Non sono mai stato un grande pescatore. Usavo, come qualsiasi altro ragazzino della mia età e dai mezzi tanto modesti come lo erano i miei, una semplice canna con l’amo, il piombo e il galleggiante di sughero legati al filo da pesca, niente a che vedere con gli artefatti moderni che sarebbero comparsi più tardi e che arrivai a vedere in mano ad alcuni dilettanti locali quando ormai ero cresciuto e avevo abbandonato ogni illusione piscatoria. Di conseguenza, le mie catture si riducevano sempre a qualche rara carpa, di rado qualche barbo, e pure piccolo, e tante ore passate invano (invano, a ben dire, nessuna, perché senza rendermene conto pescavo delle cose che nel futuro si sarebbero rivelate per me non meno importanti, immagini, odori, rumori, brezze, sensazioni). Per lo più seduto in riva all’acqua… non credo che esista al mondo un silenzio più profondo del silenzio dell’acqua.
Cade la pioggia, il vento sferza gli alberi spogli, e dal passato emerge e si avvicina un’immagine, quella di un uomo alto e magro, vecchio, lungo un sentiero allagato. Ha un bastone in spalla, una palandrana infangata e antica, e su di lui si riversano tutte le acque del cielo. Davanti a lui procedono i maiali, a testa bassa, sfiorando il suolo con il grugno. L’uomo che così si avvicina, sfumato nell’acquazzone, è mio nonno. È stanco, il vecchio. Si trascina appresso settant’anni di vita difficile, di privazioni, di ignoranza. Eppure è un uomo saggio, taciturno, che apre bocca solo per dire l’indispensabile. Parla talmente poco che tutti stiamo in silenzio lì ad ascoltare quando sul volto gli si accende qualcosa di simile a una luce di avviso. Ha una maniera strana di guardare in lontananza, anche se quel lontano è solo la parete che ha davanti. Il suo profilo sembra come tagliato con l’accetta, fisso ma espressivo, e gli occhi, piccoli e penetranti, di tanto in tanto brillano come se qualcosa che stesse pensando fosse stata definitivamente compresa. È un uomo come tanti altri in questa terra, in questo mondo, forse un Einstein schiacciato sotto una montagna di cose impossibili, un filosofo, un grande scrittore analfabeta. Qualcosa sarebbe stato, che non ha mai potuto essere. Rammento quelle tiepide sere d’estate, quando dormivamo sotto il grande fico, lo ascolto parlare della vita che ha fatto, del Cammino di Santiago che risplendeva sopra le nostre teste, del bestiame che allevava, delle storie e delle leggende della sua infanzia lontana. Ci addormentavamo tardi, ben avvolti nelle coperte per via del fresco mattutino. Ma l’immagine che non mi abbandonerà in quest’ora di malinconia è quella del vecchio che avanza sotto la pioggia, caparbio, silenzioso, come chi compie un destino che nulla potrà modificare. Tranne la morte. Questo vecchio, che quasi sfioro con la mano, non sa come morirà. Ancora non sa che pochi giorni prima del suo ultimo giorno avrà il presentimento che la fine è arrivata e andrà, di albero in albero del suo orto, ad abbracciare i tronchi, a congedarsi da loro, dalle ombre amiche, dai frutti che non mangerà più. Perché allora sarà arrivata la grande ombra, finché la memoria non lo farà resuscitare sul sentiero allagato o sotto la volta del cielo e l’eterno interrogativo degli astri. Che parola pronuncerà allora? José Saramago · Le piccole memorie
A me piace partire proprio dal materiale, perché nel materiale c’è il limite stesso. Se uno sceglie un certo materiale, proietta le proprie possibilità entro limiti ben precisi. Io non penso che con un certo materiale si può fare tutto, si può fare solo una cosa questa sola cosa è un’idea di se stesso: sprecare tutta la vita veramente, per non rinnegarla, per non andare a finire in un altro lato è una sciocchezza. A me interessa questa ricchezza di possibilità perché mi ridà la mia presenza, non mi angoscia con l’immagine di me che mi sono prefissa, riesco a vedere la mia immagine daccapo, nello specchio, in una maniera strana, non strana, in una maniera nuova. Non dire sì, io sono Pino Pascali e porto le basette alte 1 cm sotto l’orecchio e, magari, porto i baffi per tutta la vita. Io, oggi, mi faccio i baffi, domani la barba, domani mi faccio crescere pure i capelli o, magari, me li faccio corti. Ma proprio facendole, queste cose, riesco a capire la lunghezza della mia vita. […] Io cerco di fare quello che mi piace fare, in fondo è l’unico sistema che per me va bene.Pino Pascali
Dopo il tempo ascendente del desiderio, e poi quello esaltante dell’avvenimento, arriva il tempo discendente del ritorno. Non si dà viaggio senza ricongiungimento a Itaca, che conferisce senso anche allo spostamento. Perché l’esercizio incessante del nomadismo esulerebbe dai limiti del viaggio, per entrare nell’erranza permanente, nel vagabondaggio. Perfino i nomadi praticano un genere di sedentarietà, perché praticano percorsi abituali, si radicano nell’abitudine di uno spostamento, sempre lo stesso, e poi usano ugualmente dei punti di riferimento, cespugli essiccati, ammassi di pietre, solchi e orme lasciate da animali, leggono sempre allo stesso modo le mappe delle stelle e quelle dei movimenti del sole, ma anche perché si recano in luoghi in cui hanno le loro abitudini, le loro pratiche tribali e rituali nell’arte di occupare terre.
