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autoritratto
 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 


 

 


 

Jan Van Eyck è stato qui

Jan Van Eyck, I coniugi Arnolfini, 1434, National Gallery, Londra

La luce che pervade questa scena intima e familiare, in cui tutti gli elementi rappresentati esaltano ogni fiducia nell’amore coniugale, da corpo anche al corpo del pittore: al centro del quadro, sulla parete di fondo, è dipinto uno specchio che riflette gli sposi visti da dietro e, tra questi, l’autore dell'opera. Campo e controcampo, diremmo oggi; questo celeberrimo dipinto nasconde e svela un autoritratto. La storia dell’arte è ricca di autoritratti mascherati come questo: sopra lo specchio c’è scritto Johannes de eyck fuit hic 1434.: Jan Van Eyck è stato qui.


gennaio  2006


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Albrecht Dürer

Albrecht Dürer, Autoritratto a ventidue anni, 1493, Louvre, Parigi

La nuova smania che dilaga nel Rinascimento spinge gli artisti all’abbandono delle botteghe artigiane per la vita più luminosa delle corti: nasce la figura dell’artista-intellettuale; è in questo contesto che prende vita la tradizione dell’autoritratto come genere. L'autore consegna il suo corpo alla storia, diventa il soggetto della rappresentazione prima riservata ai santi e alle loro bravate. Il cielo e la terra accorciano le distanze.
 


gennaio  2006


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Autoritratto

 Autoritratto senza barba
Leonardo da Vinci,1503-6, Louvre, Parigi

Quando il sole fa rosseggiare li nuvoli dell'orizzonte, le cose che per la distanza si vestivano d'azzurro saranno partecipanti di tal rossore, onde si farà una mistione infra azzurro e rosso, la quale renderà la campagna molto allegra e gioconda; e tutte le cose che saranno illuminate da tal rossore, che sono dense, saranno molto evidenti, e rosseggieranno; e l'aria per esser trasparente avrà in sé per tutto infuso tal rosseggiamento, onde s dimostrerà del color del fiore de' gigli. Fa che i nuvoli facciano le loro ombre in terra, e fa i nuvoli di tanto maggior rossore, quanto e' sono più vicini all'orizzonte. Il sole non vide mai nessuna ombra. Piglia mo' lo esempio del sole, il quale se caminerai per una riviera d'un fiume e vederai specchiare in detto fiume il sole tanto quanto caminerai lungo esso fiume tanto ti parà che il sole con te camini: e quest'è che il sole è tutto per tutto e tutto nella parte.Il sole non si move.La luna non ha lume da sé, se non quanto ne vede il sole, tanto l'alumina.La luna densa e grave, densa e grave come sta, la luna? Leonardo
 

febbraio  2006


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Sofonisba Anguissola

Sofonisba Anguissola, Autoritratto, 1556, Muzeum Zamek, Lancut, Poland

Comincia con Sofonisba e le sue sorelle l'ingresso delle donne nella storia della pittura. Tenute alla larga dalle botteghe artigiane del Medioevo, riservate agli uomini, le artiste del Rinascimento giungono alle corti portando il loro universo domestico, che è anche l'ambiente della formazione artistica. Si deve a questa ragione la produzione di numerosi dipinti che ritraggono scene di vita familiare. Pochi, invece, i soggetti a carattere religioso. La casa è un luogo temperato e qui, circondata da cose care, Sofonisba ha ambientato i suoi autoritratti, le mani, gli sguardi.

