Archive for the ‘2000’ Category
Thursday, May 27th, 2010

Olafur Eliasson · The Weather Project · 2003
Ciò che non muta
io canto
la nuvola la cima il gambo
l’offerta il dono la rovina
apparente d’acqua che tracima
di tempesta e di onde.
Io canto il semplice del grano
e del pane la stessa festa che si tiene
fra le rose a maggio, la corsa
della rondine e il coraggio
dell’animale nella tana
quando gli esce il nato fra le zampe.
E il silenzio fra rami immobili
il mistero della pioggia nel bosco
e altre cose che sempre
si cantarono. Io le canto a voi
vivi con me ora sull’orlo
mentre sferragliano veleno
fra idoli potenti e gracili
nella cospirazione del bene
battagliati fra le catene
d’una dittatura che impera.
Noi non adoreremo le sue merci.
Non piegheremo la schiena
alla sua greppia.
La nuvola piuttosto adoreremo
che è maestra di scorrerie per il cielo
e di alta impermanenza, e di esistenza
senza peso. Piuttosto la foglia
che sa mollare la presa
o il sasso concentrato in un’intesa
di ere, o le preghiere della legna
col suo ardore di fuoco.
O il fuoco. Adoreremo
ciò che in tutto non muta e si offre quieto
al grande gioco delle sostanze.
La forza dirigente del respiro.
La spinta acuta che lo diffonde.
Misteriosa forza che lo sospende
quando è ora.
Mariangela Gualtieri · Bestia di gioia
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Monologo del Non so · da …gli occhi di blimunda…
Yeelen · da GIULIANOCINEMA
Tags: bestia di gioia, mariangela gualtieri, olafur eliasson
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Saturday, May 22nd, 2010

Michael Najjar · Bionic Angel · 2006
Si guardava intorno,
come un gatto sazio in pescheria.
Graziano Spinosi
©
Possiamo davvero parlare di enigma dell’ora, di qualcosa che non si manifesta ma si deposita sul fondo degli abissi del Tempo. Ci troviamo insomma in quella terra di nessuno che non può ospitarci ma dalla quale non riusciamo neppure a evadere.
L’artista che resta nel suo studio rinuncia ai propri diritti civili e alla proposta indecente dell’amplificazione sociale del suo ruolo (o non-ruolo). L’artista, un tempo maledetto, oggi pressoché unanimemente benedetto, dovrebbe essere – a parer mio – semplicemente non detto, nel senso di non insignito di quel valore primario che spetta invece all’opera in quanto tale, perché originata dalla stessa dinastia che la precede nel Tempo e dalla quale discende in linea diretta. Un’opera, per essere autentica, deve dimenticare il suo autore.
È in atto una vera e propria asfissia, provocata dal vasto processo, ormai giunto a saturazione, fondato su quel falso valore, enfatico e illusorio, chiamato comunicazione.
Giulio Paolini · Conto alla rovescia (da L’ora X)
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Carlo Fruttero · La prevalenza del famoso
Tags: carlo fruttero, giulio paolini, michael najjar, televisione
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Friday, May 14th, 2010