Il luogo lasciato e poi ritrovato costituisce l’asse sul quale oscilla l’ago della bussola. Senza, non ci sono punti cardinali, né rosa dei venti, né possibilità di spostarsi e di organizzare la propria quadrettatura sulle carte del mondo. Su di lui oscilla l’acciaio che indica il nord magnetico e vibra, fragile. Senza, non vi è alcuna direzione, alcun andare, alcun ritorno possibile.
La ricerca di sé termina nel momento dell’ultimo respiro. Fin sull’orlo della fossa, si tratta di desiderare ancora e sempre la forza, la vita, il movimento. Il mondo rigurgita di vulcani sui quali inerpicarsi, di rive da meditare, di fiumi da discendere, di strade da imboccare, di treni e di aerei da prendere, offre senza interruzione albe, aurore e crepuscoli, piogge e soli incandescenti, deserti e montagne, foreste e campagne, offre aurore boreali e pareli, arcobaleni e trombe d’aria, nuvole, queste meravigliose nuvole, climi e incanti, invita a oltrepassare tropici, a cavalcare l’Equatore, ad andare al di là del Circolo polare, a bagnarsi nell’Oceano indiano, a visitare le piramidi, la Muraglia cinese o i templi inca. La molteplicità dei paesaggi si oppone all’unicità delle città, il diverso scompare dalle megalopoli, ma non abbandonerà mai le risaie asiatiche, la baia di Ha Long, la tundra siberiana, la foresta amazzonica, il deserto sahariano, i paesaggi europei, le rive del Mediterraneo.
Un vulcano erutta e il vento sparge le sue ceneri per migliaia di chilometri: voli bloccati. A terra. In qualche altra parte della stessa terra, la polvere del deserto tinge la pelle dei nomadi.
La smania di confluire verso il pieno e di fuggire il vuoto, di abolire l’intervallo tra sé e gli altri, trova le sue esemplificazioni più drammatiche nelle favelas delle nostre metropoli, nella scomparsa del mondo agricolo e della civiltà contadina. L’eccesso di immagini, di rumori e di suoni, del resto, si riverbera nell’incalzare del tempo. La smania, spesso inutile o superflua, di usare mezzi di trasporto velocissimi, rientra in questa abolizione di ogni intervallo – in questo caso temporale anziché spaziale – e oltretutto viene frustrata dagli infiniti ostacoli tecnici che si frappongono, e che molto spesso annullano quel target agognato, quasiché la frenesia dinamica fosse vendicata da una lentezza paradossale. […] L’unica speranza è quando ci si presenta – inattesa e benvenuta – la tanto osteggiata pausa.Gillo Dorfles· Horror pleni
Vi ho fatto vedere, no, i disegni che faccio adesso, per imparare a rappresentare un albero, gli alberi? Come se non avessi mai visto, mai disegnato un albero. Dalla mia finestra ne vedo uno. Devo con pazienza capire come si costruisce la massa dell’albero, poi l’albero stesso, il tronco, i rami, le foglie. Prima di tutto i rami che si dispongono simmetricamente, su un solo piano. Poi il modo in cui i rami girano, passano davanti al tronco. Non fraintendetemi: non voglio dire che, vedendo l’albero dalla mia finestra, lavoro per copiarlo. L’albero è anche tutto un insieme di effetti che l’albero causa in me. Non è questione di disegnare un albero come lo sto vedendo. Ho davanti a me un oggetto che esercita sul mio spirito un’azione, non soltanto come albero, ma anche in rapporto a ogni sorta d’altri sentimenti.
In auto, non si dovrebbe andare a più di cinque chilometri l’ora. Se no, non si sentono più gli alberi. Siete mai andato in bicicletta? Sì. Ma un giorno mi ruppi il muso e mi ingessarono un piede. Gustave Moreau mi chiese cosa m’era successo. Gli spiegai che usavo la bicicletta per andare verso la natura e fare dei paesaggi. Mi ribatté: si facevano dei bei paesaggi prima dell’invenzione della bicicletta. Mi convinse.Henry Matisse · Scritti e pensieri sull’arte
Il vento cessò al tramonto. Gli eucalipti, snervati per le raffiche dello scirocco, allentarono la presa. Le nuvole ferme, sopra il vulcano, si macchiarono di zolfo. Alcuni cani randagi, che avevamo visto allontanarsi nella tempesta, si avvicinarono alla casa. Dal pozzo spillasti dell’acqua. Bevvero con frenesia poi ci fissarono, per cominciare chissà quale gioco. L’ultimo lampo del sole accese le prime stelle. L’isola fu pervasa dal profumo notturno del mare. Graziano Spinosi
Se ne stanno abbarbicati al tempo, i cactus dei quadri di Morlotti, rendendone sensibile e visibile il gocciolio, come licheni di un celato organismo che ha in corpo storiche malattie. Il carattere finito e limitato della loro esistenza è evidente, anche se sembrano strisciare con lentezza contro un cielo di logorato splendore. […] Immagini persistenti e transitorie, aderenti in modo grave al movimento dell’esistenza, al suo continuo apparire ed eclissarsi, al suo carattere scivolante. L’uomo, dice Heidegger, è l’essere delle lontananze.