Ma dove Sofonisba è veramente inimitabile, è nella descrizione delle anime; di quel tanto di anima che viene tradito dalle fattezze fisiche; di quell’attimo sentimentale che Sofoniba –con ogni consapevolezza- sa destinato a essere ingoiato nella morta gora del tempo; di un baluginio di vita che non si ripeterà più. Questo mistero (che è il sentimento transeunte delle emozioni e del tempo), Sofonisba Anguissola è fra i pochissimi artisti a rappresentarlo in tutto il Cinquecento. Roberto Longhi aveva ragione quando vedeva in Sofonisba un precedente dell’immenso viaggio dentro il cuore dell’uomo. Flavio Caroli
 

gennaio  2006


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El Greco

El Greco, Autoritratto, 1604, The Metropolitan Museum of Art, New York

C’è l’odore del sangue nei quadri di El Greco; il sangue gonfia il paesaggio, i polsi, dilata il palato dei serpenti. Uomini e animali, minacciati dal tempo, combattono la stessa predestinazione. I santi, loro malgrado, sono i più guastati dal cielo, dal destino e dal desiderio. Scrutano l'alto, dolenti, invocando chissà quale risarcimento.

 

Benchè morto da secoli, El Greco...  dal blog  alètheia
 

febbraio  2006


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Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi, Autoritratto,1630-39, Kensington Palace Collection, Londra

E' una scena di guerra: l’autoritratto di una giovane donna stuprata e torturata; le armi sono i pennelli. Cancella il dolore con i tuoi pennelli. Dipingi sopra il dolore, mia cara, finché non ne rimanga traccia la esorta un’amica suora. Nel 1611 Artemisia, figlia del pittore Orazio, viene ripetutamente stuprata da un altro pittore, Agostino Tassi, suo insegnante di prospettiva. Il processo che segue la vede umiliata al punto da subire la tortura dei sibilli,  inflitta dagli inquisitori ad Artemisia per garantire, secondo il costume giurisprudenziale di allora, l'accertamento della verità. La verità è che la tortura si compie per indurla a ritrattare la denuncia e negare quanto accaduto. Invano. Il lungo processo si conclude con la condanna di Agostino Tassi ma Artemisia deve trasferirsi in un’altra città per lo scandalo. La pittura successiva al processo-tortura, per lungo tempo, è la risposta armata di Artemisia a quanto accaduto: Giaele, Giuditta… hanno il volto di Artemisia nelle vesti di donne che uccidono uomini per difesa, soccorso o vendetta. I pennelli s'imbevono di sangue, si rovesciano i ruoli, se pure nella sola rappresentazione pittorica, e la vittima diviene carnefice. Non basta la sentenza di un tribunale a risanare la memoria guastata da un danno.

Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne. Testimonianza di Artemisia al processo
 

febbraio  2006


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Elisabetta Sirani

Elisabetta Sirani, Autoritratto,1658, Museo Pushkin, Mosca

Babbo, è arrivato il Conte, quello vecchio amico tuo, e mi ha regalato della carta regia e un lapis nuovo. Mi ha detto di provare a disegnare un tuo ritratto mentre dipingi. Babbo, tu non vuoi che io faccia la pittrice, lo dici sempre alla mamma, ma a me mi vengono le figure. Dove vai tutto il giorno, tu? Perché non mi porti con te… Vai in piazza, là dove andava Guido. Oggi ho fatto un disegno, ma ho paura di finire quella bella carta nuova, perciò la uso davanti e dietro, così non la spreco. Mi ha detto il conte che qui tutti parlano di Guercino. Non è tuo amico, vero? Dicono che tu eri il prediletto di Guido ma che poi tu l’hai lasciato. Era geloso di te? Io non so cosa vuol dire prediletto, ma vorrei essere la tua prediletta. Ti metto questo foglio sotto il cuscino, tu non farlo vedere a nessuno, nemmeno alla mamma, ma questo suo ritratto somiglia tanto alla Madonna che tu hai di là e che hai copiato da Guido. Ho visto che tu hai finito alcuni suoi quadri quando lui è morto. Guido non sta più in piazza. Passa veloce e va, come il vento. Guido va... Il Guido della lettera al padre è Guido Reni, figura di riferimento per tutta la breve vita di Elisabetta. Sono sepolti insieme a Bologna, nella chiesa di San Domenico. Elisabetta muore a ventisette anni avvelenata, si dice, dalla governante. In realtà muore di peritonite ma il mito della morte per avvelenamento durerà per secoli. Anch’io sto male ma lo debbo tenere nascosto. Mi fa male lo stomaco e mi tocca dipingere sempre in piedi. Me ne vorrei andare… Lo studio delle sue figure, dei documenti rimasti, è un viaggio avvincente e doloroso; tutto è pregno della sua verginità.

