Poichè d’aver
già visto io mi
ricordo
Sotto l’ebalie
torri, ove
l’ombroso
Galeso irriga le
pianure amene,
Un vecchierel di
Corico nativo; Piccolo
campo ei
possedeva, e
questo
Sterile e
ignudo, nè a
l’aratro adatto,
Nè a piantar
viti, o a
pascolar la
greggia.
Eppur con l’arte
la natura avara
[
Ei giunse ad
emendar; sterpò
le spine Che
ingombravano il
suol, più nobili
erbe,
E bianchi gigli
a seminar vi
prese,
E verbene, e
papaveri; e tal
frutto
Da l’orto in
breve, e dal
giardin
raccolse,
Che le ricchezze
nel suo cor
contento Uguagliava
d’un re: stanco
da l’opre
Del dì tornava
ne la tarda sera
Al fido albergo,
e la sua parca
mensa
Di semplici
copria non
compri cibi.
Primo ei le rose
in primavera, e
primo Cogliea
d’autunno i
saporosi pomi,
E quando il
crudo gel fendea
pur anco
Le pietre, e il
corso
imprigionava a i
fiumi,
Del molle acanto
a ritosar la
chioma
Ei si occupava,
i zefiri
accusando Lenti
al ritorno, e la
lontana estate.
D’api feconde, e
numerosi sciami
A lui ronzavan
gli alvëari, e
in copia
Spremea da i
favi lo spumante
mele:
E a lui di
tiglie, e
resinosi pini, E
pingui piante
frondeggiava il
campo,
E quanti fior su
gli alberi
fecondi
Spuntavano in
april, tanti da
i rami
Pendevano in
autun maturi
frutti.
L’arte egli pur
di trapiantar
sapea
E
in ordine
schierar gli
olmi già vecchi,
E i duri peri, e
gl’innestati
spini
Carchi di
prugne, e i
platani
frondosi,
Che già
cresciuti a i
bevitor fean
ombra.
Ma queste cose
io fra i confin
ristretto Di
breve spazio
ometterò,
lasciando
Che altri con
degno stil
poscia le
adorni.