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Pennelli
lo studio di Giorgio Morandi in via Fondazza a Bologna Morandi seppelliva i suoi pennelli in giardino quando erano consunti. Può sembrare una bizzarria ma si tratta di un delicato gesto di attenzione. La cura per le cose muove anche dalla consapevolezza della loro fine. L’infanzia in tasca, un minuto speso a raddrizzare un chiodo piegato.
Quell’uomo non era più buono
a nulla in questo mondo. Egli aveva dato dei nomi alle sue pantofole.
G. C. Lichtenberg gennaio 2006
Ripartire dal centro
Bisogna partire dal centro, rispondeva Picasso a chi gli domandava di descrivere il suo modo di dipingere. I bambini, quando disegnano, non si pongono alcuna domanda e cominciano naturalmente, a caso, spesso proprio dal centro del foglio. Più tardi la loro mano sarà guidata da un condizionamento scolastico, familiare e mediatico, che impone regole e risultati prestabiliti. Dopo la perdita di questa spontaneità lo spazio del disegno (e l'esistenza) diviene più estraneo e fitto d’insidie, la festa è finita. Per diventare bambini occorre una vita
Picasso febbraio 2006
Pellicano
Quando precipita in acqua non sbaglia mai
mira ma qualche volta impatta di pancia e si rovescia. Poi si
risolleva e guadagna la riva, gaglioffo, dove finge di non saper volare. aprile 2006
Serpari
Si rinnova ogni anno, il primo giovedì di maggio, a Cocullo (AQ) la pittoresca processione dei "serpari", conosciuta anche come la più pagana fra i riti cristiani, in onore di San Domenico patrono del paese, che protegge contro il morso dei serpenti e che ha il potere di guarire le malattie dei denti. Dopo la funzione religiosa in Chiesa il Santo viene portato in processione ricoperto di serpenti vivi (ovviamente non velenosi) e con il manto che via via viene ricoperto di gioielli e dollari appesi dagli emigranti che tornano in questo paese per la "festa dei serpari". Il corteo è preceduto dal clero e da ragazze in costume che recano "ciambelli" dolci tipici che vengono preparati per la ricorrenza. Serpenti vivi sono attorcigliati anche attorno al collo e alle braccia dei serpari e dei fedeli che sfilano lentamente cantando tra due ali di folla. Quando a mezzogiorno esce la processione per gli abitanti di Cocullo è il momento della verità grave: dal comportamento delle serpi si ricavano i più disparati auspici: se le serpi muovendosi lentamente, si avvolgono intorno alla testa del Santo, allora è buon segno e la folla applaude contenta; se invece le serpi si dirigono verso le braccia disertando la testa allora la fantasia popolare galoppa e ognuno dà una propria lettura all'accaduto.
Un rito arcaico, che ha conservato la capacità di
meravigliare per l’inquietante partecipazione dei serpenti. Dall’alba del primo
giovedì di maggio le strade di
Cocullo sono
occupate da migliaia di serpenti e da una folla eccitata che li stringe tra le
mani, li indossa, li esibisce insieme a un coraggio che muove stupore e
tenerezza. Serpenti da ogni parte, sottratti prematuramente al Santo Letargo, e
serpari stimolati dallo sguardo bramoso della folla. Serpenti addosso come nei
sogni, come cazzi, sgusciati dalle tane. Giovani spose e confetti, pane con le
patate. A mezzogiorno, dondolando, San Domenico incede per le piccole strade
portato in processione. Tutti vogliono vederlo, il suo manto luccica di
bava, tutti vogliono toccarlo, per una volta i serpenti incantano gli esseri
umani. Ride il santo, chiavato dai serpi. maggio 2006
Oleografia
Anthony Minghella, Il paziente inglese, 1996
Il sogno è finito, sopravvivono figurine
stregate che non stanno mai ferme. Vivacchiano su quel bordo che separa la fine
delle cose dl principio di altre. maggio 2006
Emilio Vedova
Un quadro è anche la traccia di un luogo,
di un tempo,
La pittura è, come la
vita, una nuova scelta, nuova responsabilità. Niente è facile per me, la mia
mano non si muove senza mesi di studio preparatorio, senza un continuo
approfondimento della coscienza.