Anselm Kiefer · Die grosse Fracht (Il grande carico) · 2007
Biblioteca San Giorgio · Pistoia
Si possono percorrere miglia e miglia senza spostare di un solo grado il proprio asse ontologico oppure viaggiare lontanissimo, rimanendo immobili. Il viaggio non è un moto, piuttosto un attraversamento: si viaggia sempre dentro, e per questa ragione bisognerebbe imparare a viaggiare per sottrazione. Verso il Silenzio, verso l’intangibile. Graziano Spinosi
©
Sé stessi, questa è la grande questione del viaggio. Sé stessi, e nient’altro. O così poco. Una quantità di pretesti, di occasioni e di giustificazioni, certo, ma, di fatto, ci si mette in cammino spinti soltanto dal desiderio di partire incontro a sé stessi nel disegno, molto ipotetico, di ritrovarsi, se non di trovarsi. Lo stesso giro del mondo non sempre è sufficiente a raggiungere questo faccia a faccia. A volte, nemmeno un’intera esistenza.
Ciò che l’anima imbarca alla partenza si ritrova, decuplicato, all’arrivo: dolori e ferite, noia e sofferenze, patimenti e malesseri, afflizioni e malinconie si amplificano durante il viaggio. Non troviamo guarigione facendo il giro del mondo, al contrario, esacerbiamo i nostri malesseri, scaviamo i nostri abissi. Lungi dall’essere una terapia, il viaggio definisce un’ontologia, un’arte dell’essere, una poetica di sé.
Fuori dalla nostra casa, nell’esercizio periglioso del nomadismo, il primo viaggiatore incontrato siamo noi stessi. Continuamente, in ogni angolo di strada, in ogni recesso, ai crocevia e nelle piazze, nella città o nei deserti, all’ombra o alla luce, su tutte le piste e in tutti gli accidenti del paesaggio, ovunque e sempre il nostro personaggio va questuando l’ordine intimo. Sullo scenario terrestre, vagano anime in pena alla ricerca di un corpo da abitare per sempre, nella pace e nella serenità ritrovate. Intorno al globo si giocano queste operazioni di reificazione permanente. La peregrinazione condivide i propri segreti con la demiurgia. Perché l’estraneità del mondo condanna a essere appagati dalla familiarità più immediata, quella che ognuno intrattiene con i propri recessi.
Michel Onfray · Filosofia del viaggio
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Pino Cacucci · Viaggio vuol dire tante cose
Stanislao Nievo · Il viaggio e il tempo del sogno
Tags: anselm kiefer, die grosse fracht, kairòs, michel onfray, pino cacucci, stanislao nievo, viaggio
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Monday, May 10th, 2010
Liu Bolin · Hiding in the City · 2006
…un giorno raggiunse l’orizzonte: assimilandolo.
Graziano Spinosi
©
Si diventa nomadi impenitenti soltanto se iniziati nella propria carne fin dalle ore del ventre materno, arrotondato come un globo o un mappamondo. Il resto dispiega una pergamena già scritta. […] Tutte le ideologie dominanti esercitano il controllo, il dominio, addirittura la violenza verso il nomade. Gli imperi si costruiscono sempre sull’annullamento delle figure erranti o dei popoli nomadi.
Il capitalismo odierno condanna ugualmente all’erranza, all’assenza di dimora o alla disoccupazione gli individui che rigetta e maledice. Il loro crimine? Essere inassimilabili dal mercato, la patria degli affaristi. Il loro castigo? I ponti, la strada, i marciapiedi, le stazioni della metropolitana, i sotterranei, le stazioni, le panchine. Lo svilimento dei corpi e l’impossibilità di un rifugio, di un riposo.
La città obbliga alla sedentarietà leggibile grazie a un’ascissa spaziale e a un’ordinata temporale: essere sempre in un luogo determinato, in un momento preciso. In questo modo, l’individuo viene facilmente controllato e localizzato da un’autorità. Quanto al nomade, egli rifiuta questa logica che permette di trasformare il tempo in denaro e l’energia del singolo, che è il solo bene di cui disponiamo, in moneta sonante. Partire, seguire le orme dei pastori, significa sperimentare un genere di panteismo estremamente pagano e ritrovare la traccia di antiche divinità (divinità dei crocevia e della fortuna, del fato e dell’ebbrezza, della fecondità e della gioia, divinità delle strade e della comunicazione, della natura e della fatalità) e tagliare i ponti con le pastoie e le servitù della vita moderna. […] Il viaggiatore, come una monade autosufficiente, ricusa il tempo sociale, collettivo e stringente, a vantaggio di un tempo individuale fatto di durate soggettive e istanti gioiosi voluti e desiderati. Asociale, misantropo, irrecuperabile, il nomade ignora la misura del tempo e funziona con il sole e le stelle, si istruisce con le costellazioni e il movimento degli astri nel cielo, non possiede orologi, ma un occhio animale esercitato a distinguere le albe, le tempeste, le schiarite, i crepuscoli, le eclissi, le comete, gli scintillii stellari, sa leggere la materia delle nuvole e decifrare le loro promesse, interpreta i venti e conosce le loro abitudini. Michel Onfray · Filosofia del viaggio
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Woody Allen · Zelig
Un filo di bisso · da ..gli occhi di blimunda..
L’importanza dell’oblio · da ioJulia
Mia madre e altre creature temibili… · da …MANGINO BRIOCHES…
Tags: alessandra pigliaru, anna mallamo, kairòs, liu bolin, michel onfray, nomadi, woody allen
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Tuesday, March 23rd, 2010