È la terra il campo semico di questa pittura: fossa fuia e limo natale che getta da per tutto le sue ombre rembrandtiane. Morlotti sottopone le cose al monologo interiore, al soliloquio della terra (nella poesia di Montale il punto di focalizzazione è spesso il vento). Morlotti potrebbe essere interpretato sotto il segno della psicanalisi oggettiva di Bachelard. È la terra ciò verso cui un vento di miraggi piega la vita, piante orti sangue inchiodati da dolcissime folate. Produttrice di eros e di desiderio la terra è presente ovunque, illude e, a un tempo non permette illusioni, avvalora ed annulla la finitudine esistenziale, rende effimere le fastose stagioni umane.Francesco Biamonti· Pazienza nell’azzurro
Eppure, talvolta, il paesaggio – più che essere bello e dolce – è nudamente terribile: non vi si legge la nostalgia dell’abitare originario, ma l’impossibilità stessa della residenza, il non essere a casa in nessun luogo, la profonda estraneità del luogo familiare. Dalla postfazione diPaolo Zublena
L’evoluzione del lavoro di un pittore, nel suo spostarsi da un punto all’altro nel tempo e nello spazio, ha come obiettivo la chiarezza. Ossia l’eliminazione di tutti gli ostacoli tra il pittore e l’idea, e tra l’idea e l’osservatore. Cito, tra i vari ostacoli, il ricordo, la storia e la geometria.
Non credo che sia mai stata questione di essere figurativi o astratti. Piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio e a questa solitudine, di dilatare il petto e tornare a respirare. Mark Rothko · Scritti
Ogni film che ci è piaciuto trova posto, un giorno, nella nostra memoria accanto ad altri ricordi. Diventa un ricordo tra tanti, anch’egli minacciato dall’oblio, dall’erosione della memoria. Può accadere anche che, per un motivo o per un altro, si rammentino con più o meno precisione il luogo, la data e le circostanze in cui lo si è visto per la prima volta. Ma ricordarsi del film è anche ricordarsi del film stesso, cioè di immagini. Un po’ come se la tecnica cinematografica avesse elaborato sin dall’inizio il lavoro mentale che seleziona delle percezioni per farne dei ricordi; come se, in qualche modo, avesse fatto il lavoro della memoria. Accade così che delle immagini di film rimangano qua e là nella testa come ricordi personali, come se facessero parte della nostra vita, con quello stesso livello di incertezza che colpisce i ricordi.
Quando sono al cinema, quelli che vedo sullo schermo sono grandi, più grandi di me, esattamente come gli adulti quando ero bambino. Il narratore della Recherche, quando ritorna nei luoghi dell’infanzia, li trova piccoli e striminziti rispetto al metro dei suoi ricordi.
All’orizzonte si prende presto l’abitudine. Per qualcuno si tratta solo di vapore, o di umori sfuggiti da campi lontani. Per dirla senza ritegno: una sorta di traspirazione che non può opporre la minima consistenza. Perciò, non si bada al nastro incerto che taglia in due lo sfondo; ovvero, gli si fa credito di un’occhiata distratta, essendo intanto intenzionati a cose più vicine e concrete. Quella tenue sfumatura, dietro innumeri oggetti scabri e taglienti, ha secato lo spazio e ci ha consegnati al tempo.Marco V. Borghesi · La questione dell’orizzonte
•
Sul ponte coperto di brina del traghetto che mi trasporta lascio, per primo, le impronte delle mie pantofole blu.