Emilio Vedova 25 ottobre 2006
Un ricordo
Quartetto Italiano, Elisa Pegreffi, Paolo Borciani, Piero Farulli, Franco Rossi, anni '70 Primi anni anni ottanta, dicembre. A Faenza, in una chiesa sconsacrata, si tenne l'ultimo concerto del Quartetto Italiano. La serata si concluse con l'esecuzione dell'incantevole quartetto per archi La morte e la fanciulla, di Schubert. Un'interpretazione straordinaria, come sempre, ma quella era l'ultima e loro lo sapevano, pur senza averlo comunicato pubblicamente. Anch'io e altri amici lo sapevamo; ho avuto l'onore di conoscere e di frequentare Paolo, pochi anni prima che morisse, e con lui Elisa, sua moglie, secondo violino del quartetto. Tagliava la pelle, con la musica, la dignità dei suoi interpreti: nel momento più doloroso di una strabiliante carriera e nonostante il secondo movimento, infatti, non concessero nulla all'emotività personale, alla stretta dei ricordi, al sentimento della fine. Una serata e una una lezione di disciplina che non dimenticherò mai. Uscimmo dalla chiesa in silenzio, nevicava.
Franz Schubert 6 dicembre 2006
Pier Paolo Pasolini, Decameron, 1970-71 La nostra ombra indugia nei luoghi che abbiamo lasciato.
Io amo la
vita...
e mai e poi mai potrò concepire che lo straordinario, il demoniaco vengano
onorati come ideale. No, la “vita”, intesa quale eterno contrapposto allo
spirito e all’arte, non si presenta a noi anomali come anomalia, come una
visione di sanguinosa grandezza o di bellezza selvaggia, no, il regno delle
nostre aspirazioni è proprio la normalità, la decenza, l’amabilità, insomma la
vita nella sua banalità seducente.
Thomas Mann,
Tonio Kroger 28 dicembre 2006
Doubt
Interrogai i sapienti dei secoli passati; consultai poi quelli che erano i miei contemporanei, ma nessuna delle loro risposte era soddisfacente. Così mi rivolsi a me stesso e misi tutto in dubbio, come se nessuno mi avesse mai detto nulla. Cominciai ad esaminare in me la realtà per scoprire il vero modo di giungere la conoscenza. Di qui la tesi che è il punto di partenza delle mie riflessioni: più penso, più dubito. François Sanchez, 1581
Tango
È
nel pavimento lavato dove brillano Stefano Benni, TANGO perpendicular
Astor Piazzolla - Balada para un loco, 1969 ( 9,2 Mb )
1 marzo 2007
Bianco su nero Rubén Gallego bambino Il viaggio di un piccolo randagio senza gambe che ha per cielo un soffitto, bianco di giorno, nero di notte. Al posto delle stelle ci sono le parole che gli appaiono. Sono persuaso che sulla bilancia dell'umanità la gioia di un bambino per un giocattolo nuovo valga molto più di qualunque vittoria militare. Io ascoltavo e ci credevo, come solo i bambini, e forse soltanto loro, sanno credere alla verità. Ero assuefatto alla mia invalidità. Solo di tanto in tanto affiorava, irrefrenabile, il desiderio di stare in piedi. Di norma affiorava spontaneo dai meandri del mio istinto animale. Sono dei ragazzacci, quelli dell'orfanotrofio, dei selvatici. Essere un ritardato non è poi così difficile. Lo sguardo della gente ti scivola accanto senza notarti. Non sei un uomo, sei il nulla. Capita, però, che per bontà innata o per dovere professionale, l'interlocutore noti che dentro sei come tutti gli altri. E in un attimo l'indifferenza cede il posto all'ammirazione, e l'ammirazione a un'angoscia sorda per la realtà delle cose. Rimango solo. Imbrunisce. Un gatto attraversa il corridoio.
