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Creature
Jan Van Eyck, Uomo con turbante blu, c.1430, Rom. National Museum, Bucharest
L'identità di ogni essere umano si
definisce nel corso degli anni, in relazione al caso e all'esperienza individuale. Anche un'opera
d'arte muta
nel tempo, caricandosi di significati imprevedibili per il suo stesso
autore. Un quadro è come un viaggio, per chi lo realizza e per chi lo guarda
(ascolta, tocca, annusa, mangia). Le opere sono creature.
ottobre 2006
Due mondi
R.Campin, Ritratto di uomo grasso, 1430, Thyssen-Bornemisza Collection, Madrid
I gatti, se feriti o ammalati, digiunano.
Nel viaggio di risalita i salmoni non mangiano, così come altre
specie in condizioni di emergenza. I ghiri, durante il
letargo invernale, risolvono il problema alimentare con una vantaggiosa
autofagia. E’ molto diffusa, presso gli animali, l’astinenza dal cibo. Le
ragioni di questo comportamento sporadico risiedono nelle proprietà rigeneranti
e terapeutiche del digiuno. Gli esseri umani non la pensano allo stesso modo:
una parte di questi, dotata di tecnologia avanzatissima, ha pensato bene di
assegnare all’altra i benefici del digiuno: abbiamo così un mondo che muore
d'inedia e un mondo che muore di noia.
ottobre 2006
Cattleya
Jan Van Eyck, Uomo con turbante rosso, 1433, National Gallery, Londra Come gli odori, più pungenti nel ricordo, le opere d’arte e la musica possono stimolare la vivida percezione di luoghi e figure del passato: osservando l’immagine dipinta di un volto può comporsi così nella mente l'eterea figura di un altro volto che il tempo ha sbiadito, la piega di una palpebra, la forma di una voce. Anche il palato e la pelle sanno ricordare; i nostri sensi sono un indispensabile strumento di orientamento (non solo topografico), come i sogni notturni, capaci della stessa potenza evocativa. Per la loro proprietà di lasciarsi impressionare, e di impressionarci, andrebbero affinati all’attenzione giorno dopo giorno,
Quando niente sussiste d’un passato antico,
dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma
più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore
lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a
sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi
impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.
Marcel
Proust,
La Strada di Swann ottobre 2006
Autoritratto
Jan Van Eyck, I coniugi Arnolfini, 1434, National Gallery, Londra La luce che pervade questa scena intima e familiare, in cui tutti gli elementi rappresentati esaltano ogni fiducia nell’amore coniugale, da corpo anche al corpo del pittore: al centro del quadro, sulla parete di fondo, è dipinto uno specchio che riflette gli sposi visti da dietro e, tra questi, l’autore dell'opera. Campo e controcampo, diremmo oggi; questo celeberrimo dipinto nasconde un autoritratto. La storia dell’arte è ricca di autoritratti mascherati come questo in cui l’artista rappresenta se stesso col desiderio, giocoso o struggente, di essere parte della scena. Sopra lo specchio c’è scritto Johannes de eyck fuit hic 1434.: Jan Van Eyck è stato qui.
Margaretha
Jan Van Eyck, Margaretha van Eyck (la moglie), 1439, Groeninge Museum, Bruges Anche i ricordi invecchiano. Valzer!
Sentimento del tempo
Rogier van der Weyden, San Giuseppe, 1445, Gulbenkian Foundation, Lisbona Dopo la fine delle cose il sentimento del tempo non è più lo stesso, la memoria rinviene ogni reperto. Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l' andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all' orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l' illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio... Henri Laborit, Elogio della fuga
Occhi negli occhi
Petrus Christus, Ritratto di cartusiano, 1446, Metropolitan Museum, New York Guarda in direzione dello spettatore, occhi dipinti che fissano occhi vivi. Il suo corpo minuto, come un'impalcatura, sostiene uno sguardo dal piglio acceso, a richiamare l’attenzione di chi vivrà in un tempo futuro. Ti guardo, mi vedi?: è la voce dell'autore. La mosca si posa, lo lascia dire. Ma io non sono mai stato simile a questo! Come fa a saperlo? Cos’è questo “tu” al quale dovrebbe o non dovrebbe assomigliare? Dove trovarlo? In quale parametro morfologico o espressivo? Dov’è il suo corpo di verità? Lei è il solo a non poter vedere altro che un immagine, non vede mai i suoi occhi, se non inebetiti dallo sguardo rivolto a uno specchio o a un obbiettivo (mi piacerebbe soltanto vedere i miei occhi quando ti guardano); proprio e soprattutto per il suo corpo lei è condannato all’immaginario. Roland Barthes
Legàmi
Rogier van der Weyden, Ritratto di donna, 1455, N. Gallery of Art, Washington Ogni legame è una svista
innocente. ottobre 2006
Vita silenziosa
Petrus Christus, Ritratto di giovane donna, dopo 1460,Staatliche Museen, Berlino …la voce di una giovane donna, sottile come le sue labbra; la voce posata della collana che indossa, quella severa del suo copricapo. La voce mite dei pennelli che scrivono questo brano di spazio e di tempo. Ogni corpo ha una voce. Gli artisti fiamminghi usavano l’espressione vita silenziosa per definire quella che noi chiamiamo natura morta. Questa titolazione degli oggetti, delle cose intorno a noi, muove da un diverso sentimento del tempo e da un rapporto abituale col silenzio, dove (o quando) ogni più flebile voce può essere udita.
