A Faenza, in una chiesa sconsacrata, si tenne l'ultimo concerto del Quartetto Italiano. La serata si concluse con l'esecuzione dell'incantevole quartetto per archi La morte e la fanciulla, di Schubert. Un'interpretazione straordinaria, come sempre, ma quella era l'ultima e loro lo sapevano, pur senza averlo comunicato pubblicamente. Anch'io e altri amici lo sapevamo; ho avuto l'onore di conoscere e di frequentare Paolo, pochi anni prima che morisse, e con lui Elisa, sua moglie, secondo violino del quartetto. Tagliava la pelle, con la musica, la dignità dei suoi interpreti: nel momento più doloroso di una strabiliante carriera e nonostante il secondo movimento, infatti, non concessero nulla all'emotività personale, alla stretta dei ricordi, al sentimento della fine. Una serata e una una lezione di disciplina che non dimenticherò mai. Uscimmo dalla chiesa in silenzio, nevicava.

 

Franz Schubert
Quartetto per archi n. 14 in Sol maggiore
La morte e la fanciulla

1 Allegro
 
                  11:36  (11 Mb)
2 Andante con moto     14:13 (13,4 Mb)
3 Scherzo (Allegro molto)
  3:38  (3,4 Mb)
4 Presto               
8:58  (8,5 Mb)

Quartetto Italiano, 1965
 

6 dicembre 2006


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Sguardi

Sofonisba Anguissola, Partita a scacchi, 1555,  Muzeum Narodowe, Poznan

Lucia ha mangiato la regina a Minerva, Europa sorride, la governante  volge  un delicato sguardo alla scacchiera. Di questo quadro stupendo, oltre alla preziosa restituzione di un'atmosfera cinquecentesca, ludica e familiare, colpisce la cadenza degli sguardi: nessuna delle quattro figure, infatti, è ricambiata dallo sguardo di altre. E' una scelta suggestiva, raffinatissima, che disegna nitidamente la diversità delle emozioni dei personaggi in un momento cruciale della partita, forse ormai giunta al termine. In questo rimbalzo di sguardi quello soddisfatto di Lucia è il più vivido: è rivolto a Sofonisba, sorella e autrice del dipinto, che attraverso questo espediente prende parte alla scena, ricambia lo sguardo, lo dipinge.


Daniela Pizzagalli - La signora della pittura


novembre  2006


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Oblomov

Edward Hopper, Figura solitaria a teatro, 1902-04, Whitney Museum, New York

Nessuno è responsabile della propria inadeguatezza. Oblomov è immobilizzato nel suo divano, prigioniero di immagini del passato: da quel divano, che è un osservatorio sulla vita degli altri e sul sogno, egli scruta il mondo a cui non può appartenere poiché nulla, di quel mondo, è incantevole quanto il ricordo dell'infanzia perduta. Solamente l'amore, incarnando un altro sogno, avrebbe potuto distoglierlo da quell'incanto. Ma se l'infanzia è la stagione della felicità innocente quella dell'amore non lo è: ogni forma di consapevolezza e di felicità adulta, infatti, ha in sé la coscienza della morte. Oblomov risponde a questo richiamo con l'inanità e la contemplazione. Anche per gli esseri umani, come per molti animali in pericolo, l'immobilità è una forma mimetica di difesa. 

Si è perduta? Sì. Poiché non sappiamo quando moriremo si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile. Però tutto accade solo    un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così  profondamente parte di voi che senza neanche riuscireste a concepire la vostra vita. Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna. Forse venti… eppure tutto sembra senza limite. Paul Bowles, Il tè nel deserto
 

novembre  2006


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Senza fine

Constantin Brancusi, Colonna senza fine, 1937-38, Tirgu Jiu, Romania

L'equilibrio è anche la conseguenza dell'impatto tra forze uguali e contrarie. Se una di queste forze muta d'intensità l'equilibrio si rompe: l'intero universo è governato da questa legge, che si può osservare in un filo d'erba come nel transito dei pianeti. E' un risultato, per noi esseri umani, che si paga sempre in anticipo, spesso dolorosamente, in relazione all'entità e alla qualità delle forze che l'hanno provocato. La forza di gravità è tra le più severe, ma il volo è un incanto senza fine.   