Il pesce rosso, nell’acquario, immaginava la sua vita in uno stagno. La carpa, nello stagno, immaginava la sua vita in un lago. L’anguilla di lago immaginava la sua vita in mare. La manta, nel mare, immaginava la sua vita in cielo. Graziano Spinosi
La coscienza dispone di due maniere di rappresentare il mondo. Una diretta, nella quale la cosa si presenta essa stessa allo spirito, come accade nella percezione o nella semplice sensazione. L’altra indiretta quando, per una ragione o per un’altra, la cosa non può presentarsi in carne ed ossa alla sensibilità, come ad esempio nel ricordo della nostra infanzia, nell’immaginazione dei paesaggi del pianeta Marte, nella rappresentazione degli elettroni che girano attorno al nucleo dell’atomo o di un al di là che sta dopo la morte. In tutti questi casi di coscienza indiretta, l’oggetto assente viene ri-presentato alla coscienza da una immagine.Gilbert Durand · L’immaginazione simbolica
Alcuni continuano a proclamare la necessità di tornare alla natura; ma mi risulta che non dicono mai che si dovrebbe procedere verso la natura. Se i nostri modelli sono le apparizioni che abbiamo in sogno, o il ricordo del nostro passato preistorico, questi sono forse a minor titolo parte della natura o della realtà di quanto non lo sia la rappresentazione di una mucca in un campo? A mio parere certa cosiddetta astrazione non è affatto tale; al contrario, essa è il realismo del nostro tempo. · 1948 ·Adolph Gottlieb · La scuola di New York
•
Nell’opacità silenziosa della nuda vita, nella malinconia senza nome di un pomeriggio in una città straniera, nel sentimento soffocante della morte, o nell’ebbrezza della percezione di una verità imminente ma inafferrabile, nella disperazione di sentirsi cosa tra cose, cercare una storia significa lavorare pazientemente i confini per trasformarli in transiti e in passaggi: in soglie. O, se questo non è possibile, almeno cercare di cogliere e di comunicare che il confine stesso, che ora appare insuperabile, non è l’ultimo confine. Al di là di esso c’è probabilmente un altro confine, un altro orizzonte.Franco Rella· Dall’esilio
È più innocente un lupo affamato di un eremita a digiuno. La televisione, sordida, trasmette continuamente immagini di esseri umani, animali e paesaggi, colpiti dalla morte e ancor più duramente dall’abiezione mediatica, divenuta consuetudine. Il dolore degli altri per alcuni è un privilegio, per altri una semplice disattenzione. Graziano Spinosi
Nel lutto interiorizzato, quasi non ci sono segni. È il compimento dell’interiorità assoluta. Eppure, tutte le società sagge hanno prescritto e codificato l’esteriorizzazione del lutto. Malessere della nostra, per via del fatto che essa nega il lutto.
Si dice: il Tempo calma il lutto – No, il Tempo non fa passare niente; fa passare soltanto l’emotività del lutto.
Non si dimentica, ma qualcosa di atono si installa in noi.
Voglio fare solo viaggi in cui non abbia il tempo di dire: voglio tornare!
Chissà che cosa ti credi di avere tu che non ci avevo io, non mi mancava proprio niente, tutto quello che è stato fatto dopo già lo facevo io, tutto quello che è stato detto e pensato e significato c’era già in quello che dicevo e pensavo e significavo, tutta la complicazione della complicazione era già lì, basta che io prenda questo ciottolo con il pollice e il cavo della mano e le altre quattro dita che ci si piegano sopra e c’è già tutto, ci avevo tutto quello che poi si è avuto, tutto quello che poi si è saputo e potuto ce lo avevo, non perché era mio, ma perché c’era, perché c’era già, perché era lì, mentre dopo lo si è avuto, e saputo e potuto sempre un po’ meno, sempre un po’ meno di quello che poteva essere, di quello che c’era prima, che avevo io prima, che ero io prima, davvero io allora c’ero in tutto e per tutto, mica come te, e tutto c’era in tutto e per tutto, tutto quello che ci vuole per esserci in tutto e per tutto, anche tutto quello che poi c’è stato di balordo c’era già in quel deng! Deng! Ding! Ding! Dunque, cosa vieni a dire, cosa ti credi di essere, cosa ti credi di esserci e invece non ci sei, se ci sei è solo perché io sì che c’ero e c’era l’orso e le pietre e le collane e le martellate sulle dita e tutto quello che ci vuole per esserci e che quando c’è c’è. Italo Calvino · Le interviste impossibili · L’uomo di Neanderthal
Ogni essere umano sprigiona un proprio odore, un’essenza che non è in grado di percepire. È un segnale identitario più persistente di altri; può diventare tellurico nel ricordo. Un segnale di orientamento, per alcuni di pericolo. L’essenza perdura anche quando niente sussiste d’un passato antico, anche dopo il suo distacco dal corpo. Graziano Spinosi
Ciò che siamo si deve a ciò che siamo stati. Altrettanto a ciò che saremo. Essere, in ragione del passato e di un futuro imponderabile. Graziano Spinosi
L’ossessione della nascita in fondo non è che l’ossessione del passato, l’onnipresenza del passato. Ma con questa ossessione non si può essere, si può al massimo esistere. È da una suprema esacerbazione del ricordo che nasce l’ossessione della nascita. E anche da una brama: quella del vicolo cieco, del primo vicolo cieco. Né apertura né gioia che venga dal passato: solo dal presente, e da un futuro emancipato dal tempo. [...] Non è la mia nascita ad importarmi, ma la nascita. La mia ossessione è cosmogonica. Sono perseguitato dall’origine. [...] << C’è stato un tempo in cui il tempo non era >> si legge in un antico testo. Il rifiuto della nascita coincide con la nostalgia del tempo anteriore al tempo. Il rifiuto della nascita non è altro che questo. E. M. Cioran ·Quaderni
