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Jan Van Eyck è stato qui
Jan Van Eyck, I coniugi Arnolfini, 1434, National Gallery, Londra La luce che pervade questa scena intima e familiare, in cui tutti gli elementi rappresentati esaltano ogni fiducia nell’amore coniugale, da corpo anche al corpo del pittore: al centro del quadro, sulla parete di fondo, è dipinto uno specchio che riflette gli sposi visti da dietro e, tra questi, l’autore dell'opera. Campo e controcampo, diremmo oggi; questo celeberrimo dipinto nasconde e svela un autoritratto. La storia dell’arte è ricca di autoritratti mascherati come questo: sopra lo specchio c’è scritto Johannes de eyck fuit hic 1434.: Jan Van Eyck è stato qui.
Albrecht Dürer
Albrecht Dürer, Autoritratto a ventidue anni, 1493, Louvre, Parigi
La nuova smania che dilaga nel Rinascimento spinge gli artisti
all’abbandono delle botteghe artigiane per la vita più luminosa
delle corti: nasce la figura dell’artista-intellettuale; è in questo contesto
che prende vita la tradizione dell’autoritratto come genere. L'autore consegna
il suo corpo alla storia, diventa il soggetto della rappresentazione prima
riservata ai santi e alle loro bravate. Il cielo e la terra accorciano le
distanze.
Autoritratto
Autoritratto senza barba
Quando il sole
fa rosseggiare li nuvoli dell'orizzonte, le cose che per la distanza si
vestivano d'azzurro saranno partecipanti di tal rossore, onde si farà una
mistione infra azzurro e rosso, la quale renderà la campagna molto allegra e
gioconda; e tutte le cose che saranno illuminate da tal rossore, che sono
dense, saranno molto evidenti, e rosseggieranno; e l'aria per esser
trasparente avrà in sé per tutto infuso tal rosseggiamento, onde s dimostrerà
del color del fiore de' gigli. Fa che i nuvoli facciano le loro ombre in
terra, e fa i nuvoli di tanto maggior rossore, quanto e' sono più vicini
all'orizzonte. Il sole non vide mai nessuna ombra. Piglia mo' lo esempio del
sole, il quale se caminerai per una riviera d'un fiume e vederai specchiare in
detto fiume il sole tanto quanto caminerai lungo esso fiume tanto ti parà che
il sole con te camini: e quest'è che il sole è tutto per tutto e tutto nella
parte.Il sole non si move.La luna non ha lume da sé, se non quanto ne vede il
sole, tanto l'alumina.La luna densa e grave, densa e grave come sta, la luna?
Leonardo febbraio 2006
Sofonisba Anguissola
Sofonisba Anguissola, Autoritratto, 1556, Muzeum Zamek, Lancut, Poland Comincia con Sofonisba e le sue sorelle l'ingresso delle donne nella storia della pittura. Tenute alla larga dalle botteghe artigiane del Medioevo, riservate agli uomini, le artiste del Rinascimento giungono alle corti portando il loro universo domestico, che è anche l'ambiente della formazione artistica. Si deve a questa ragione la produzione di numerosi dipinti che ritraggono scene di vita familiare. Pochi, invece, i soggetti a carattere religioso. La casa è un luogo temperato e qui, circondata da cose care, Sofonisba ha ambientato i suoi autoritratti, le mani, gli sguardi.
Ma dove Sofonisba è veramente inimitabile, è nella descrizione
delle anime; di quel tanto di anima che viene tradito dalle fattezze fisiche;
di quell’attimo sentimentale che Sofoniba –con ogni consapevolezza- sa
destinato a essere ingoiato nella morta gora del tempo; di un baluginio di
vita che non si ripeterà più. Questo mistero (che è il sentimento transeunte
delle emozioni e del tempo), Sofonisba Anguissola è fra i pochissimi artisti a
rappresentarlo in tutto il Cinquecento. Roberto Longhi aveva ragione quando
vedeva in Sofonisba un precedente dell’immenso viaggio dentro il cuore
dell’uomo.
Flavio Caroli gennaio 2006
El Greco
El Greco, Autoritratto, 1604, The Metropolitan Museum of Art, New York
C’è l’odore del sangue nei
quadri di El Greco; il sangue gonfia il paesaggio, i polsi, dilata il palato
dei serpenti. Uomini e animali, minacciati dal tempo, combattono la stessa
predestinazione. I santi, loro malgrado, sono i più guastati dal cielo, dal
destino e dal desiderio. Scrutano l'alto, dolenti, invocando chissà quale
risarcimento.
