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materiali

 

 


 

 

 

 


 

 

 

 

 



 

La voce dei materiali

Isola di Tinos,Grecia, 1992 

Da bambino costruivo teatrini e automobiline con materiali di scarto trovati per strada. Legnetti, fili di ferro arrugginito, pezzi di plastica, cartone. Era bello questo gioco e mi perdevo, senza che alcuna colpa ne violasse l’incanto. Trascorrevo intere giornate mettendo insieme questi materiali poveri. Un filo di spago legava le ali di cartone d’un piccolo aereo alla sua fusoliera e l'aereo volava, lontano. Nello studio in cui lavoro oggi ci sono gli stessi materiali: mi perdo anche ora, come allora, pur coi limiti dell’età adulta. Non so più avere l’abbandono di quando ero bambino ma per tentare di provocarlo comincio sempre dal materiale. Senza fretta, giocosamente. Mi accosto a un materiale cercando di ascoltare quel che ha da dire. Alcuni materiali sono chiacchieroni, altri parlano poco. Un po’ come i gatti, ciascuno col proprio carattere. Cerco di intonarmi a questo carattere avendo cura di rispettare le sue caratteristiche fisiologiche. Non mi piace che si dica una cosa negandone un’altra. Non mi piace mai. Si dice una cosa per dire quella cosa e può bastare. Allo stesso modo mi piace dire un materiale per dire solamente quel materiale. Anche questo può bastare. Il cartone è il cartone, arido e polveroso, voce rauca; l'acqua lo smembra, il fuoco lo consuma. E’ bello così, è bello anche per questa vulnerabilità. L’acciaio è nervoso, austero, affidabile. Il ferro è buono, infaticabile, remissivo. La plastica spesso è incompresa. Non è bello che la plastica diventi finta-pelle, finto-legno, finta-plastica. Pur essendo un materiale sintetico ha la fierezza di quelli naturali. Bisogna accostarsi silenziosamente ai materiali, parlano loro. Il legno emette suoni che somigliano a quelli del pane. Anche l’acqua è un materiale. Così pure gli alberi, le stelle, una strada. Il respiro e le parole, la memoria, l’orizzonte e la nostra esistenza tutta sono materiali.
 

 L’arte deve nascere dal materiale. Ogni materiale
ha un suo linguaggio. E’ un linguaggio.

Jean Dubuffet

 

gennaio 2006


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Bava di vento

C’è un vecchio secchio, nel giardino della mia casa, sempre colmo d’acqua piovana. Il tempo e il caso soltanto si occupano di lui. Sulla sua superficie sono visibili i resti di una vita operosa, un’ altra vita, affiora il colore tra le crepe della ruggine. Il suo orlo è come una bocca guastata ma il vento, qualche volta, increspa la sua piccola pozza e allora sembra contento.

Accadeva come dopo certi sogni. Un amore perduto o un altro ritenuto impossibile o funesto appaiono. Oppure si tratta dell’ immagine di persona estranea che d’ un tratto, nel sogno, si scioglie in gesti e parole che la fanno amare. Non che al risveglio si corra in cerca di lei o che qualcosa muti, della vita, per questo, ma dal sogno un’ acuta dolcezza s prolunga nel giorno e di essa si è vivi. Vittorio Sereni, Frammenti di una sconfitta
 

febbraio  2006


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Fucha

Fucha, Alimento vegetariano giapponese del XVII secolo, foto di  Reinhart Wolf

Su un piatto nero viene servita una sottile fetta di nori, alga marina purpurea pressata, con accanto una fetta di melone arrotolata e legata e, dietro, un contorno di rafano e di radici nere, una piccola melanzana con guarnizione di nori e una sbarretta arrostita di pasta di radici di aron. Angela Terzani, Giappone-Cibo come arte

Il vassoio del pasto sembra un quadro dei più delicati: è una cornice che contiene su fondo scuro vari oggetti (scodelle, scatole, piattini, bacchette, minimi pezzi di cibo, un poco di zenzero grigio, qualche pizzico di legumi color arancio, un fondo di salsa bruna) e dal momento che questi recipienti e questi pezzi di cibo sono esigui e minuti, ma numerosi, si direbbe che questi piatti inverino la definizione della pittura, che, a dire di Piero della Francesca, "non è che una dimostrazione di superfici e corpi che diventano via via più piccoli o più grandi a seconda del loro rapporto".
Così il cibo giapponese si dispone in un sistema ridotto della materia (dal chiaro al divisibile), in un tremito del significante: sono questi i caratteri elementari della scrittura, stabiliti a partire da una sorta di vacillamento del linguaggio e tale appare appunto il cibo giapponese: un cibo scritto, debitore a quei gesti di divisione e di prelevamento che inscrivono l'alimento non sul vassoio del pasto ma in uno spazio profondo, che dispone in gerarchia l'uomo, la tavola e l'universo. Perché la scrittura è precisamente quest'atto che unisce nella stessa operazione ciò che non può essere afferrato insieme nel solo spazio piatto della rappresentazione.
Roland Barthes, L'impero dei segni


Nell'antico Giappone il nemico si umiliava digiunando.

 

25 novembre 2007


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Domani

Patrick Taschler · Vulcano Tungurahua (part)

L’ultima volta che sono rinato…
Sono tornato dove ognuno vuol tornare:
al calore del buio primigenio dove niente è stato,
ma tutto sta per essere… domani forse… domani

Marcello Fois
· L'ultima volta che sono rinato

 

28  febbraio 2008


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Casa

Philip Plisson · Cape Horn

Allora io vado all'acqua che da sola mi calma, a lei
vado come al fondo di me come allo specchio alla
radice al letto, alla mia mamma acqua e bevo, sgorgo,
volo, cado, in quella posa dei sofferenti, poi torno a
casa.
Mariangela Gualtieri
· Fuoco centrale


Pina Bausch · Die Klage der Kaiserin ·1989

Qui la versione integrale  (81 mb)

 

1 marzo  2008


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Inhabitants

O. L. Mazzatenta  · Guerriero dell'armata di terracotta di Qin Shi Huangdi (part)

Sentirai il tuono e mi rammenterai,
penserai: desiderava la bufera...
Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,
e il cuore come allora in fiamme.
E ciò accadrà nel giorno moscovita
in cui abbandonerò per sempre la città,
muoverò verso il bramato riparo,
lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.

Anna Achmatova
· La corsa del tempo


A. Peleshian · Le stagioni dell'anno · 1975 (38 mb)


2 marzo  2008


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Ali

Wim Wenders · Così lontano così vicino (fotogramma) ·1993

...volare è difficile.
Allarga tuttavia le braccia e prendi
una rincorsa per l'impossibile.
Prendi un'ampia rincorsa per poter
volare
al tuo cielo
dove tutte le stelle scompaiono.

Perché si fa giorno.
Un orizzonte è sempre visibile.
Prendi una rincorsa.

Günter Kunert · Ricordo di un pianeta


Merce Cunningham · Beachbirds for Camera · 1992

 

3 marzo  2008


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