Il volo ha occupato tutta la mia vita. Quando ero bambino sognavo sempre che avrei voluto volare tra gli alberi e nel cielo. Porto ancora in me dopo quarantacinque anni la nostalgia di questo sogno. Io non voglio rappresentare un uccello, ma il dono, il volo, lo slancio. Non penso che ci riuscirò mai. Constantin Brancusi
 

Ivano Fossati  - Lindbergh,1992 (1,96Mb)


girovagando
il nuovo blog di un caro amico

 

novembre  2006


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Nautilus

Edward Weston,  Nautilus, 1927

Il guscio dei nautilus è un esempio di perfezione architettonica, lo spazio è felicemente connaturato all’essere che vi abita senza alcuno spreco di materiali e volumi. Per alcuni animali la casa è unita al corpo mentre per altri è necessaria la sua edificazione: i nidi degli uccelli e degli insetti sono altri esempi di architettura mirabolante per forma, mimetismo e funzione. L'architettura non deve mortificare lo spazio e i suoi abitanti, al contrario, dovrebbe essere l'espressione vivifica di un sentimento religioso, scaturire dal profilo dell'aria, da quello di un ramo, di una foglia.

Io dico sempre che una grande architettura deve avere la doppia qualità di sorprendere ogni volta che la si rivede e nello stesso tempo di apparire come fosse sempre stata, come avesse da sempre occupato quel luogo, divenendo intimamente parte necessaria della definizione del luogo stesso, rivelandolo a se stesso continuamente, anche durante le sue trasformazioni. La luce di un'eclissi non rende irreale il circostante quanto piuttosto lo restituisce a un tempo universale, confronta con esso la provvisorietà inevitabile del presente, ne misura i confini, ristabilisce le distanze. A questo dovrebbe far pensare una grande architettura. Vittorio Gregotti, Diciassette lettere sull'architettura


novembre  2006


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San Martino

El Greco, San Martino e il mendicante, 1597-99, National Gallery of Art, Washington

Nell'antico Giappone il nemico si umiliava digiunando.

Souffrir pou quelque chose c’est lui avoir accordé une attention extrême. Così Omero soffre per i Troiani, contempla la morte di Ettore; così il maestro di spada giapponese non distingue tra la sua morte e quella dell’avversario. E’ avere accordato a qualcosa un’attenzione estrema è avere accettato di soffrirla fino alla fine, e non soltanto di soffrirla ma di soffrire per essa, di porsi come uno schermo tra essa e tutto quanto può minacciarla, in noi e al di fuori di noi. E’ avere assunto sopra se stessi il peso di quelle oscure, incessanti minacce, che sono la condizione stessa della gioia. Qui l’attenzione raggiunge forse la sua più pura forma, il suo nome più esatto: è la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l’intesa fra gli esseri, l’opposizione al male. Perché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione. Chiedere a un uomo di non distrarsi mai, di sottrarsi senza riposo all’equivoco dell’immaginazione, alla pigrizia dell’abitudine, all’ipnosi del costume, la sua facoltà di attenzione, è chiedergli di attuare la sua massima forma. E’ chiedergli qualcosa di molto prossimo alla santità in un tempo che sembra perseguire soltanto, con cieca furia e agghiacciante successo, il divorzio totale della mente umana dalla propria facoltà di attenzione. Cristina Campo, Gli Imperdonabili


novembre  2006


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Onde

William Bouguereau,  L' onda, 1896, Collezione privata

Non ha alcun senso dipingere un nubifragio in una bella giornata di sole, in quel quadro non pioverebbe mai. Le cose hanno sostanza, appartengono a luoghi che a loro volta prendono parte all'identità delle cose. In questo dipinto tutta la scena è sterilizzata: l'acqua del mare non è salmastra; la ragazzona sta per essere travolta da un'onda che non la raggiungerà mai perché è un'onda morta, come tutto il resto. Non ci sono pesci, e se ci sono non hanno voglia di nuotare in questo quadro. L'importanza di un'opera risiede anche nella sua capacità di restituire il respiro del tempo in cui è stata concepita: non ci sarebbe stata nessuna Scuola di New York senza la seconda guerra mondiale. Le opere di Pollock, Rothko, De Kooning, Gorki... assorbono e riflettono gli umori di una generazione sopravvissuta all'orrore della guerra: c’è la polvere delle bombe nei loro quadri.