Antony Gormley · Blind Light · 2007 · Fonte immagine: >
Qualunque è la figura della singolarità pura. La singolarità qualunque non ha identità, non è determinata rispetto a un concetto, ma neppure è semplicemente indeterminata; piuttosto essa è determinata solo attraverso la sua relazione a un’idea, cioè alla totalità delle sue possibilità.
Assumere il mio esser-tale, la mia maniera di essere, non come questa o quella qualità, questo o quel carattere, virtù o vizio, ricchezza o miseria. Le mie qualità, il mio esser-così non sono qualificazioni di una sostanza (di un soggetto) che resti dietro di esse, e che io veramente sarei. Io non sono mai questo o quello, ma sempre tale, così.
La redenzione non è un evento in cui ciò che era profano diventa sacro e ciò che era stato perduto viene ritrovato. La redenzione è, al contrario, la perdita irreparabile del perduto, la definitiva profanità del profano.
Inoperosità non significa inerzia, ma katargeis – cioè un’operazione in cui il come si sostituisce integralmente al che, in cui la vita senza forma e le forme senza vita coincidono in una forma di vita.
Vedere semplicemente qualcosa nel suo essere-così: irreparabile, ma non per questo necessario; così, ma non per questo contingente – è l’amore. Giorgio Agamben · La comunità che viene
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Categorie: Agamben · da Nazione Indiana
Lo sguardo · da Vagamente sonnambula
Elio Pagliarani · Fabbricare il mondo con le parole
Tags: antony gormley, daniele giglioli, elena giacomelli, elio pagliarani, giorgio agamben
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Friday, March 19th, 2010
Michel Huelin · Grassbug 1 (part.) · 2007
Creature morbide, vagabonde e operose. Nate tra il muschio, all’ombra di alberi alti, fin dai primi istanti di vita hanno conformato le loro abitudini a quelle del territorio in cui sono cresciute. Benché lottino contro l’oscurità, percorrono traiettorie orizzontali: la vita nell’ombra, per loro, è la sola possibilità di sopravvivenza. Graziano Spinosi
©
Cresco, dunque esisto. Destinata a generare sempre nuove foglie. Senza tuttavia il timore di perderne perché hanno fatto il loro corso o perché un animale ingordo viene a divorarle. Anche le avversità climatiche possono portarsele via, le mie foglie. […] Il vivente non appartiene a nessuno. Si intrecciano relazioni tra gli esseri, ma ciascuno decide il proprio modo di vivere attraverso i meccanismi dell’evoluzione. […] Mi stupisco quindi nel vedere gli uomini considerare che tutte le forme viventi – o non, come nel caso delle risorse minerarie o energetiche del sottosuolo – appartengono a loro, semplicemente perché hanno deciso di essere detentori di un certo territorio. Sono migrati e hanno invaso il mondo molto di recente – in molti casi solo da alcune migliaia di anni o qualche secolo – e ritengono senza porsi problema che la zona invasa sia di loro proprietà, con tutti gli esseri viventi al seguito, che avevano impiegato milioni di anni per evolvere sul posto. […] Per giustificarsi verso se stessi e verso gli esseri viventi dai quali dipendono, hanno istituito un sistema di dei. Naturalmente se ne hanno uno solo è per loro ancora più facile agire da predatori sotto l’egida di quest’unica forza guida. Malgrado la loro intelligenza, un ragionamento che si morde la coda non li disturba: creare un Dio che si suppone li abbia a sua volta creati è nell’ordine delle cose. Quelli che fanno a meno degli dei, del resto, non sono affatto differenti poiché divinizzano l’Uomo. […] La competizione fa la sua comparsa, con la caduta della biodiversità e il caos che ne consegue. Finite le deliranti espressioni delle forme, tutto si impernia sulla produttività dei vincenti. Io so che non assomiglierò mai a queste creature. Lascerò a loro le angosce della competizione. Patrick Blanc · Il bello di essere pianta
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Attualità · da Paolo Nori
Lo sviluppo della rete… · da Filosofi per Caso
Tags: gianmarco murru, michel huelin, patrick blanc, pavel florenskij
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Tuesday, January 12th, 2010