Ruben Gallego -
Bianco su nero 14 marzo 2007
Eva Hesse
Eva Hesse, New York, 1969
La tecnologia dei
materiali conobbe un importante sviluppo nel dopoguerra, creando l'illusione di
un tempo dilatato e di
una morte lontanissima; la
Pop art ne
fu il contraccolpo.
Eva Hesse impiegava
i
materiali del suo tempo senza questa illusione, in un clima di lavoro appartato e silenzioso,
disciplinato dalla consapevolezza che le cose hanno valore anche in ragione
della loro fine. Con Josef Albers, Yale University, 1958
Le foto sono tratte da
questo libro. 19 marzo 2007
I bambini di Igatu
Gabriela, Igatu, 2007
I bambini sono sempre in piazza, a Igatu.
Somigliano a piccoli gatti, conoscono ogni porta, ogni albero, ogni argine del
villaggio. Dopo un temporale vanno sotto i grandi eucalipti, intorno al
cimitero, per raccogliere i semi che il vento e la pioggia hanno fatto
precipitare. La sera corrono a gruppi e giocano, come hanno giocato tutti i
bambini del mondo prima che la televisione umiliasse la loro fantasia.
Raramente sono in compagnia dei genitori, per strada. Non ci sono automobili,
non ci sono sensi unici, non ci sono negozi a Igatu. Case. Povere case con le porte
sempre aperte. Di notte un silenzio immenso si spande insieme al riverbero dei
lumi e delle stelle, che qui pulsano alla stessa altezza.
Danza É danza quando tra il corpo e lo spazio, tra il corpo e il tempo, non ci sono più ostacoli e nessuna distanza É danza il volo, la sosta è danza; è danza quando il respiro è tutt'uno con l'aria.
Amo molto la danza. E'
una cosa straordinaria la danza: vita e ritmo. Per me è facile vivere con la
danza. Quando ho dovuto
dipingere una danza per Mosca, sono
semplicemente andato una domenica pomeriggio al Moulin de la Galette. Ho
guardato come danzavano. In particolare ho guardato la farandola... I ballerini,
tenendosi per mano, corrono attraverso tutta la sala, avvolgendo come un nastro
la gente un po' sconcertata... Tornato a casa, ho composto la mia danza su una
superficie di quattro metri, canticchiando lo stesso motivo che avevo sentito al
Moulin de la Galette, in modo che tutta la composizione, tutti i ballerini, si
muovessero allo stesso ritmo.
Henri Matisse 22 settembre 2007
...con
noi o senza di noi
Silvano Agosti,
Lettere dalla Kirghisia 26 settembre 2007
Neve rossa
Michael Yamashita, Berretti Gialli
( il testo )
Piccole memorie
Il bambino che sono stato non vide il paesaggio
come sarebbe tentato di immaginarlo, dalla sua altezza d'uomo, l'adulto che è
diventato. Il bambino, nel tempo in cui lo fu, stava semplicemente nel
paesaggio, ne faceva parte, non lo interrogava, non diceva né pensava, con
queste o con altre parole: «Che bel paesaggio, che magnifico panorama, che
stupendo punto di osservazione!» Naturalmente, quando saliva sul campanile della
chiesa o si arrampicava sulla cima di un frassino alto venti metri, i suoi
giovani occhi erano in grado di apprezzare e notare i grandi spazi aperti
davanti a sé, ma c'è da dire che la sua attenzione preferì sempre individuare e
fissarsi su cose ed esseri che si trovassero vicino, su quello che si potesse
toccare con le mani, su quello che pure gli si offrisse come qualcosa che, senza
averne coscienza, urgeva comprendere e incorporare nello spirito (sarà superfluo
ricordare che il bambino non sapeva di avere dentro di sé un simile gioiello),
che fosse un serpente strisciante, una formica che innalzava nell'aria una resta
di grano, un maiale lì a mangiare nel trogolo, un rospo traballante sulle zampe
storte, oppure una pietra, una ragnatela, la zolla di terra sollevata dal ferro
dell'aratro, un nido abbandonato, la lacrima di resina gocciolante sul tronco
del pesco, la brina luccicante sull'erba. O il fiume.