Sono per un’arte che prende forma dalle linee della vita stessa, che intreccia, estende ed accumula e sputa e sgocciola, ed è pesante e rozza e ottusa e dolce e stupida come la vita stessa. Sono per l’arte di conversazione tra il marciapiede e il bastone metallico di un cieco. Sono per l’arte che cresce in un vaso, che di notte viene giù dal firmamento, come un lampo, che si nasconde nelle nuvole e brontola. Sono per un’arte che ti dice l’ora del giorno, e dove si trova questa o quella strada. Sono per Kool-art, 7-Up art, Pepsi-art, 39 cents art, Dro-bomb art, Diamond art… Sono per un’arte che è politico-erotico-mistica, che faccia qualche cosa di diverso dallo starsene seduta sul culo in un museo. Sono per un’arte di cose perdute o buttate via, andando da scuola a casa, di alberi fantastici e di mucche volanti e del rumore dei rettangoli e dei quadrati. Per l’arte di un dito su una finestra fredda, sull’acciaio in polvere. Sono per un’arte coperta di bende, sono per un’arte che zoppica e rotola e corre e salta. Sono per un’arte che si arrotola e grugnisce come un lottatore, sono per un’arte che perde i capelli. Claes Oldenburg
 

novembre  2006


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Nostos

Afrodite (Venere di Milo), II secolo a.c. Louvre, Parigi

Quando non si vede più terraferma, per mare, l'orizzonte è una linea circolare senza principio né fine. Si tratta di spazio, ma la suggestione è quella onirica del tempo sospeso. Proseguendo con la navigazione si ha l'impressione di attraversare il vuoto; l'assenza di punti noti rende tutto immateriale, come se il silenzio scavasse i corpi fino a occuparli. Poi di nuovo la terraferma, un'altra, forse la sola terraferma che abbia mai conosciuto: i Greci chiamano fàros il faro e mamà la madre. Da loro ho imparato anche sigà sigà, piano piano, con più calma.

Posso anche essere libero dinanzi al potere della morte. Certo, non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. Ma posso ridurre la minaccia fino ad annullarla non ancorando la mia vita a punti d'appoggio tanto precari come il tempo e la fama. Non è invece in mio potere restare costantemente rivolto verso il mare e confrontare la sua libertà con la mia. Verrà il tempo in cui dovrò volgermi verso la terra e affrontare gli organizzatori della mia oppressione. Sarò allora costretto a riconoscere che l'uomo dà alla propria vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui. Con tutta la mia libertà appena conquistata non mi è possibile spezzarle, posso solo lamentarmi sotto il loro peso. Posso però distinguere, tra le richieste che pesano sull'uomo, quali sono irragionevoli e quali sono ineludibili. Un tipo di libertà, mi rendo conto, è perduto per sempre o per lungo tempo. Parlo di quella libertà che deriva dal privilegio d'essere padrone del proprio elemento. Il pesce ha il suo elemento, l'uccello ha il suo, l'animale di terra il suo. L'uomo invece si muove in questi elementi correndo tutti i rischi dell'intruso. Ancora Thoreau aveva la foresta di Walden, ma dov'è adesso la foresta in cui l'uomo possa dimostrare che è possibile vivere in libertà., al di fuori delle forme irrigidite della società? Sono costretto a rispondere: in nessun luogo. Se voglio vivere in libertà, dev'essere -per ora- all'interno di queste forme. Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso -il che, d'altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch'io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s'esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace d'intaccare un silenzio vivente. Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione
 

novembre  2006


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Venus

Man Ray, Venere restaurata,1936

Un vero mistero non viene mai chiarito
.
Man Ray


novembre  2006


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Sigismondo e Sigismondo

Piero della Francesca
Sigismondo Pandolfo Malatesta in ginocchio davanti a San Sigismondo, 1451
Tempio Malatestiano, Rimini