Henry Horenstein · Phoca vitulina · da Animalia · 2006
©
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Thursday, February 19th, 2009

Bill Viola · Five Angels for the Millennium · Departing Angel · 2001
Cominciò disabituandosi agli orologi. Col tempo, poi, si liberò di quanto non era più indispensabile. Abbandonò le abitudini che avevano scandito sempre le sue giornate. Riuscì a dimenticare il significato di molte parole, l’armonia dei numeri, e imparò nuovamente a nuotare. Graziano Spinosi
©
Le condizioni di quando la vita non era ancora uscita dagli oceani non sono molto mutate per le cellule del corpo umano, bagnate dall’onda primordiale che continua a scorrere nelle arterie. Il nostro sangue infatti ha una composizione chimica analoga a quella del mare delle origini, da cui le prime cellule viventi e i primi esseri pluricellulari traevano l’ossigeno e gli altri elementi necessari alla vita. Con l’evoluzione d’organismi più complessi, il problema di mantenere il massimo numero di cellule a contatto con l’ambiente liquido non poté più essere risolto semplicemente attraverso l’espansione della superficie esterna: si trovarono avvantaggiati gli organismi dotati di strutture cave, all’interno delle quali l’acqua marina poteva fluire. Ma fu solo con la ramificazione di queste cavità in un sistema di circolazione sanguigna che la distribuzione dell’ossigeno venne garantita all’insieme delle cellule, rendendo così possibile la vita terrestre. Il mare in cui un tempo gli essere viventi erano immersi, ora è racchiuso entro i loro corpi. Italo Calvino · Il sangue, il mare
Tags: bill viola, italo calvino
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Wednesday, January 28th, 2009

Giulio Paolini · Palomar · 2006
Quando rifletto sul contemporaneo immagino corpi vicini nello spazio, penso alla contiguità, non al tempo. Graziano Spinosi
©
Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso
il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.
Giorgio Agamben · Che cos’è il contemporaneo?
Tags: giorgio agamben, giulio paolini, new moon
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Saturday, January 10th, 2009

