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arte  fiamminga
 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 


 

Creature

Jan Van Eyck, Uomo con turbante blu, c.1430, Rom. National Museum, Bucharest

L'identità di ogni essere umano si definisce nel corso degli anni, in relazione al caso e all'esperienza individuale. Anche un'opera d'arte muta nel tempo, caricandosi di significati imprevedibili per il suo stesso autore. Un quadro è come un viaggio, per chi lo realizza e per chi lo guarda (ascolta, tocca, annusa, mangia). Le opere sono creature.

Il viaggiatore procede, come nella vita, in una mescolanza di programma e casualità, mete prefissate e impreviste digressioni che portano altrove; sbaglia strada, torna indietro, salta fiumi e ruscelli; è incerto su cosa visitare e cosa trascurare, perché anche viaggiare, come scrivere e come vivere, è anzitutto tralasciare.
Claudio Magris

 

ottobre  2006


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Due mondi

R.Campin, Ritratto di uomo grasso, 1430, Thyssen-Bornemisza Collection, Madrid

I gatti, se feriti o ammalati, digiunano. Nel viaggio di risalita i salmoni non mangiano, così come altre specie in condizioni di emergenza. I ghiri, durante il letargo invernale, risolvono il problema alimentare con una vantaggiosa autofagia. E’ molto diffusa, presso gli animali, l’astinenza dal cibo. Le ragioni di questo comportamento sporadico risiedono nelle proprietà rigeneranti e terapeutiche del digiuno. Gli esseri umani non la pensano allo stesso modo: una parte di questi, dotata di tecnologia avanzatissima, ha pensato bene di assegnare all’altra i benefici del digiuno: abbiamo così un mondo che muore d'inedia e un mondo che muore di noia.

Adì 11 di marzo 1554 in domenica mattina desinai con Bronzino pollo e vitella e senti'mi bene (vero è che venendo per me a casa io ero nel letto - era asai ben tardi e levandomi mi sentivo gonfiato e pieno, era asai bel dì); la sera cenai un poco di carne secha arosto che havevo sete e lunedì sera cenai uno cavolo e uno pesce d'uovo. El martesì sera cenai una meza testa di cavretto e la minestra. El mercoledì sera l'altra meza fritta e del zibibo uno buondato e 5 quatrini di pane e caperi in insalata. Giovedì mattina mi venne un capogirlo che mi durò tucto dì, e dapoi sono stato tuctavia maldisposto e del capo debole; giovedì sera una minestra di buono castrone e insalata di barbe. Venerdì sera insalata di barbe e dua huova in pesce d'uovo. Sabato digiuno. Pontormo, Diario

 

ottobre  2006


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Cattleya

Jan Van Eyck, Uomo con turbante rosso, 1433, National Gallery, Londra

Come gli odori, più pungenti nel ricordo, le opere d’arte e la musica possono stimolare la vivida percezione di luoghi e figure del passato: osservando l’immagine dipinta di un volto può comporsi così nella mente l'eterea figura di un altro volto che il tempo ha sbiadito, la piega di una palpebra, la forma di una voce. Anche il palato e la pelle sanno ricordare; i nostri sensi sono un indispensabile strumento di orientamento (non solo topografico), come i sogni notturni, capaci della stessa potenza evocativa. Per la loro proprietà di lasciarsi impressionare, e di impressionarci, andrebbero affinati all’attenzione giorno dopo giorno,

Quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo. Marcel Proust, La Strada di Swann
 

ottobre  2006


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Autoritratto

Jan Van Eyck, I coniugi Arnolfini, 1434, National Gallery, Londra

La luce che pervade questa scena intima e familiare, in cui tutti gli elementi rappresentati esaltano ogni fiducia nell’amore coniugale, da corpo anche al corpo del pittore: al centro del quadro, sulla parete di fondo, è dipinto uno specchio che riflette gli sposi visti da dietro e, tra questi, l’autore dell'opera. Campo e controcampo, diremmo oggi; questo celeberrimo dipinto nasconde un autoritratto. La storia dell’arte è ricca di autoritratti mascherati come questo in cui l’artista rappresenta se stesso col desiderio, giocoso o struggente, di essere parte della scena.  Sopra lo specchio c’è scritto Johannes de eyck fuit hic 1434.: Jan Van Eyck è stato qui.


gennaio  2006


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Margaretha

Jan Van Eyck, Margaretha van Eyck (la moglie), 1439, Groeninge Museum, Bruges

Anche i ricordi invecchiano. Valzer!


ottobre  2006


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Sentimento del tempo

Rogier van der Weyden, San Giuseppe, 1445, Gulbenkian Foundation, Lisbona

Dopo la fine delle cose il sentimento del tempo non è più lo stesso, la memoria rinviene ogni reperto.

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l' andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all' orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l' illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio... Henri Laborit, Elogio della fuga


ottobre  2006


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Occhi negli occhi

Petrus Christus, Ritratto di cartusiano, 1446, Metropolitan Museum, New York

Guarda in direzione dello spettatore, occhi dipinti che fissano occhi vivi. Il suo corpo minuto, come un'impalcatura, sostiene uno sguardo dal piglio acceso, a richiamare l’attenzione di chi vivrà in un tempo futuro. Ti guardo, mi vedi?: è la voce dell'autore. La mosca si posa, lo lascia dire.