Dimmelo, dai, Lucia, Dimmelo. Sai che non vedo mai nessuno. Ho sentito il babbo che diceva alla mamma che tu hai un fabbro che ti fa la corte che si chiama Giovanni. E poi la mamma ha detto che tu ti acconci i capelli che sembra che sei tu la padrona e dice che così non va. Ho tanto mal di stomaco, Lucia, dammi il tuo pancotto. Mi fa ridere questa storia dei capelli. Dimmelo Lucia se il fabbro è il tuo innamorato. Dimmi se ti vuole sposare. Lavinia Fontana si è sposata, e suo padre l’ha anche aiutata. Ma il mio… Tu non te li devi arricciare i capelli, perché li hai già belli. Ti ricordi quanto tempo ci abbiamo messo per farmi i ricci quando mi son dovuta fare l’autoritratto?
 

febbraio  2006


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Vincent van Gogh

Vincent van Gogh, Autoritratto per Gauguin, 1888,  Fogg Art Museum, Cambridge

Vincent vive e muore da dissidente, schernito da una società conformista che scandalizza suo malgrado. Dipinge il dolore, le stelle, il suo sguardo abbacinato sull'esistenza. Tagliandosi un orecchio attua una separazione dal mondo e da sé; l'autoamputazione è l'ultima domanda-risposta prima dello sparo. Occhi sfondati dal sole, corvi sul campo di grano.

Per questo lavoro io rischio la vita, e la mia ragione è quasi completamente naufragata. Vincent, ultima lettera a Theo
 

novembre  2006


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Paul Gauguin

Paul Gauguin, Autoritratto, Les Miserables, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Per Gauguin il quadro è una finestra sul sogno, un tappeto volante; Van Gogh  non concepisce un dipinto senza un oggetto-soggetto da ritrarre: questa è la principale discussione che agita i due mesi di convivenza nella casa gialla di Arles. E’ accanto ai minatori che nasce in Vincent la necessità di dipingere: il quadro è la risposta-colore alla dolorosa condizione umana, uno strumento di denuncia e di lotta. Gauguin comincia a dipingere dopo essersi lungamente occupato di finanza: il quadro è la risposta-colore al bisogno di fuga dal destino burocratico. Van Gogh è il militante che resta sul posto e in un campo di questo posto si spara; Gauguin trascorre tutta la sua esistenza come un esule viaggiante; muore in un'isola dei mari del sud. Ci sono sogni che possono cominciare solamente dopo una fuga.

Andando a ritroso sono arrivato ben lontano, molto più lontano dei cavalli del Partenone, sino al giocattolo della mia infanzia: il buon cavallo di legno. Paul Gauguin
 

novembre  2006


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Autocaffè

Giacomo Balla, Autocaffè, 1928, Galleria degli Uffizi, Firenze

C’è sempre un buon motivo per bere un caffè. Al mattino il suo aroma corre per casa e preme sulle finestre perché si aprano. Il rientro dai sogni è meno fastidioso in compagnia di un caffè, due, tre… Tra tutti il mio preferito è quello del tramonto. La serietà incurabile del crepuscolo induce a uno sguardo più chiaro sulle cose, l’attenzione si allunga come le ombre prima dell’ultimo lampo del sole. Senza zucchero, grazie Peppina. 

