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Tonsure
Marcel Duchamp, Tonsure, Autoritratto, 1919
Le dispiace se
dico una bugia? Sogno
L’angoscia è, come abbiamo
imparato, un particolare stato di dispiacere che si verifica come risposta al
pericolo di una perdita; ma è anche vero che laddove il desiderio di un
qualcosa subisce una rimozione, la sua libido si trasforma in angoscia
(connessa all’attesa). Essa, dunque, sottrae l’uomo alla sicurezza di sé, al
suo con-essere con gli altri in una dimensione di falsa speranza. Gli istinti
repressi sono i pericoli che minacciano l’uomo civile. Occorre demolire le
convenzioni di decenza da cui dipende la grande menzogna, lacerare lo schermo
posticcio che separa il pubblico dal privato. Ogni latrina è salotto, ogni
salotto è latrina. La distinzione tra sublime e volgare non ha senso. Siamo
nascosti sotto il nostro contrario.
Lea Vergine,
Il corpo come linguaggio marzo 2006
Salto nel vuoto
Yves Klein, Le saut dans le vide, 1960 Non si preoccupi per me, somatizzo. Questi artisti non guardano lungamente la vita, non si esprimono sommessamente, non escludono nulla e, in molti di essi, specie quando mettono allo scoperto l’organizzazione mostruosa del reale e tutte le nostre infermità (sottraendosi alla connivenza farisaica e alla tartuferia ipocrita), la sofferenza non si scioglie nel misticismo. E’ un affrontare la morte attraverso la vita, frugando al di sotto, esibendo il segreto e il rovescio. Solo sperimentando a poco a poco la morte si riesce a saperne un po’ di più sulla vita, solo mostrando quanto è precario tutto ciò che siamo abituati a chiamare stato normale. Non sceneggiano la storia di un personaggio. Cercano l’uomo-umano, che non è castrato dal funzionalismo della società, l’uomo che sfugge al concetto di profitto. L’importante non è sapere, ma sapere che si sa. E’ uno stato in cui la cultura non serve più a niente. Lea Vergine, Il corpo come linguaggio
Piero Manzoni, Opera d'arte vivente, 1961
Si rimetta le mutande per favore,
Le testimonianze di sé, della propria
vita, l’intera sfera del privato vengono impiegate come materiale di repertorio.
Tutto diventa recuperabile: una qualunque azione di un qualsiasi momento di una
qualsiasi giornata; le proprie foto, le radiografie; la propria voce; tutti i
possibili rapporti con gli escrementi e con i genitali; ricostruzioni di fatti
del proprio passato o messe in scena di sogni; l’inventario degli incidenti di
famiglia; la ginnastica, la mimica e le acrobazie; le percosse e le ferite. “…in
ciascuna percezione il corpo è là: esso è il passato immediato in quanto affiora
ancora nel presente che lo fugge. Questo significa che esso è, ad un tempo,
punto di vista e punto di partenza: un punto di vista o un punto di partenza che
io sono e che insieme oltrepasso verso ciò che ho da essere” (J. P. Sartre)
Lea Vergine,
Il corpo come linguaggio marzo 2006
Ana
Günter Brus, Ana, 1964
Perché non mi da una mano? Non vede
La vittima si fa carnefice, il
torturato torturatore. E’ di scena la pitagorica legge del taglione: l’offensore
subisce lo stesso danno che ha inflitto all’offeso. Si scatenano le pulsioni
distruttive. Si celebrano veri e propri riti di contaminazione, il cui senso
assume o una nostalgia di contaminazione infinita o la forza di una violenza che
va sempre interpretata come un mezzo per rompere e decomporre la normalità delle
figure in cui l’uomo è ipocritamente obbligato a riconoscersi. Sono evidenti le
analogie tra cerimoniali ossessivi e pratiche di culto. Le nevrosi ossessive,
come è stato già dimostrato dalla psicoanalisi, costituiscono l’equivalente
patologico del rituale religioso.
Lea Vergine,
Il corpo come linguaggio
marzo 2006
Fontana
Bruce Nauman, Autoritratto come fontana, 1966 Ha
visto che slancio? Questo è niente, Alcuni mettono in atto uno spostamento, un’inversione, una censura attraverso citazioni antropologiche o invenzioni a carattere onirico; altri si fanno invece portatori di affabulazioni paradossali e terrifiche; altri ancora, più mitomani, si soffermano sugli chocs dell’infanzia e sui transferts dell’adolescenza. Abbiamo l’uomo che è solo tale, l’uomo che non è faber, né ludens, né sapiens: l’uomo senza la Favola (senza la morale, l’apologo e l’allegoria), l’uomo col suo terrore della banalità ininterrotta, con le sue affezioni e disaffezioni maledette, coi suoi atti pii e osceni, coi suoi visceri rossi e impuri, col suo gusto della decadenza e dell’espiazione. Lea Vergine, Il corpo come linguaggio
marzo 2006
Azione sentimentale
Gina Pane, Azione sentimentale, 1974
Ora che siamo liberi possiamo
Mostrare fino in fondo le proprie
debolezze fisiche e psichiche è l’unica strada che può permettere a molti di
intervenire sulla loro vita. Gina Pane, ad esempio, presenta sempre situazioni
legate ad antecedenti –i ricordi- che vengono tradotti nella pièce. Attraverso
questa, l’autrice si libera da cariche di affetto bloccato in maniera tanto
intensa da rasentare il patogeno. Il grado di eccitazione arriva fino al limite
del trauma. Si hanno scariche emozionali mediante le quali ci si chiede se
l’autrice si libera del peso dell’evento traumatico o lo sistematizza per
tesaurizzarle. Il tema è, spesso, quello di riempire un vuoto insostenibile, un
vuoto-lutto, la perdita dell’oggetto amato. Lea
Vergine,
Il corpo come linguaggio
marzo 2006
Spring
Gilbert & George, Photo-sculptures: Spring, 1976
Non le pare di non esagerare?
Tra i più romantici nell’esaltare,
enfatizzandone anche i nonsenses, i valori del sentimento, ci sono gli inglesi
Gilbert e Gorge. Uno squisito tableau vivant, immerso in una rêverie intessuta
di azioni intime che concedono poco al privato. La loro conoscenza della realtà
non è certo adattamento ad essa (se non nei momenti in cui recitano in pubblico,
e allora si fa rapporto reciproco tra organismo e ambiente): è piuttosto fuga,
elusione, favoreggiamento. Gilbert e Gorge fanno di tutto perché non esista
alcuna differenza tra ciò che è la loro vita e l’arte: il loro tenace
accanimento in questa direzione non è lontano dall’eroismo. Marionette satiriche
al confine tra l’umano e il disumano. Essi fingono di ignorare la loro
condizione di superstiti solo per combatterla meglio. Il massimo successo è
sopravvivere, diceva Saul Bellow.
Lea Vergine,
Il corpo come linguaggio
marzo 2006
Orlan
Orlan, Autoritratto, 1998 La tela è il corpo, il proprio corpo colorato, sezionato, modificato da interventi chirurgici. Orlan cambia faccia ripetutamente, cambiando così la sua riconoscibilità. Il confine tra essere e dover essere si riduce al punto da lasciar tracimare ogni possibile identità; di volta in volta una nuova faccia, una nuova persona, nessuno. L'arte carnale trasforma il corpo in linguaggio, rovesciando l'idea biblica della parola fatta carne; la carne si fa parola. Orlan
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