Ma io non sono mai stato simile a questo! Come fa a saperlo? Cos’è questo “tu” al quale dovrebbe o non dovrebbe assomigliare? Dove trovarlo? In quale parametro morfologico o espressivo? Dov’è il suo corpo di verità? Lei è il solo a non poter vedere altro che un immagine, non vede mai i suoi occhi, se non inebetiti dallo sguardo rivolto a uno specchio o a un obbiettivo (mi piacerebbe soltanto vedere i miei occhi quando ti guardano); proprio e soprattutto per il suo corpo lei è condannato all’immaginario. Roland Barthes


ottobre  2006


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Legàmi

Rogier van der Weyden, Ritratto di donna, 1455, N. Gallery of Art, Washington

Ogni legame è una svista innocente.
 

ottobre  2006


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Vita silenziosa

Petrus Christus, Ritratto di giovane donna, dopo 1460,Staatliche Museen, Berlino 

…la voce di una giovane donna, sottile come le sue labbra; la voce posata della collana che indossa, quella severa del suo copricapo. La voce mite dei pennelli che scrivono questo brano di spazio e di tempo. Ogni corpo ha una voce. Gli artisti fiamminghi usavano l’espressione vita silenziosa per definire quella che noi chiamiamo natura morta. Questa titolazione degli oggetti, delle cose intorno a noi, muove da un diverso sentimento del tempo e da un rapporto abituale col silenzio, dove (o quando) ogni più flebile voce può essere udita.

Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvisandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. E’ quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo. Quanto spesso viene danneggiato in modo irreparabile dallo sguardo della persona triviale e dalla crudeltà dell’impotente che vorrebbero spargere ovunque la loro afflizione! Mark Rothko, Scritti sull'arte
 

ottobre  2006


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Un lampo

Hans Memling, Ritratto di donna anziana, 1468-70, Museum of Fine Arts, Houston 

...forse, alla fine, verrà alla mente una notte di vento, oppure un cane che corre nella neve. Cose modeste, riapparse in quel lampo che accompagna lo spegnersi della vita come lo spegnersi del sole al tramonto. Porta tutto con sé in nessun luogo la morte.
 

H. Purcell - J. Dryden, King Arthur, 1691 ( 5,3 Mb )

 The frost scene

What power art thou, who from below
Hast made me rise unwillingly and slow
From beds of everlasting snow?
See'st thou not how stiff and wondrous old,
Far unfit to bear the bitter cold,
I can scarcely move or draw my breath?
Let me, let me freeze again to death.

See, see, we assemble
Thy revels to hold:
Tho' quiv'ring with cold
We chatter and tremble.
 

ottobre  2006


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Limiti

H. Memling, Maria Maddalena Portinari, ca. 1470, Metropolitan Museum, New York

A partire dal Quattrocento la cornice del quadro entra nel quadro, dipinta al suo interno oppure travalicata dai personaggi e dagli oggetti ritratti. In questa opera di Memling il copricapo esce dal dipinto col suo velo e si sovrappone alla cornice. Una soluzione illusionistica che produce uno sfalsamento di piani: il soggetto ritratto penetra in uno spazio esterno al quadro rendendo il suo corpo, se possibile, ancor più vitale. Lo spazio della rappresentazione, coi suoi abitanti, si congiunge idealmente con quello della vita.

L'abbandono della terza dimensione, cioè il tentativo di tenere il quadro su un piano, segnò nel disegno e nella pittura il rifiuto dell'oggettività e uno dei primi passi nel regno dell'astratto. Si eliminò il modellato. L'oggetto reale fu spinto verso l'astratto, il che rappresentò un certo progresso. Ma questo progresso finì per inchiodare la pittura alla superficie materiale della tela, limitandone la possibilità. Il tentativo di liberarsi di questi limiti fisici, oltre all'interesse per la composizione, doveva portare all'abbandono della superficie. Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell'arte, 1910


ottobre  2006


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Time discloses all

Mabuse, Ritratto di giovane uomo, 1516-17, Kimbell Art Museum Fort Worth

Ho bisogno di tempo...sospirò la cornice. Non preoccuparti, ci conosciamo da appena cinque secoli...replicò il giovane uomo.

...l'opera, sempre sul punto di svanire, cerca il proprio ipotetico senso in qualcosa di ancor più impalpabile e fuggitivo, nella mobilità di una vita che si pretende "poema pensato in grande" ma non si sa dove sia e dove esista, se sia davvero un poema o se la sua vaghezza indefinibile non possa coincidere con l'indifferenza e con l'opacità del mero trascorrere delle ore. La vitalità pura è sempre altrove, sfugge ad ogni sistema, ma anche ad ogni negazione. Claudio Magris, Dietro le parole
 

C. Monteverdi - Combattimento di Tancredi e Clorinda, 1638  ( 19 Mb )


ottobre  2006


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Babel

Pieter Bruegel, Piccola Babele, 1563, Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam

Il campo visivo è più limpido se si pone una distanza tra l’osservatore e ciò che egli guarda. La terra, vista dallo spazio, mostra chiaramente il suo contorno. Anche il trascorrere del tempo ha lo stesso effetto sedativo; il cannocchiale si rovescia e tutto diventa più piccolo.

Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri paesi. Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti. Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico. Salman Abdulaziz Al-Saud, Astronauta Shuttle D.


ottobre  2006


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Balance

Jan Vermeer, Donna che pesa le perle, 1662-65, National Gallery of Art, Washington

 ...palpebre basse, il tempo va alla pesa.

Erano invasati dalla paura di non aver tempo per tutto, e non sapevano che aver tempo significa precisamente non aver tempo per tutto. Robert Musil, L’uomo senza qualità


ottobre  2006


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