Un quadro vive in compagnia, dilatandosi
e ravvisandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa
ragione. E’ quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il
mondo. Quanto spesso viene danneggiato in modo irreparabile dallo sguardo della
persona triviale e dalla crudeltà dell’impotente che vorrebbero spargere ovunque
la loro afflizione!
Mark Rothko,
Scritti sull'arte ottobre 2006
Un lampo
Hans Memling, Ritratto di donna anziana, 1468-70, Museum of Fine Arts, Houston
...forse, alla fine, verrà alla mente una
notte di vento, oppure un cane che corre nella
neve. Cose modeste, riapparse in quel lampo che accompagna lo spegnersi della
vita come lo spegnersi del sole al tramonto. Porta tutto con sé in nessun
luogo la morte. H. Purcell - J. Dryden, King Arthur, 1691 ( 5,3 Mb ) The frost scene
What
power art thou, who from below
See, see, we assemble ottobre 2006
Limiti
H. Memling, Maria Maddalena Portinari, ca. 1470, Metropolitan Museum, New York A partire dal Quattrocento la cornice del quadro entra nel quadro, dipinta al suo interno oppure travalicata dai personaggi e dagli oggetti ritratti. In questa opera di Memling il copricapo esce dal dipinto col suo velo e si sovrappone alla cornice. Una soluzione illusionistica che produce uno sfalsamento di piani: il soggetto ritratto penetra in uno spazio esterno al quadro rendendo il suo corpo, se possibile, ancor più vitale. Lo spazio della rappresentazione, coi suoi abitanti, si congiunge idealmente con quello della vita. L'abbandono della terza dimensione, cioè il tentativo di tenere il quadro su un piano, segnò nel disegno e nella pittura il rifiuto dell'oggettività e uno dei primi passi nel regno dell'astratto. Si eliminò il modellato. L'oggetto reale fu spinto verso l'astratto, il che rappresentò un certo progresso. Ma questo progresso finì per inchiodare la pittura alla superficie materiale della tela, limitandone la possibilità. Il tentativo di liberarsi di questi limiti fisici, oltre all'interesse per la composizione, doveva portare all'abbandono della superficie. Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell'arte, 1910
Time discloses all
Mabuse, Ritratto di giovane uomo, 1516-17, Kimbell Art Museum, Fort Worth Ho bisogno di tempo...sospirò la cornice. Non preoccuparti, ci conosciamo da appena cinque secoli...replicò il giovane uomo.
...l'opera, sempre sul punto di svanire, cerca il proprio
ipotetico senso in qualcosa di ancor più impalpabile e fuggitivo, nella mobilità
di una vita che si pretende "poema pensato in grande" ma non si sa dove sia e
dove esista, se sia davvero un poema o se la sua vaghezza indefinibile non possa
coincidere con l'indifferenza e con l'opacità del mero trascorrere delle ore. La
vitalità pura è sempre altrove, sfugge ad ogni sistema, ma anche ad ogni
negazione.
Claudio Magris,
Dietro le parole C. Monteverdi - Combattimento di Tancredi e Clorinda, 1638 ( 19 Mb )
Babel
Pieter Bruegel, Piccola Babele, 1563, Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam Il campo visivo è più limpido se si pone una distanza tra l’osservatore e ciò che egli guarda. La terra, vista dallo spazio, mostra chiaramente il suo contorno. Anche il trascorrere del tempo ha lo stesso effetto sedativo; il cannocchiale si rovescia e tutto diventa più piccolo. Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri paesi. Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti. Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico. Salman Abdulaziz Al-Saud, Astronauta Shuttle D.
Balance
Jan Vermeer, Donna che pesa le perle, 1662-65, National Gallery of Art, Washington ...palpebre basse, il tempo va alla pesa. Erano invasati dalla paura di non aver tempo per tutto, e non sapevano che aver tempo significa precisamente non aver tempo per tutto. Robert Musil, L’uomo senza qualità
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