Bisognerebbe sostare a lungo di fronte a un'opera d'arte. La prima mezzora serve a spianare la strada all'attenzione, a calmare il chiasso che tutti portiamo dentro. Poi il silenzio si fa largo e gli occhi cominciano a vedere, piano piano scoprono forme che a prima vista sembravano nascoste. Dopo gli occhi è il turno degli orecchi, che si dischiudono e ascoltano la voce di ogni figura. Davanti a questo affresco Il naso può inspirare l'aroma polveroso della calce e il palato, più lentamente, fabbricare il sapore delle tinte seccate. E' una creatura ancora viva, la mano non può toccarla però un brivido percuote la pelle.
 

novembre  2006


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Punti cardinali

Domenico Gnoli, Apple, 1968

Una mela tagliata, questo è il campo. Se immaginiamo di guardare con gli occhi della mela ciò che le sta di fronte vediamo il controcampo. Attraverso questa tecnica di ripresa, che presuppone la mobilità del punto di vista, gli autori possono accrescere l'espressività delle loro opere. E’ importante, per una migliore comprensione di qualunque immagine, non solo l'osservazione di ciò che appare ma anche l’assunzione del punto di vista di chi l’ha concepita. Di questa mela vediamo solamente una mezza parte, a cui manca una fetta. L'altra, non inquadrata, sfugge alla nostra attenzione ma siamo portati a ritenere che sia integra. Invece non lo è, c'è il foro di un piccolo verme che vive in quella parte nascosta.


La strada che scende e la strada che sale
sono la stessa strada.

Eraclito

 

novembre  2006


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Autoritratto

Vincent van Gogh, Autoritratto per Gauguin, 1888,  Fogg Art Museum, Cambridge

Vincent vive e muore da dissidente, schernito da una società conformista che scandalizza suo malgrado. Dipinge il dolore, le stelle, il suo sguardo abbacinato sull'esistenza. Tagliandosi un orecchio attua una separazione dal mondo e da sé; l'autoamputazione è l'ultima domanda-risposta prima dello sparo. Occhi sfondati dal sole, corvi sul campo di grano.
 

Per questo lavoro io rischio la vita, e la mia ragione
 è quasi completamente naufragata.
 
Vincent, ultima lettera a Theo

 

novembre  2006


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Autoritratto

Paul Gauguin, Autoritratto, Les Miserables, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Per Gauguin il quadro è una finestra sul sogno, un tappeto volante; Van Gogh  non concepisce un dipinto senza un oggetto-soggetto da ritrarre: questa è la principale discussione che agita i due mesi di convivenza nella casa gialla di Arles. E’ accanto ai minatori che nasce in Vincent la necessità di dipingere: il quadro è la risposta-colore alla dolorosa condizione umana, uno strumento di denuncia e di lotta. Gauguin comincia a dipingere dopo essersi lungamente occupato di finanza: il quadro è la risposta-colore al bisogno di fuga dal destino burocratico. Van Gogh è il militante che resta sul posto e in un campo di questo posto si spara; Gauguin trascorre tutta la sua esistenza come un esule viaggiante; muore in un'isola dei mari del sud. Ci sono sogni che possono cominciare solamente dopo una fuga.

Andando a ritroso sono arrivato ben lontano, molto più lontano dei cavalli del Partenone, sino al giocattolo della mia infanzia: il buon cavallo di legno. Paul Gauguin
 

novembre  2006


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Cuore

Casimiro Brugnone de Rossi, La barca dei comici, 1850, Museo T. alla Scala, Milano

...abbandonarsi alla trama,
alla storia che porta lontano, via.