José
Saramago,
Le piccole memorie 16 ottobre 2007
Resti Brindisi, Via Santa Chiara Un tempo, per tingere di rosso gli intonaci delle case, qui a Brindisi miscelavano alla calce i resti del mosto dopo la fermentazione. L'umore del mare, giorno dopo giorno, si attaccava a quello della terra sui muri battuti dalla pioggia, dalle impronte, dalle voci. Oggi sembrano case di zucchero e sale.
Perché noi occidentali, che crediamo nelle stelle
e negli oroscopi che cadono dalle stelle, abbiamo dimenticato che i nostri gesti
lenti, agili o violenti modificano le stelle, il loro equilibrio, la loro luce,
il loro giro? Il gesto dell'uomo crea armonia o disarmonia nell'universo...
Umberto Galimberti,
Le cose dell'amore 25 dicembre 2007
Parole nomadi
Viaggiare non è raggiungere una meta, 28 dicembre 2007
Sergei Parajanov
·
Il colore del melograno (fotogramma)
·1968 24 febbraio 2008
Federico Fellini · 8½ (fotogramma) ·1963 L'è un schérz
ch'a n'e' capéss, a m sint srè i
ócc È uno scherzo che non capisco, mi sento chiudere gli occhi| con le mani da dietro: cucú, chi è?| e questo cosa vuole? dai, che non siamo più bambini,| Riccardo, tu hai sempre voglia, no?| non sei Riccardo? sei Tonino, no?| ci sono, sei Loris, no? porca puttana,| chi è? chi sei? mi volto,| ma dov'è andato 'sto coglione? non c'è nessuno.
Federico Fellini, sul significato dell'arte
Lumen
Anne Teresa De Keersmaeker &
Michele Anne De Mey
Ho seguito una prova
di
Martha Graham quando aveva novantacinque anni:
dopo la prova un giornalista del New York Times le chiese: "Che cos'è per lei
creare un balletto?" E senza esitare lei disse: "Tracciare un grafico del mio
cuore".
Robert Wilson
Vòusi (voci)
Archivio Alinari ·Rimini
·Piazza Cavour
·1924
Un tempo, la domenica 9 marzo 2008
Édouard Lock · La La La Human Steps · Amelia · 2002
La presenza di un corpo non muoverà mai desiderio
quanto la sua assenza. E assenza qui non significa che quel corpo non c'è, ma
che non si ha mai la sensazione di possederlo anche quando lo si avvinghia. È
del vuoto che ci si innamora, non del pieno, e perciò amore è trascendenza, e
non simbiotico rapporto duale. Per questo il linguaggio dei mistici, che hanno
sempre a che fare con il Grande Assente, sembra rubato al linguaggio degli
amanti. Se il corpo nella sua pienezza e nella sua specificità sessuale non
erotizza perché non lascia spazio alla creazione dell'altro, amore si dà solo là
dove c'è costruzione, proiezione, invenzione. Nessuno ama l'altro, ma ognuno ama
ciò che ha creato con la materia dell'altro. Siamo irriducibilmente racchiusi
nella nostra solitudine, e se trascendenza si dà, questa percorre lo spazio che
c'è tra la natura e la sua trasfigurazione. Ciò che si ama è dunque la nostra
creazione, non la natura, ma l'artificio.