Nicole Tran Ba Vang · Collezione primavera estate (part) · 2001
Nessuna verità, in amore, è
conturbante quanto una bugia.
Graziano Spinosi
©
"Non ci si può mai fidare della natura" (Jean Baudrillard) soprattutto nelle cose d’amore. Si dà infatti che un corpo nudo, come natura l’ha fatto, non sia seducente senza l’intervento dell’artificio in grado di scongiurare la semplice nudità e cancellare la naturalità di un corpo in sé e per sé insignificante. Senza l’ammiccamento, senza il gioco dell’apparire e dello sparire, senza la provocazione del desiderio in vista della sua delusione, senza un oltrepassamento del corpo e del suo esser semplicemente nudo in vista di quel vuoto che è poi l’anima dell’altro sognata sempre nella sua ingannevole complicità, senza quel nulla che si riempie di gesti convenuti come gesti erotici, senza quel misconoscimento dell’altro sepolto da tutte quelle parole incantevoli che ne recitano il falso riconoscimento, non si dà vicenda d’amore. Umberto Galimberti · Parole nomadi
Tags: amore, corpo, natura, nicole tran ba vang, umberto galimberti
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Monday, October 13th, 2008
Henry Horenstein · Grevy’s Zebra · da Animalia · 2006
Colpisce e sconcerta, oramai, che la
parola animale derivi da anima.
Graziano Spinosi
©
Leggere l’animale, sentirlo parlare, richiede una percezione estetica ed ecologica per la quale la psicologia non si è ancora fatta l’occhio e l’orecchio, per la quale non ha ancora trovato parole che non siano semplici moralismi allegorici ma vadano al di là delle metafore dell’essere maialesco, topesco, degli scherzi da scimmia… Una lunga tradizione greca, che va da Pitagora fino a Plutarco e Porfirio, riconosce l’affinità fra l’uomo e la bestia, e, per quanto ci è dato sapere, uno dei tre precetti morali di Eleusi suggeriva appunto di "non essere crudeli con gli animali". Tuttavia questa forma di rispetto per gli animali, propria delle civiltà ebraica e greca, non sembra aver esercitato un’influenza determinante sugli atteggiamenti occidentali successivi. [...] Malgrado l’idea di Plinio, per la quale gli animali sarebbero più cari a Dio dell’uomo stesso, o la concezione di Lucrezio, che considera gli animali più felici e più nobili dell’uomo, e nonostante la popolarità della Terza Georgica di Virgilio, la legge romana conferisce ai padroni di animali lo ‘ius utenti’ e lo ‘ius abutendi’ – una posizione fondata sull’idea stoica secondo la quale gli animali sarebbero privi di ragione. James Hillman · Animali del sogno
Tags: anima, animali, henry horenstein, james hilman
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Monday, June 9th, 2008
Henry Horenstein · Giant Pacific Octopus · da Animalia · 2006
I simulacri che ci appaiono negli specchi, nell’acqua, in ogni corpo lucido, poi che hanno aspetto simile alle cose, devono consistere d’immagini emesse da queste. Ci sono, dunque, tenui immagini delle forme, simili ad esse, che nessuno può scorgere ad una ad una e, tuttavia, ribattute da assiduo e frequente riverbero, rimandano la visione dal piano degli specchi; e pare che non possano in altro modo conservarsi così che siano riflesse figure tanto simili a ogni oggetto.
E quanto più fiera è una razza d’animali, tanto più è portata a infuriarsi nel sogno. Ma gli uccelli variopinti fuggono via e col batter d’ali d’improvviso turbano i sacri boschi nel tempo notturno, se nel sonno soave hanno visto dei falchi portare zuffe e battaglie incalzandoli al volo. [...] Molti nel sonno tradiscono gravi segreti, e sovente rivelano essi stessi una loro colpa. Molti incontrano la morte. Molti, come se da alte montagne precipitassero a terra a corpo abbandonato, sussultano di paura, e dal sonno, come dementi, a fatica tornano in sé, sconvolti dal tumulto del corpo.
Lucrezio · De rerum natura
Tags: de rerum natura, henry horenstein, lucrezio, octopus
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Thursday, April 3rd, 2008
Ron Mueck · Mask II · 2001-02
S. Francisco Museum of Modern Art
La piccola crepa d’un intonaco, adocchiata un giorno distrattamente, può dar vita al sogno notturno di un terremoto. La memoria non fa sconti. L’emozione provocata da un violento temporale può stemperarsi nel sogno di un quieto paesaggio inondato di sole. La memoria si attiene ai fatti. A modo suo. Graziano Spinosi
©
Sento risuonare l’acqua che cade nel mio sogno.
Le parole cadono come l’acqua io cado. Disegno
nei miei occhi la forma dei miei occhi, nuoto
nelle mie acque, mi dico i miei silenzi. Tutta
la notte attendo che il mio linguaggio riesca a
darmi forma. E penso al vento che viene a me,
perdura in me. Tutta la notte ho camminato sotto
la pioggia sconosciuta. Mi hanno dato un silenzio
pieno di forme di visioni (dici). E corri desolata
come l’unico uccello nel vento.
Alejandra Pizarnik · La figlia dell’insonnia
Tags: alejandra pizarnik, contrappunto, memoria, ron mueck, sogno
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Saturday, March 1st, 2008