Giunse nella città, dov'io era, una compagnia di cattivi comici a rappresentare le loro triste commedie. Andai al teatro la prima sera, mi parve uno zucchero e non aveva più cuore di abbandonarli. Giunsero i commedianti al termine delle loro recite; si disponevano alla partenza, ed io mi sentiva portar via il cuore. Carlo Goldoni, Memorie
 

novembre  2006


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Emilio Vedova

Emilio Vedova

Un quadro è anche la traccia di un luogo, di un tempo,
di un corpo a cui sopravvive.

La pittura è, come la vita, una  nuova scelta, nuova responsabilità. Niente è facile per me, la mia mano non si muove senza mesi di studio preparatorio, senza un continuo approfondimento della coscienza. Emilio Vedova
 

novembre  2006


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Pulcinella

Giandomenico Tiepolo, Pulcinella, 1791-93, Ca' Rezzonico, Venezia

E’ la maschera della Commedia dell’Arte più famosa nel mondo, la più replicata. Pulcinella è ovunque, cambia colore, come il vento vola via. Mercante, contadino, fornaio; astuto, pedante, mariolo. La sua adesione alla vita è così completa da prendere a randellate la morte quando gli appare. La vita a ogni costo dunque, la fame non può aspettare.
 

ottobre  2006


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Dottor Balanzone

Anonimo fiammingo, Commedia dell'Arte, 1595-05, Ringling Museum, Sarasota

Balanzone dottore, laureato in parole. Questa maschera è una creazione della goliardia bolognese, la caricatura di qualche insegnante borioso. La balanza dei tribunali gli ha dato il nome: non è solo medico, infatti, ma anche giudice, avvocato e filosofo. Parla soprattutto se non ha niente da dire: in italiano, spagnolo, francese, tedesco, turco, polacco, latino…altro mal non venga. Un’altra maschera torturata dalla fame.
 

ottobre  2006


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Arlecchino

Paul Klee, New Harmony, 1936, Solomon Guggenheim Museum, New York

Alichino è il nome di un diavolo del XXI canto dell’Inferno di Dante. Alla cinta porta il baòcio, un bastone con cui mescola la polenta e che all’occorrenza usa come arma di difesa. Fame e guai. E' superbo con le maschere di rango inferiore e ossequioso coi suoi padroni. Questa attitudine ha certamente ispirato altri guitti involontari che possiamo osservare, con minore divertimento, ogni giorno in televisione.
 

Siro Ferrone - Arlecchino

 Giorgio Strehler - Ferruccio Soleri
 

ottobre  2006


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Pierrot

E. Nolde, Donne e Pierrot, 1917, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf

Pierrot osserva in silenzio. Parla poco, ascolta. Il garbo incontra l’arroganza, la lealtà l'inganno, il desiderio l’esilio a cui spesso l’amore conduce. Pierrot osserva in silenzio.

La maschera di Pierrot nasce in Italia verso la fine del Cinquecento, ad opera di Giovanni Pellesini, attore della Compagnia dei Gelosi. Il suo personaggio di nome Pedrolino era una variazione sul tema dello Zanni, il servo, di cui indossava l'abito bianco e ampio. Servo accorto e fidato, pronto a intessere imbrogli che poi districava con grande abilità, per trarre d'impaccio il proprio padrone, Pedrolino era un personaggio forte, di primaria importanza nell'economia della commedia. Il personaggio seguì i Gelosi in Francia, dove ebbe immediato successo, entrando a far parte degli scenari delle Compagnie francesi con il nome di Pierrot. Nella versione francese Pierrot perde gran parte della sua astuzia, conservando solo l'onestà e l'amore per la verità, spinto a volte fino all'eccesso. Dopo un periodo di declino il personaggio tornò in primo piano grazie all'interpretazione del mimo Jean-Gaspard Debureau (1796-1846), che gli infuse nuova energia, impersonandolo dal 1826 al Théâtre des Funanbules...
 

ottobre  2006


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Colombina

Francesco Melzi, Flora (Colombina), 1517-21, Hermitage, San Pietroburgo

La maschera di Colombina è tra le più antiche. Goldoni, dopo secoli di opacità, la libera da un ruolo minore proclamandola regina della scena. Parla continuamente, ammicca e arrossisce, procurando vampate d’amore e appetito. Una dam