I cani correvano allegri. Lesson one: the book is on the table. Immagini, mute. There aren’t any dogs, there is a cat. Prendere parola, prendere parte. Am I? Paesaggio senz’ombre, sostanza invariabile. Are you? Si addestrava ogni giorno: una ponderata geometria del ricordo.Are we? Graziano Spinosi
Soppressa ogni percezione estranea, animale, umana, divina, la percezione di sé continua ad esistere. Il tentativo di non essere, nella fuga da ogni percezione estranea, si vanifica di fronte all’ineluttabilità della percezione di sé. […] Per poter essere rappresentato in questa situazione il protagonista è scisso in oggetto (Og) e occhio (Oc), il primo in fuga, il secondo all’inseguimento. Non sarà evidente fino alla fine del film che l’inseguitore percipiente non è un estraneo, ma è egli stesso. Samuel Beckett· Film
Se si chiede, per esempio, se la posizione dell’elettrone rimane costante, dobbiamo rispondere No. Se si chiede se la posizione dell’elettrone muta col tempo dobbiamo rispondere No. Alla domanda se l’elettrone è fermo dobbiamo rispondere No. Alla domanda se è in movimento dobbiamo rispondere No. R. Oppenheimer
Misura o disordine, stanzialità o nomadismo, anedonia o desiderio: modalità tutte plausibili di essere, il senso di una smentito dall’altra. Nondimeno la sosta e l’erranza; qualcuno lascia impronte non sue. Graziano Spinosi
Ciò che mi colpisce maggiormente quando penso al passato sono più i miei entusiasmi che le mie delusioni. Se un giorno scrivessi i miei ricordi dovrei intitolarli: Storia di un entusiasta. Di un entusiasta che mi sono adoperato per scacciare (ancor più di quanto non abbiano fatto le circostanze esteriori o il contatto con gli uomini), di un entusiasta sconfitto. E. M. Cioran·Quaderni
I venti incurvano gli alberi. Il mare, adagio, costruiscela forma di tutto ciò che contiene. La bava dei vulcani brucia i muri delle case, nella terra le forme si confondono, e di nuovo la terra prende forma. Gli elementi della natura si formano in ragione della loro funzione. Anche un’opera dovrebbe essere così: consistere di natura. Graziano Spinosi
Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. Piero Angela ha detto un giorno << è difficile essere facili >>. Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere che cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuol fare. Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno una scultura bellissima, come si fa a sapere dove ci si deve fermare per togliere, senza rovinare la scultura? [...] Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità. [...] Eppure la gente quando si trova di fronte a certe espressioni di semplicità o di essenzialità dice inevitabilmente: << questo lo so fare anch’io >>, intendendo di non dare valore alle cose semplici perché a quel punto diventano quasi ovvie. In realtà quando la gente dice quella frase intende dire che lo può Rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima. La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.Bruno Munari· Verbale scritto
Penso che un artista debba affrontare il proprio lavoro con il massimo rispetto per i materiali. [...] Gli scultori di ogni latitudine hanno sempre utilizzato ciò che avevano sottomano; non cercavano materiali preziosi ed esotici. Erano il loro sapere e la loro inventiva che davano valore al risultato delle loro fatiche. Se si affronta l’insolito o l’ignoto con strumenti semplici e spirito avventuroso, ne risulterà più facilmente un’arte primitiva, piuttosto che decadente – e l’arte primitiva, in qualche modo, è generalmente molto più forte di un’arte in cui abbondano la tecnica e gli orpelli. È la disparità – di forma, colore, misura, peso, movimento – che crea una composizione, e laddove questo sia permesso, il numero di elementi può essere molto ridotto. [...] È necessario ammettere l’approssimazione, perché non si può sperare nella precisione assoluta. Non si può vedere, o anche concepire una cosa da tutti i possibili punti di vista contemporaneamente. Mentre si perfeziona la parte anteriore, i lati, o il retro possono lasciare a desiderare; ma rafforzando la parte posteriore può darsi che si indebolisca ciò che originariamente è la cosa migliore. Non c’è fine. per completare il lavoro, bisogna essere un po’ approssimativi. In un certo senso, è persino auspicabile che un lato sia di qualità migliore rispetto agli altri, perché questo conferisce una testa e una coda all’oggetto e lo rende più vivo. Alexander Calder
L’eclissi è un fulmineo riassunto: vita e morte pulsano in sintonia, ci ricordano d’essere un tutto unico. Poi il cielo torna largo, i topi al loro lavoro. Graziano Spinosi