Benchè morto da secoli, El Greco...
dal blog
alètheia febbraio 2006
Artemisia Gentileschi
Artemisia Gentileschi, Autoritratto,1630-39, Kensington Palace Collection, Londra E' una scena di guerra: l’autoritratto di una giovane donna stuprata e torturata; le armi sono i pennelli. Cancella il dolore con i tuoi pennelli. Dipingi sopra il dolore, mia cara, finché non ne rimanga traccia la esorta un’amica suora. Nel 1611 Artemisia, figlia del pittore Orazio, viene ripetutamente stuprata da un altro pittore, Agostino Tassi, suo insegnante di prospettiva. Il processo che segue la vede umiliata al punto da subire la tortura dei sibilli, inflitta dagli inquisitori ad Artemisia per garantire, secondo il costume giurisprudenziale di allora, l'accertamento della verità. La verità è che la tortura si compie per indurla a ritrattare la denuncia e negare quanto accaduto. Invano. Il lungo processo si conclude con la condanna di Agostino Tassi ma Artemisia deve trasferirsi in un’altra città per lo scandalo. La pittura successiva al processo-tortura, per lungo tempo, è la risposta armata di Artemisia a quanto accaduto: Giaele, Giuditta… hanno il volto di Artemisia nelle vesti di donne che uccidono uomini per difesa, soccorso o vendetta. I pennelli s'imbevono di sangue, si rovesciano i ruoli, se pure nella sola rappresentazione pittorica, e la vittima diviene carnefice. Non basta la sentenza di un tribunale a risanare la memoria guastata da un danno.
Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la
sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le
cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima
fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla
bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi
le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et
appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li
sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro
anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne. Testimonianza
di Artemisia al processo febbraio 2006
Elisabetta Sirani
Elisabetta Sirani, Autoritratto,1658, Museo Pushkin, Mosca Babbo, è arrivato il Conte, quello vecchio amico tuo, e mi ha regalato della carta regia e un lapis nuovo. Mi ha detto di provare a disegnare un tuo ritratto mentre dipingi. Babbo, tu non vuoi che io faccia la pittrice, lo dici sempre alla mamma, ma a me mi vengono le figure. Dove vai tutto il giorno, tu? Perché non mi porti con te… Vai in piazza, là dove andava Guido. Oggi ho fatto un disegno, ma ho paura di finire quella bella carta nuova, perciò la uso davanti e dietro, così non la spreco. Mi ha detto il conte che qui tutti parlano di Guercino. Non è tuo amico, vero? Dicono che tu eri il prediletto di Guido ma che poi tu l’hai lasciato. Era geloso di te? Io non so cosa vuol dire prediletto, ma vorrei essere la tua prediletta. Ti metto questo foglio sotto il cuscino, tu non farlo vedere a nessuno, nemmeno alla mamma, ma questo suo ritratto somiglia tanto alla Madonna che tu hai di là e che hai copiato da Guido. Ho visto che tu hai finito alcuni suoi quadri quando lui è morto. Guido non sta più in piazza. Passa veloce e va, come il vento. Guido va... Il Guido della lettera al padre è Guido Reni, figura di riferimento per tutta la breve vita di Elisabetta. Sono sepolti insieme a Bologna, nella chiesa di San Domenico. Elisabetta muore a ventisette anni avvelenata, si dice, dalla governante. In realtà muore di peritonite ma il mito della morte per avvelenamento durerà per secoli. Anch’io sto male ma lo debbo tenere nascosto. Mi fa male lo stomaco e mi tocca dipingere sempre in piedi. Me ne vorrei andare… Lo studio delle sue figure, dei documenti rimasti, è un viaggio avvincente e doloroso; tutto è pregno della sua verginità.
Dimmelo, dai, Lucia, Dimmelo. Sai che
non vedo mai nessuno. Ho sentito il babbo che diceva alla mamma che tu hai un
fabbro che ti fa la corte che si chiama Giovanni. E poi la mamma ha detto che
tu ti acconci i capelli che sembra che sei tu la padrona e dice che così non va. Ho tanto
mal di stomaco, Lucia, dammi il tuo pancotto. Mi fa ridere questa storia dei
capelli. Dimmelo Lucia se il fabbro è il tuo innamorato. Dimmi se ti vuole
sposare. Lavinia Fontana si è sposata, e suo padre l’ha anche aiutata. Ma il
mio… Tu non te li devi arricciare i capelli, perché li hai già belli. Ti
ricordi quanto tempo ci abbiamo messo per farmi i ricci quando mi son dovuta
fare l’autoritratto? febbraio 2006
Vincent van Gogh
Vincent van Gogh, Autoritratto per Gauguin, 1888, Fogg Art Museum, Cambridge Vincent vive e muore da dissidente, schernito da una società conformista che scandalizza suo malgrado. Dipinge il dolore, le stelle, il suo sguardo abbacinato sull'esistenza. Tagliandosi un orecchio attua una separazione dal mondo e da sé; l'autoamputazione è l'ultima domanda-risposta prima dello sparo. Occhi sfondati dal sole, corvi sul campo di grano. Per questo lavoro io
rischio la vita, e la mia ragione è quasi completamente naufragata. Vincent,
ultima lettera
a Theo novembre 2006
Paul Gauguin
Paul Gauguin, Autoritratto, Les Miserables, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam Per Gauguin il quadro è una finestra sul sogno, un tappeto volante; Van Gogh non concepisce un dipinto senza un oggetto-soggetto da ritrarre: questa è la principale discussione che agita i due mesi di convivenza nella casa gialla di Arles. E’ accanto ai minatori che nasce in Vincent la necessità di dipingere: il quadro è la risposta-colore alla dolorosa condizione umana, uno strumento di denuncia e di lotta. Gauguin comincia a dipingere dopo essersi lungamente occupato di finanza: il quadro è la risposta-colore al bisogno di fuga dal destino burocratico. Van Gogh è il militante che resta sul posto e in un campo di questo posto si spara; Gauguin trascorre tutta la sua esistenza come un esule viaggiante; muore in un'isola dei mari del sud. Ci sono sogni che possono cominciare solamente dopo una fuga.