Jaume Plensa · Autoritratto as H.B. II · 2006
Nelle notti di nebbia, quando è impossibile vedere i lampi dei fari, un nautofono segnala la posizione dei porti: un suono vicario indica ciò che la vista non può percepire, consentendo l’orientamento ai naviganti. Posizionato sulla terraferma il nautofono ristabilisce anche un legame con punti noti, una congiunzione sensoriale tra corpi galleggianti e corpi stanziali che allevia il disagio provocato dal senso di vuoto (ben noto a chi viaggia per mare, quando in certe condizioni climatiche l’aria e l’acqua diventano una sola sostanza astratta). Coi suoi sibili, che sembrano parole primitive, il nautofono è un identificativo topografico e antropologico, la memoria sonora di un luogo. Solitamente spenta nei giorni di sole, questa memoria si accende quando le condizioni esterne divengono avverse e un vuoto di senso si propaga come nebbia all’improvviso. Graziano Spinosi
©
Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
Eugenio Montale · Ossi di seppia, Mediterraneo
Tags: eugenio montale, jaume plensa, memoria, nautofono, vuoto
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Friday, January 18th, 2008

Anselm Kiefer· Velimir Chlebnikov and the Sea · 2004
L’astrazione è un ritorno.
Infinitesimare, un verbo coniugato all’infinito.
Nel gioco le regole del gioco. La Natura è un alfabeto.
Perché il silenzio? Anche per amore.
Graziano Spinosi
©
…il testo si manifesta come rinuncia, si depaupera: diventa la pensosa parodia di un viaggio verso il silenzio. Si è parlato molto di silenzio, di un silenzio del tempo in un tempo di silenzio, vuoto e aperto, ai limiti del delirio mistico: di come essere nel silenzio, come sentire e abitare il silenzio, come essere abitati dal silenzio. Luciano Berio · Un ricordo al futuro
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Tuesday, January 8th, 2008

Anish Kapoor · Ascension · 2003
Ogni luogo segreto mantiene un segreto.
Graziano Spinosi
©
Ogni uomo ha forse avvertito quella sorta di dolore, se non di terrore, che si prova nel vedere il mondo e la sua storia presi in un moto ineluttabile, che sempre più s’accresce, e che non sembra voler mutare, per scopi sempre più volgari, altro che le proprie manifestazioni visibili. Questo mondo visibile è ciò che è, e le nostre azioni non possono fare in modo che sia assolutamente diverso. Si pensa allora con nostalgia a un mondo in cui l’uomo, anziché forzare con rabbia le apparenze visibili, si fosse impegnato a disfarsene, non soltanto a rifiutare ogni azione su di esse, ma a spogliarsi, in modo da riportare alla luce in noi stessi quel luogo segreto a partire dal quale sarebbe stata possibile un’avventura umana del tutto diversa. Di più alto senso morale, comunque. Jean Genet · L’atelier di Alberto Giacometti
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Thursday, May 3rd, 2007

Marcos Zacariades · Penitenti della memoria collettiva · 2003
Igatu · Chapada Diamantina · Brasile
In una miniera diamantifera di Igatu (città di pietra), un villaggio nello stato di Bahia, negli anni cinquanta ci fu un crollo che causò la morte di circa duecento minatori. Solamente quattro di essi sopravvissero al disastro. In questa miniera, riaperta da pochi anni, Marcos Zacariades ha ambientato una sua opera dedicata alla memoria dei minatori morti: Penitentes da memória coletiva. Si accede al cuore della miniera attraverso un lungo sentiero di acqua corrente che fora la montagna. Qui, adagiati sopra rudimentali catafalchi ferrosi, sono composti i corpi di argilla dei minatori, realizzati da Marcos con materiali provenienti dalla miniera. Tutti gli abitanti di Igatu hanno partecipato alla realizzazione di questo progetto. Qui dove la terra ha ingoiato i loro corpi, in questa pancia scura, la luce delle candele illumina i nomi, gli oggetti, la memoria dei garimpeiros. Graziano Spinosi
©
Sono stato testimone del sogno e della volontà di quattro uomini che volevano salvare qualcosa che era sempre stato un punto di riferimento nelle loro vite. Quegli uomini volevano tenere viva la loro memoria, il ricordo di un sacrificio forzato. Si sentivano esuli, abbandonati dai morti. Bisognava riaprire quella miniera. Benvenuti nel mondo dell’oscurità, nella ricerca della luce con una forza titanica, la stessa che contiene l’arte e che salva gli uomini nel momento delle grandi provocazioni. Marcos Zacariades
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Monday, March 5th, 2007