Un’eclissi totale è di gran lunga il più impressionante fenomeno naturale cui sia dato di assistere ai terrestri. La regia non lesina gli effetti brutali. La temperatura scende. Si alza un misterioso vento freddo. L’ombra arriva correndo come un uragano sul mare. La luce collassa e nel giro di pochi secondi cala una notte metallica. La velocità con cui subentra la notte coglie la mente alla sprovvista. All’orizzonte, irraggiungibili, le vestigia del giorno: un crepuscolo aranciato a trecentosessanta gradi, come se lo scenografo avesse sbagliato a proiettare il tramonto. In mezzo a tutto questo danza un sole nero non più fornace ma pietra sfortunata; brilla una chioma argentata di vecchia divinità celeste; rilucono stelle che si sono fatte sorprendere fuori posto dalla notte fuori tempo. Il cervello reagisce spasmodicamente ma non reperisce nei cataloghi della memoria nessuna risorsa, non sa proporre nessuna via d’uscita. Dopo varie ricerche suggerisce sconsolato: paesaggio onirico? Il malessere è inevitabile: si vorrebbe che la cosa finisse presto. Passare qualche minuto nell’ombra della luna rimette a zero parecchi contatori. Ci riporta a un’epoca della nostra evoluzione in cui ci siamo resi conto di essere parte di un mondo molto più maestoso di quello delle cose che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni. Ci permette di immaginare l’ampiezza dello stupore quando la nostra specie ha iniziato ad avventurarsi con la mente nello spazio al di fuori della terra.Roberto Casati · La scoperta dell’ombra
L’accoglienza all’altro e dell’altro è ciò che ci restituisce a noi. Soltanto questo gesto ridà ciascuno a sé nella sua totalità – con i suoi bordi, con un mondo e con un orizzonte propri. In questo dono che ciascuno fa all’altro per il solo fatto di riconoscerlo e accoglierlo come altro, siamo insieme due e uno. [...] In questa sigillatura intervengono i corpi, dei corpi innocenti in qualche modo e non pervertiti da una cultura che ha assegnato loro funzioni diverse da quella di essere mediazione nella vita relazionale. Quando una tale dimensione è trascurata, anzi ignorata, il nostro corpo diventa un semplice strumento di produzione al servizio di nostri bisogni o di nostri poteri, individuali e collettivi. Non assume più la dimensione propriamente umana che richiede il desiderio. Un desiderio che, in quanto tale, è fondatore dell’umanità e del suo divenire, non ciò che ne causa il decadimento o la decadenza, come troppo spesso si è detto e praticato in Occidente.Luce Irigaray · Condividere il mondo
Trascinare con forza lo spirito fuori dei solchi in cui abitualmente cammina, trasportarlo in un mondo dove cessano di funzionare i meccanismi delle abitudini, dove i veli delle abitudini si squarciano, così che tutto appare carico di significati nuovi, pullulante di echi, di risonanze, di suoni armonici: questa è l’azione dell’opera d’arte. Scosse da questo urto, drizzate da questo spaesamento come un porcospino attaccato che mostra tutti i suoi aculei, tutte le facoltà dello spirito si risvegliano, tutte le sue campane si mettono a suonare. Jean Dubuffet ·Prospectus
Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano i gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano le barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò. Ernest Hemingway · Il vecchio e il mare
Ogni domanda è legittima, è la risposta che conta.
Il mercato ha spopolato le piazze dove si parlava e deportato in massa la gente nelle case. Quindi ha creato bisogni nuovi, ipnotici, trasformando così gli esseri umani in consumatori (di beni che soddisfano il bisogno del mercato). Per appagare questi bisogni il mercato sfrutta furiosamente ogni risorsa; il mercato distrugge, sembra perfino ignorare che la sua degenerazione ha come conseguenza l’autodistruzione. È grottesco, il mercato. Natura, e stato di natura.
Una vita dopo la fine della vita, un’altra vita, finalmente terrestre. Potrebbe cominciare così il racconto di chi, durante un’eclissi di sole, decise che era venuto il momento di scrivere la biografia di un albero e dimenticare tutto il resto.
Alcuni luoghi visti per la prima volta sembrano conosciuti da sempre. Altri, frequentati abitualmente, all’improvviso diventano estranei. Come le persone.
Ma io non sono mai stato simile a questo! Come fa a saperlo? Cos’è questo “tu” al quale dovrebbe o non dovrebbe assomigliare? Dove trovarlo? In quale parametro morfologico o espressivo? Dov’è il suo corpo di verità? Lei è il solo a non poter vedere altro che un’immagine, non vede mai i suoi occhi, se non inebetiti dallo sguardo rivolto a uno specchio o a un obbiettivo; proprio e soprattutto per il suo corpo lei è condannato all’immaginario. Roland Barthes · Barthes di Roland Barthes
Ogni viaggio contempla un viaggio parallelo, interiore, talvolta emozionante o avventuroso quanto quello geografico. Quando si scruta la terra dall’alto, in volo, ci si ricorda quasi con stupore che essa appartiene al cielo. Da quel limbo che è l’aeroplano, i mari mostrano apertamente il loro profilo, le pianure si distinguono dai rilievi, non si vedono i confini che le guerre hanno tracciato. Un osservatorio lontano induce a un sentimento di appartenenza più acceso, la distanza dalle cose attenua il loro fragore. Poi, dopo il volo, a terra, di nuovo l’inganno dell’apparenza; l’insidia dello specchio, la sua arrendevole immaginazione. Graziano Spinosi
La mia mente era uno specchio: vedeva ciò che vedeva, sapeva ciò che sapeva. In gioventù la mia mente fu proprio uno specchio in un vagone che fuggiva veloce afferrando e perdendo squarci di paesaggio. Poi col tempo grandi graffiti s’incisero sopra lo specchio lasciando che il mondo vi entrasse e lasciando che vi affiorasse il mio io più segreto. Perché questa è la nascita dell’anima nel dolore, una nascita con guadagni e perdite. La mente vede il mondo come una cosa staccata, e l’anima rende il mondo una cosa sola con se stessi. Uno specchio graffiato non riflette immagini: e questo è il silenzio della saggezza.