Andando a ritroso sono arrivato ben lontano,
molto più lontano dei cavalli del Partenone, sino al giocattolo della mia
infanzia: il buon cavallo di legno. Paul Gauguin novembre 2006
Autocaffè
Giacomo Balla, Autocaffè, 1928, Galleria degli Uffizi, Firenze C’è sempre un buon motivo per bere un caffè. Al mattino il suo aroma corre per casa e preme sulle finestre perché si aprano. Il rientro dai sogni è meno fastidioso in compagnia di un caffè, due, tre… Tra tutti il mio preferito è quello del tramonto. La serietà incurabile del crepuscolo induce a uno sguardo più chiaro sulle cose, l’attenzione si allunga come le ombre prima dell’ultimo lampo del sole. Senza zucchero, grazie Peppina. Divina Flor, che cominciava appena a fiorire, servì a Santiago Nasar una gran tazza di caffè rustico con uno schizzo d’alcol di canna, come faceva tutti i lunedì, per aiutarlo a smaltire il peso della notte precedente. La cucina enorme, con il sussurro del fuoco e le galline addormentate sulle grucce, pareva respirare col fiato sospeso. Santiago Nasar masticò un’altra aspirina e si sedette a bere a lunghe sorsate la tazza grande di caffè, con lento pensare, senza staccare lo sguardo dalle due donne che sbudellavano i conigli sul fornello. Gabriel Garcia Marquez, Cronaca di una morte annunciata
Tony Cragg
Tony Cragg, Autoritratto con sacco, 1980
Pezzi di plastica, materiali da buttare,
disposti come tessere di un mosaico. Altrimenti destinati a un inceneritore
questi resti danno vita alla rappresentazione tridimensionale di un uomo il cui sguardo è rivolto a un sacco d’immondizia che
pare un grembo. L’uomo da corpo agli oggetti, gli oggetti danno corpo
all’uomo. La natura fa il resto. febbraio 2006
Henri Cartier-Bresson
Henri Cartier-Bresson, Autoritratto (Provenza), 1999 Nessuna provenienza, nessuna
destinazione. ...chansoneta, vai t'en la dreita
via ...va', canzonetta, per la via
più breve Ramberti Buvalel, Eu sai la flor plus bella d'autra flor Traduzione di
Giuseppe E. Sansone 23 gennaio 2007
Christina Kolaiti
Christina Kolaiti, Autoritratto, 2001 Ai bordi delle strade, dei fiumi, delle case, si accumulano scorie che provengono dalla movimentata vitalità del centro. Queste scorie danno vita a un micromondo animato da elementi organici e inorganici, oggetti di poco conto, frammenti consumati senza più identità; è un universo pulviscolare e provvisorio che ha perduto ogni legame col centro di provenienza, aggregato dalla fatalità e da quella legge per cui ogni vita produce scorie fin quando, estinguendosi, diventa scoria essa stessa e così via: natura, caso e mistero. Anche il tempo, volendo immaginarne una centralità che non gli appartiene, in certi attimi sembra rivelarci la presenza di una deriva in cui si agita una vita minore e più silenziosa. Penso all'alba (una personale smania di questo periodo), a quando si ha la febbre, alle eclissi. Le cose piccole diventano grandi, le cose grandi diventano piccole. Momenti in cui tutto sembra più chiaro, per poco.
5 marzo 2007
Jaume Plensa · Autoritratto as H.B. II · 2006 Nelle notti di nebbia, quando è impossibile vedere i lampi dei fari, un nautofono segnala la posizione dei porti: un suono vicario indica ciò che la vista non può percepire, consentendo l'orientamento ai naviganti. Posizionato sulla terraferma il nautofono ristabilisce anche un legame con punti noti, una congiunzione sensoriale tra corpi galleggianti e corpi stanziali che allevia il disagio provocato dal senso di vuoto (ben noto a chi viaggia per mare, quando in certe condizioni climatiche l'aria e l'acqua diventano una sola sostanza astratta). Coi suoi sibili, che sembrano parole primitive, il nautofono è un identificativo topografico e antropologico, la memoria sonora di un luogo. Solitamente spenta nei giorni di sole, questa memoria si accende quando le condizioni esterne divengono avverse e un vuoto di senso si propaga come nebbia all'improvviso.
Antico, sono ubriacato dalla voce
Eugenio Montale ·
Ossi di seppia, Mediterraneo 31 marzo 2008
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