Christina Kolaiti · Autoritratto · 2001
Ai bordi delle strade, dei fiumi, delle case, si accumulano scorie che provengono dalla movimentata vitalità del centro. Queste scorie danno vita a un micromondo animato da elementi organici e inorganici, oggetti di poco conto, frammenti consumati senza più identità; è un universo pulviscolare e provvisorio che ha perduto ogni legame col centro di provenienza, aggregato dalla fatalità e da quella legge per cui ogni vita produce scorie fin quando, estinguendosi, diventa scoria essa stessa e così via: natura, caso e mistero. Anche il tempo, volendo immaginarne una centralità che non gli appartiene, in certi attimi sembra rivelarci la presenza di una deriva in cui si agita una vita minore e più silenziosa. Penso all’alba (una personale smania di questo periodo), a quando si ha la febbre, alle eclissi. Le cose piccole diventano grandi, le cose grandi diventano piccole. Momenti in cui tutto sembra più chiaro, per poco. Graziano Spinosi
©
Lo tempo va dintorno con le force
Canto sedicesimo del Paradiso di Dante
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Sunday, February 18th, 2007

nowheremen
ACCIAIERIE arte contemporanea · Cortenuova-BG
23 febbraio – 24 giugno 2007
I nowheremen, gli abitanti di nessun luogo, sono figure emblematiche dell’anonimato più desolante, correlato alla società dei consumi. Ad essi è dedicata la terza tappa del progetto Estetica dei non-luoghi, a cura di Omar Calabrese. In quattro sezioni la mostra, co-curata da Maurizio Bettini, presenta, attraverso una selezione di quaranta opere circa, le differenti modalità messe in atto dagli artisti per affrontare il tema della perdita identitaria. Nella prima sezione, l’uomo meccanico – l’automa – metafora grottesca della modernità, visto anche nelle sue varianti – marionetta, fantoccio, pupazzo – è rappresentato dai robots di Metropolis di Fritz Lang, dai Manichini coloniali di de Chirico, dal Povero cavaliere di Daniel Spoerri. Al tema dell’invisibilità rimandano, invece, la donna di spalle di L’épreuve du sommeil di Magritte, la scultura smangiata Bocca grande di Igor Mitoraj, l’assenza di corpo del Vestito Terremoto di Beuys, lo spirito del Fantasma di Baj, l’Ombra di Claudio Parmiggiani. Nella terza sezione, la spersonalizzazione indotta dalla vita massificata si ritrova nell’inespressività della Ragazza che cammina di Pistoletto, nel corpo sfibrato di Vanessa Beecroft, in quello asservito alle leggi della moda delle fashion victims di Erwin Olaf, e ancora nel gregge consenziente dell’Audience di Claudio Maccari. Infine, la quarta sezione affronta il tema della negazione dell’identità prodotta dagli ibridi di Man Ray – l’ombrello con la macchina da cucire – dai supereroi di Adrian Tranquilli, o dalla crudeltà della pulizia etnica interpretata da Ben Shahn, giungendo in Emilio Isgrò al volontario rifiuto della propria immagine, come rappresentazione che della nostra identità viene costruita dalle relazioni interpersonali.
Il primo e immediato corollario dei "non luoghi" è che siano abitati da "non persone". Ebbene, chi sono, e come possiamo definire i "nowheremen", le "non persone"? Un elemento appare immediatamente evidente: le “non persone" sono coloro che non riescono a raggiungere, o, al rovescio, hanno perduto tratti fondamentali della loro identità. Ecco, pertanto, emergere una facile topologia: individui senza caratteri fisici riconoscibili: uomini invisibili, uomini immersi nella nebbia, ecc. (come gli antichi e mitici Cimmeri, che nessuno aveva visto a causa appunto delle nebbie in cui vivevano); individui senza memoria, e dunque senza una