Il momento presente può diventare ostaggio sia del passato sia del futuro. In alcuni casi, il passato eclissa il presente gettando un’ombra su di esso, al punto che il presente può solo limitarsi a confermare quel che già si conosce e aggiungere ben poco. È praticamente annichilito. [...] Anche il futuro può rimuovere il presente, riorganizzandolo in modo tanto rapido e radicale da renderlo effimero e quasi inesistente. Chi propone di accordare un ruolo determinante alle ricostruzioni verbali/narrative a posteriori è esposto a questo rischio, poiché agisce come se la sola realtà psichica rilevante fosse l’espressione verbale dell’esistenza.Daniel N. Stern · Il momento presente
Colorare un disegno, fare un pupazzo di neve, mangiare un biscotto: i verbi più cari dell’infanzia, non solo per la loro aderenza al passato, sono transitivi. Nell’era del bimbo i giorni durano un giorno, le notti una notte. Fasi di un tempo naturale, scandito dal rapporto della terra col sole e altri astri. Nel corso degli anni, forse altrettanto naturalmente, la percezione del tempo perde elasticità come il corpo. L’adulto è preso dalle cose che deve fare, con disagio da quelle che desidera; i suoi verbi sono diventati intransitivi. Graziano Spinosi
Quando sognamo, la nostra anima vive, agisce, esercita tutte le facoltà, né più né meno di quando veglia; solo più mollemente e oscuramente, non però nel senso che la differenza tra i due stati sia quella che separa il buio dal vivo chiarore, ma piuttosto quella che separa il buio dall’ombra: nel primo essa dorme, nel secondo sonnecchia, più o meno: sono pur sempre tenebre. Vegliamo a occhi aperti e dormiamo a occhi chiusi. Non vedo così chiaro nel sonno; ma, quanto alla veglia, non è mai abbastanza pura e senza nuvole. È vero che il sonno nella sua profondità addormenta talora i sogni. Ma la nostra veglia non è mai tanto lucida da purgare e dissipare fino in fondo le fantasticherie, che sono i sogni di chi veglia, e peggio dei sogni.Montaigne· Saggi
L’accadimento prodigioso è la terra. La gioia e il dolore, la guerra e la pace, gli affetti, le stelle, i pensieri, le azioni appartengono alla terra. Essa è l’offerta dell’essere: l’essere abita da sempre l’apparire, ma la terra è il dono atteso dell’ospite. La verità ha accettato l’offerta. In principio, la verità ha voluto la terra, e questa volontà circonda e sorregge ogni volere mortale. Nella vita dell’uomo, la filosofia è un evento insolito: l’uomo vive solitamente nella non verità, attendendo ai problemi della terra. [...] La sollecitudine per la terra, in cui consiste la non verità, si fonda innanzitutto sull’accettazione della terra, compiuta dalla verità dell’essere. Noi possiamo volere qualcosa – la casa, il cibo, l’amore – solo in quanto vogliamo innanzitutto l’orizzonte, all’interno del quale possono comparire le singole cose che vogliamo. Emanuele Severino · Essenza del nichilismo
Lavorare a un’opera per sottrazione non significa solamente togliere del materiale a un materiale ma considerare anche la memoria -il proprio corpo- come parte di quel materiale. Graziano Spinosi
Dans une architecture aussi impérieuse que celle-ci, toute la grande tâche consiste à épurer, à éliminer le superflu, à ne conserver que l’utile, le fort, le calme… Ma présence est inscrite dans chaque recoin de votre maison… Le Corbusier · Lettera a Anatole e Camille Schwob, committenti della Villa Turca.
Ti libero la fronte dai ghiaccioli che raccogliesti traversando l’alte nebulose; hai le penne lacerate dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole freddoloso; e l’altre ombre che scantonano nel vicolo non sanno che sei qui.