Umberto Galimberti
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Parole nomadi
13 marzo 2008
Non l'uomo, bensì il leone o la tigre avrebbero dovuto occupare il posto che egli detiene nella scala delle creature. Ma non sono mai i forti, sono i deboli che mirano al potere e lo raggiungono, per l'effetto combinato dell'astuzia e del delirio. Cioran · La caduta nel tempo
15 marzo 2008 Futuro anteriore
Alcuni luoghi si possono
raggiungere Dal punto di vista scientifico si può capire il senso della vita di un essere umano solo se non lo si separa da quello della specie. Non può essere limitato alla sopravvivenza di un sottogruppo predatore e aggressivo che cerca di impadronirsi di un territorio spaziale, economico, linguistico o culturale. La terra appartiene a tutti quelli che ci vivono. È tonda e i suoi confini sono i confini dello spazio che essa occupa nel sistema solare. Non ha muri divisori, proprietà private, sbarramenti, cancellate. La materia e l'energia che racchiude sono state finora solo di chi era capace di creare l'informazione tecnica necessaria a utilizzarle. Questa informazione ha procurato a coloro che la possedevano armi perfezionate per asservire gli altri. Ha permesso loro di sfruttare terra, mare e aria lasciando agli altri solo i rifiuti.[...] Quando mai capiranno, i gruppi umani appartenenti al grande organismo della specie umana, che il loro scopo è la sopravvivenza dell'insieme e non l'affermazione della loro dominanza sugli altri? Nessuno, da solo, rappresenta la specie e nessuno ha il monopolio della verità. Dopo un po' di tempo si vide spuntare, attraverso il tappeto multicolore che copriva la terra, uno stelo che presto si guarnì di un fiore. Ma non c'era più nessuno che potesse accorgersene.
Henri Laborit
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Elogio della fuga 17 marzo 2008 permalink
Cruore
Io mi porto questo verde alle labbra-
Mi piego alle umili radici, e guarda
E - palline di mercurio - le rane
Osip Mandel'štam
·
da
Cinquanta poesie 21 marzo 2008
L'ora del lupo
Marzo era il mese dei fuochi, delle prime sere all'aperto. In una di queste, secondo la fase della luna, il pozzo veniva scoperchiato e parlava. Dopo la rimozione del pesante coperchio indietreggiavamo, ansiosi di udire la sua voce. Ci batteva il cuore. Poi qualcuno, tra i più grandi, si avvicinava adagio e si sporgeva, in punta di piedi, ruotando il capo perché l'orecchio potesse cogliere il più flebile suono. La sua fuga improvvisa era il segnale che il pozzo aveva parlato. Tutti allora scappavamo per lo spavento, ma subito dopo correvamo a scrutarne il fondo buio, cercando la forma di quella voce. Sembrava un lamento, forse un respiro o soltanto uno sbadiglio, chissà. La paura del pozzo che parlava era una smania che doveva restare segreta.
La memoria è immersa nel tempo, nasce dal
passato e vive del passato, e dalla memoria vissuta (dalla memoria interiore)
rinascono continuamente i ricordi che si modificano di stato d'animo in stato
d'animo, di situazione in situazione, e che si intrecciano senza fine con i modi
con cui riviviamo, o ci è possibile rivivere, l'avvenire: il futuro.
[...]
Dai vasti quartieri della memoria vissuta sgorgano sciami di immagini e di
ricordi che si riflettono febbrilmente nel presente, solo se non è disturbata la
continuità intenzionale del tempo: solo se, e quando, passato, presente e futuro
si integrano e si correlano unitariamente, consentendo ad ogni esistenza umana
di storicizzarsi.
Eugenio Borgna
·
Come in uno specchio oscuramente 23 marzo 2008
Roman Polanski · Il pianista (fotogramma) ·2002
Una memoria sfregiata riconduce
Benché morto e rimorto,
debbo vivere: Osip Mandel'štam · da Cinquanta poesie
Sono questo le rovine: 10 aprile 2008 permalink
Andrej Tarkovskij · Lo specchio (fotogramma) ·1975
C'è un sole volenteroso oggi
C'è una speranza che l'uomo
sopravviva, nonostante tutti i segni del silenzio apocalittico preannunciato
dall'evidenza dei fatti? La risposta a questo interrogativo, forse, è contenuta
nell'antica leggenda sulla resistenza dell'albero inaridito, privato dei succhi
vitali, che ho preso come base del
film più importante nella mia biografia
artistica. Un monaco, passo dopo passo, secchio dopo secchio portava l'acqua
sulla montagna e innaffiava l'albero inaridito, credendo senz'ombra di dubbio
nella necessità di ciò che faceva, senza abbandonare neppure per un istante la
fiducia nella
forza miracolosa della sua fede e perciò
assistette al miracolo: una mattina i rami dell'albero si rianimarono e si
coprirono di foglioline. Ma questo è forse un miracolo? È soltanto la verità. Andrej
Tarkovskij
·
Scolpire il tempo 13 aprile 2008
Joris Ivens · Io e il vento (fotogramma) ·1988 Il vento sollecita le rotte degli uccelli, batte la schiena ai naviganti, piega la forma degli alberi. Nel vento il vapore dei mari, la polvere dei deserti, la voce immutata dei morti.