storia che li definisce (come i Lotofagi dell’Odissea); individui a cui manca qualche dimensione (come gli abitanti di Flatland, di Abbott, che sono completamente piatti); individui senza corpo, come i fantasmi o le ombre; individui senza umanità, o post umani (dunque esseri senza sentimenti, come gli automi); – individui senza ruolo, e dunque anonimi (come la piccola borghesia di molta letteratura sociale, o i consumatori acritici di molta critica sociale); gli individui con identità segrete, come gli eroi misteriosi (dalla Primula Rossa a Zorro e Superman). La mostra cercherà di ritrovare nelle manifestazioni dell’arte contemporanea i tratti delle "non persone" appena elencate, a partire dalle opere di grandi maestri come René Magritte, Jean-Michel Folon, Duane Hanson, George Segal, Michelangelo Pistoletto, per arrivare alle ultime tendenze dell’arte oggi.
A cura di
Omar Calabrese
Maurizio Bettini
Tags: maurizio bettini, nowheremen, omar calabrese
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Sunday, April 30th, 2006
Levi van Veluw · Landscape I · 2008
Scorre una memoria, con la linfa, nel corpo degli alberi.
Scrivono il tempo come i libri, gli alberi sono libri.
Graziano Spinosi
©
Gli alberi sono degli alfabeti, dicevano i Greci.
Roland Barthes
Tags: corpo, levi van veluw, libri, memoria, roland barthes
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Monday, April 24th, 2006
Anish Kapoor · Blood Solid · 2000
Frantumi di sogni, al risveglio. Morti o mai nati, presagi, felicità rapprese. È intensa la loro carnalità, nonostante appartengano al più astratto dei tempi. Il giorno poi compie il suo corso sinusoidale, queste icone sbiadiscono e altri accadimenti forniscono il materiale per la costruzione di nuovi sogni: siamo sognati da ciò che non trova compimento nell’esistenza diurna. Graziano Spinosi
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Il sogno non ha testimoni.
Proverbio cubano
Tags: anish kapoor, risveglio, sogni
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Thursday, March 23rd, 2006

Louise Bourgeois · Couple · 2000
Un po’ di tautologia, signore? No, grazie, in estate preferisco il mojito. Lei è un asino! Non ancora purtroppo, ma spero di diventarlo al più presto. Graziano Spinosi
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…veggendo che ciascuno animale, tosto che nato è, quasi da natura dirizzato nel debito fine, che fugge dolore e domanda allegrezza, quelli disse questo nostro fine essere voluptade (non dico voluntade, ma scrivola per P), cioè diletto sanza dolore. Dante · Convivio
Tags: amore, couple, dante alighieri, louise bourgeois
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Saturday, March 18th, 2006

Franko B · I miss you · 2002
Le donne hanno una familiarità col sangue
a cui gli uomini non pensano mai.
Graziano Spinosi
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Tags: franko b, uomini e donne, y miss you
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Wednesday, November 2nd, 2005
Katarina Fritsch · Dealer · 2001
Un diavolaccio, una notte, mi venne a visitare. Soffro anch’io d’insonnia, si lamentò, da quando più non ho una qualunque fede. Rammollito d’un demonio, gli dissi, torna a trovar ristoro tra i tuoi, e tralascia le mie beghe. L’adunco si dileguò. Non ci sono più i diavoli di un volta. Graziano Spinosi
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Per esempio, l’Inferno di Dante è pieno di italiani
che rompono i coglioni agli altri.
Ennio Flaiano · Frasario essenziale
Tags: berlicche, ennio flaiano, katharina fritsch
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