L’astrazione abbandona il linguaggio descrittivo della figurazione e ne assume uno più dettagliato; percorre la via interiore, la riga del chiodo conficcato, l’attimo buio dello specchio. Graziano Spinosi
Non si guardavano. Nella penombra condivisa entrambi erano seri e silenziosi. Egli le aveva preso la mano sinistra e le sfilava e le metteva l’anello d’avorio e l’anello d’argento. Poi le prese la mano destra e le sfilò e le mise i due anelli di argento e l’anello d’oro con pietre dure. Lei porgeva alternativamente le mani. Questo durò qualche tempo. Continuarono ad allacciare le dita e ad unire i palmi. Procedevano con lenta delicatezza, come se temessero di sbagliare. Non sapevano che era necessario quel gioco perché una determinata cosa accadesse, nel futuro, in una determinata regione.Jorge Luis Borges· Il Gioco, da Storia della notte
I have been here before, But when or how I cannot tell: I know the grass beyond the door, The sweet keen smell, The sighing sound, the lights around the shore.
You have been mine before,- How long ago I may not know: But just when at that swallow’s soar Your neck turned so, Some veil did fall, – I knew it all of yore.
Has this been thus before? And shall not thus time’s eddyng flight Still with our lives our love restore In death’s despite And day and night yeld one delight once more?
C’è una speranza che l’uomo sopravviva, nonostante tutti i segni del silenzio apocalittico preannunciato dall’evidenza dei fatti? La risposta a questo interrogativo, forse, è contenuta nell’antica leggenda sulla resistenza dell’albero inaridito, privato dei succhi vitali, che ho preso come base del film più importante nella mia biografia artistica. Un monaco, passo dopo passo, secchio dopo secchio portava l’acqua sulla montagna e innaffiava l’albero inaridito, credendo senz’ombra di dubbio nella necessità di ciò che faceva, senza abbandonare neppure per un istante la fiducia nella forza miracolosa della sua fede e perciò assistette al miracolo: una mattina i rami dell’albero si rianimarono e si coprirono di foglioline. Ma questo è forse un miracolo? È soltanto la verità. Andrej Tarkovskij · Scolpire il tempo
Dal punto di vista scientifico si può capire il senso della vita di un essere umano solo se non lo si separa da quello della specie. Non può essere limitato alla sopravvivenza di un sottogruppo predatore e aggressivo che cerca di impadronirsi di un territorio spaziale, economico, linguistico o culturale. La terra appartiene a tutti quelli che ci vivono. È tonda e i suoi confini sono i confini dello spazio che essa occupa nel sistema solare. Non ha muri divisori, proprietà private, sbarramenti, cancellate. La materia e l’energia che racchiude sono state finora solo di chi era capace di creare l’informazione tecnica necessaria a utilizzarle. Questa informazione ha procurato a coloro che la possedevano armi perfezionate per asservire gli altri. Ha permesso loro di sfruttare terra, mare e aria lasciando agli altri solo i rifiuti.[...] Quando mai capiranno, i gruppi umani appartenenti al grande organismo della specie umana, che il loro scopo è la sopravvivenza dell’insieme e non l’affermazione della loro dominanza sugli altri? Nessuno, da solo, rappresenta la specie e nessuno ha il monopolio della verità.
Dopo un po’ di tempo si vide spuntare, attraverso il tappeto multicolore che copriva la terra, uno stelo che presto si guarnì di un fiore. Ma non c’era più nessuno che potesse accorgersene.
L’è un schérz ch’a n’e’ capéss, a m sint srè i ócc sal mèni da dri: cucú, chi è? e quèst csa vól? dài, ch’a n sémm piò burdéll, Ricardo, tè t’é sémpra voia, no? ta n si Ricardo? t si Tonino, no? a i so, t si Loris, no? porca putèna, chi èll? chi sit? a m vólt, mo dò ch’ l’è ‘ndè st’ pataca? u n gn’è niseun.
È uno scherzo che non capisco, mi sento chiudere gli occhi| con le mani da dietro: cucú, chi è?| e questo cosa vuole? dai, che non siamo più bambini,| Riccardo, tu hai sempre voglia, no?| non sei Riccardo? sei Tonino, no?| ci sono, sei Loris, no? porca puttana,| chi è? chi sei? mi volto,| ma dov’è andato ’sto coglione? non c’è nessuno.
La visione della volta celeste, col suo passaggio di stelle, è stata la più importante esperienza condivisa dagli esseri umani prima della televisione. Dal cielo segnali di rotte terrestri e la compagnia di figure lontanissime. Può ancora bastare il cielo per orientarsi, basta e avanza. Graziano Spinosi
Ma da dove viene l’illusione della libertà, l’errore che ci fa credere che siamo uomini liberi? Schopenhauer indica la sorgente dell’equivoco in quella che egli considera la prima fase dell’atto di volizione, quello stadio cioè in cui la volontà è come in divenire e non si è ancora tramutata in risoluzione. Questo stadio è il desiderio. [...] Esiste dunque nell’uomo un’idea positiva dell’infinito rispetto alla quale il limite appare un difetto e il desiderio e il dubbio un sintomo di una volontà di affrancamento. Paolo Zellini · Breve storia dell’infinito