Sono il
vento gelido della Sierra Madre, Joris Ivens
...a volte il vento annuncia altro vento… 21 aprile 2008
Bagatella
Un gat
A m şvégg in t’algl’ot s’un gat te lët, Un gatto
Mi sono svegliato intorno alle otto,
c’era un gatto nel mio letto, | era completamente bianco, con le orecchie di
cera. | Non si trattava di un sogno, era disteso davanti a me! | Aveva
freddo, batteva i denti. | Lo guardo di sbieco per non dargli confidenza | muove
una zampa in cerca di conforto | Gli apro la porta senza pietà, | lui si
alza ma cade dal letto, tutto storto. | Mi guarda dal basso tremando | poi mi
dice: non vedi che sto per morire? | Porca puttana! Che tu parli non lo crederà
nessuno; | lo sollevo, lo sistemo sul cuscino per farlo dormire. | Lo
guardo in silenzio mentre dorme in un altro mondo | ma non trovo ragione: da
dove è entrato quel chiacchierone? | Chiudo sempre le porte col catenaccio, fino
in fondo | la mia casa è sicura, dov’è la disfunzione?
(maggio 2004) 15 maggio 2008
Anelli
Jean Luc Godard · L'amore (fotogramma) ·1969 Un bivio
congiunge due strade
Non si guardavano. Nella penombra
condivisa entrambi erano seri e silenziosi. Egli le aveva preso la mano sinistra
e le sfilava e le metteva l'anello d'avorio e l'anello d'argento. Poi le prese
la mano destra e le sfilò e le mise i due anelli di argento e l'anello d'oro con
pietre dure. Lei porgeva alternativamente le mani. Questo durò qualche tempo.
Continuarono ad allacciare le dita e ad unire i palmi. Procedevano con lenta
delicatezza, come se temessero di sbagliare. Non sapevano che era necessario
quel gioco perché una determinata cosa accadesse, nel futuro, in una determinata
regione.
Jorge Luis Borges · Il Gioco, da
Storia della notte
Albore · 27 giugno 2008 (part) Un'ora sola
in cui si guardi in silenzio è
Antonia Pozzi
·
L'età delle parole è finita permalink Aya Sofya Aya Sofya ·Interno (particolare) ·Istanbul Anche la luce è un materiale, sostanza e identità dei corpi. Aya Sofya la riceve al suo interno senza mai confinarla; la luce circola liberamente nelle sue cavità come fosse aria e prende parte al respiro delle volte, dei mosaici, dei marmi limati dalle orme dell'uomo. Qui la cupola si gonfia e sale per la forza della luce. A questa cupola che pare un grembo forato, mi piace pensare oggi, il sole consegna ogni giorno il suo ultimo lampo.
Ecco il segno; s'innerva
Il passo che proviene
Istanbul, 12 luglio 2008
Burin Dubrovnik · 28 luglio 2008 Nelle notti d'estate un vento caldo, qui chiamato Burin, batte vorticosamente da Nord Est. È un vento secco, di terra. Solleva le cose della terra e le vedi volare verso il mare. Anche le tende delle case, le palme, le tovaglie sui tavoli nei vicoli agitano le loro cime nella direzione del mare. I gatti, straordinariamente tranquilli durante il giorno, tornano randagi per una notte quando soffia il Burin. All'alba si placa, il cielo torna chiaro. Il sangue non
mi lascia prendere sonno, Voci di sangue, sogni, venti, chiari di luna, raccolti... Nel buio, in
cantina, senza luce alcuna, Miroslav Krleža · Le ballate di Petrica Kerempuh
Dubrovnik, 28 luglio 2008
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