Divina Flor, che cominciava appena a fiorire, servì a Santiago Nasar una gran tazza di caffè rustico con uno schizzo d’alcol di canna, come faceva tutti i lunedì, per aiutarlo a smaltire il peso della notte precedente. La cucina enorme, con il sussurro del fuoco e le galline addormentate sulle grucce, pareva respirare col fiato sospeso. Santiago Nasar masticò un’altra aspirina e si sedette a bere a lunghe sorsate la tazza grande di caffè, con lento pensare, senza staccare lo sguardo dalle due donne che sbudellavano i conigli sul fornello. Gabriel Garcia Marquez, Cronaca di una morte annunciata



maggio  2006


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Tony Cragg

Tony Cragg, Autoritratto con sacco, 1980

Pezzi di plastica, materiali da buttare, disposti come tessere di un mosaico. Altrimenti destinati a un inceneritore questi resti  danno vita alla rappresentazione tridimensionale di un uomo il cui sguardo è rivolto a un sacco d’immondizia che pare un grembo. L’uomo da corpo agli oggetti, gli oggetti danno corpo all’uomo. La natura fa il resto.
 

febbraio  2006


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Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson, Autoritratto (Provenza), 1999

Nessuna provenienza, nessuna destinazione.
Così vorrei fosse il viaggio.
 

...chansoneta, vai t'en la dreita via
lai envers Est, on fis pretz cabalos
soiorn' e jai ab la meillor c'anc fos.

...va', canzonetta, per la via più breve
verso Este là dove il pregio perfetto
dimora e sta con chi mai fu migliore.

Ramberti Buvalel, Eu sai la flor plus bella d'autra flor

Traduzione di Giuseppe E. Sansone
 

23  gennaio 2007


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Christina  Kolaiti

Christina Kolaiti, Autoritratto, 2001

Ai bordi delle strade, dei fiumi, delle case, si accumulano scorie che provengono dalla movimentata vitalità del centro. Queste scorie danno vita a un micromondo animato da elementi organici e inorganici, oggetti di poco conto, frammenti consumati senza più identità; è un universo pulviscolare e provvisorio che ha perduto ogni legame col centro di provenienza, aggregato dalla fatalità e da quella legge per cui ogni vita produce scorie fin quando, estinguendosi, diventa scoria essa stessa e così via: natura, caso e mistero. Anche il tempo, volendo immaginarne una centralità che non gli appartiene, in certi attimi sembra rivelarci la presenza di una deriva in cui si agita una vita minore e più silenziosa. Penso all'alba (una personale smania di questo periodo), a quando si ha la febbre, alle eclissi. Le cose piccole diventano grandi, le cose grandi diventano piccole. Momenti in cui tutto sembra più chiaro, per poco.


Lo tempo va dintorno con le force

Canto sedicesimo del paradiso di Dante

 

5 marzo 2007


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Banchi di nebbia

Jaume Plensa · Autoritratto as H.B. II · 2006

Nelle notti di nebbia, quando è impossibile vedere i lampi dei fari, un nautofono segnala la posizione dei porti: un suono vicario indica ciò che la vista non può percepire, consentendo l'orientamento ai naviganti. Posizionato sulla terraferma il nautofono ristabilisce anche un legame con punti noti, una congiunzione sensoriale tra corpi galleggianti e corpi stanziali che allevia il disagio provocato dal senso di vuoto (ben noto a chi viaggia per mare, quando in certe condizioni climatiche l'aria e l'acqua diventano una sola sostanza astratta). Coi suoi sibili, che sembrano parole primitive, il nautofono è un identificativo topografico e antropologico, la memoria sonora di un luogo. Solitamente spenta nei giorni di sole, questa memoria si accende quando le condizioni esterne divengono avverse e un vuoto di senso si propaga come nebbia all'improvviso.


Antico, sono ubriacato dalla voce
ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t'era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l'aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m'hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d'ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

Eugenio Montale · Ossi di seppia, Mediterraneo
 

31 marzo 2008


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