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Mattino blu

22 maggio 2017

Nomunium · Mattino blu | Reflection Selfie · 2017 · Instagram | #nomunium

Nomuun Amarsaikhan  ·  Mattino blu  ·  2017  ·  Instagram | #nomunium

L’autoritratto come genere prende vita alla fine del Quattrocento e raggiunge la sua diffusione massima nel Diciannovesimo e Ventesimo secolo. Insieme a Dürer e Mantegna nasce la figura dell’artista intellettuale: dallo splendore delle corti alle penombre della Controriforma, dal sangue delle rivoluzioni alla limpidezza dell’algebra booleana, il diritto alla visibilità è appannaggio di pochi prescelti a fronte di una moltitudine di spettatori. Questo scambio controverso e pacifico permane fino ai primi anni del Duemila, quando la comparsa dei social solleva platee sempre più vaste dal ruolo di fruitore, promuovendo una sterminata rappresentazione del sé. Non più avi né posteri, ora l’autore è il grande pubblico: miliardi di persone  operose nella rete di Bilderberg, dove la brutta foto di un bel volto è istantaneamente opera d’arte. I social network promuovono le palestre come luoghi di culto, erogano amici e identità. E in più consentono a ciascuno di apparire e scomparire, lasciando tracce proprie o di altri: una camera di specchi popolata da eroi liquidi e amazzoni alla toilette. Selfie! © Graziano Spinosi

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Nidi

16 giugno 2016

Filo di ferro, intonaco · Altezza 200 cm · 2001

Graziano Spinosi · Nido II · Filo di ferro, intonaco · Altezza 200 cm · 2001

e gli alberi e la notte non si muovono più
se non da nidi

Giuseppe Ungaretti
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Nidiare

9 giugno 2016

Graziano Spinosi · Nidi · Filo di ferro, intonaco · Altezza 3 metri ca · 2001 | Foto di Maurizio Nicosia

Graziano Spinosi  ·  Nidi  ·  Filo di ferro, intonaco  ·  Altezza media 3 metri  ·  2001  |  Foto di Maurizio Nicosia

Fu il grande classificatore Linneo, nel suo Systema naturae del 1735, a introdurre il termine pupa per definire quello stadio intermedio tra la condizione larvale e la forma compiuta degli insetti metamorfici. Nella lingua latina il vocabolo pūpu(m) nomina la bambola e il bambino in fasce. Da sempre i salti di campo delle parole vengono spinti dalle analogie e si può dire che tutte le lingue non siano altro che meravigliosi labirinti di metafore. In questo caso non si limita a un sol punto la connessione tra i differenti utilizzi: la forma ovoidale, allungata ai poli, accomuna bambole, neonati e crisalidi, così come il disporsi delle bende, che in quasi tutte le culture venivano usate per bloccare gli arti del bambino, hanno una straordinaria somiglianza con i rigonfiamenti di certi bozzoli, che alternano bombature diagonali a parallele. Ma la metafora più pertinente è contenuta nella condizione di sviluppo, di stadio intermedio della forma. È indubbiamente per tale richiamo semantico che anche i morti venivano, e talvolta vengono ancora, fasciati in bende, nella speranza di una rinascita, di una metamorfosi del corpo. Così come la storia delle parole, anche quella delle immagini, delle arti visive, continua a generarsi e a proliferare per via di analogie e metafore. Le forme primarie della natura sono un alfabeto inesauribile di significati e allusioni, di sintesi e ramificazioni artistiche. Da molti anni, con una insistenza variopinta, con un’ossessione innamorata, Graziano Spinosi lavora e ricerca, progetta e costruisce intorno alla forma archetipica del nido. Ma si potrebbe dire intorno al grembo materno, alla crisalide, al guscio, alla barca, alla gemma, alle mani giunte, al vaso, al carapace, al gomitolo, al sacco, al seme, al cranio, al nodo, al pianeta. Sono tutte forme che, prima di giungere all’arte, contengono cose tra loro diverse: un nascituro, un navigante, un cervello, una preghiera o un fuoco, ma ognuna svolge un ruolo di protezione, di conservazione e riparo. L’atto di cingere e fasciare una forma, nel muto linguaggio dei segni, può tuttavia alludere a sentimenti tra loro opposti, come opposte sono la protezione e la prigione, l’occultamento e la cura. Non è necessario ricorrere a una psicoanalisi della lingua per comprendere come il disegno e la scultura siano per Graziano un accostarsi di fili, di rami, di segni che, volo dopo volo, gesto dopo gesto vanno a costruire un nido di pensieri. Così queste immense crisalidi sono immobili davanti a noi ma è come fossero sospese un attimo prima del loro dischiudersi. Un nascituro scalciante si è rigirato nel sonno metamorfico o ha cercato, senza riuscirci, di squarciare la membrana che ne ha protetto la muta. L’ambiguità, che non di rado produce valore in arte, è salvata dalla forma ancora intonsa, enigmatica nell’esito di quella catarsi. Massimo Pulini

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Due

15 maggio 2016

Loretta Lux · Sasha and Ruby · 2005

Loretta Lux · Sasha and Ruby · 2005

Sembrano più lievi, nei gemelli, le rappresaglie del tempo.
Un accorgimento genetico dovuto all’intralcio d’essere due?

© Graziano Spinosi
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Ctrl + s

23 dicembre 2015

CESARE-FABBRI-2006

Foto di Cesare Fabbri · 2006

Dopo la fine delle cose il sentimento del tempo non è più lo stesso, la memoria rinviene ogni reperto. Ciò che un tempo pareva indispensabile, nella distanza si stempera, diviene materiale per i sogni notturni. Anche i ricordi invecchiano. © Graziano Spinosi

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Posteri

21 marzo 2015

Roman Opalka · Autoritratti 1965|2011

Roman Opalka  ·  Autoritratti 1965|2011

Siamo i posteri di avi che furono posteri e avi di posteri che saranno avi: vite dedicate all’onere della riproduzione e dell’autoconservazione. Casi biologici costretti all’avvicendamento; scagionati dall’appartenenza a una specie solo nei sogni notturni, dove la volontà è abolita. Nessuna provenienza, nessuna destinazione. © Graziano Spinosi

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Angel

15 dicembre 2012

Sun Yuan e Peng Yu · Angel · 2008

Sun Yuan e Peng Yu  ·  Angel ·  2008


Il desiderio non ha proporzioni.
Come il vuoto.


© Graziano Spinosi

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Blind Light

20 novembre 2012

Anthony Gormley  ·  Blind Light  ·  2007

Anthony Gormley  ·  Blind Light  ·  2007


Certi luoghi, visti per la prima volta, sembrano noti da sempre.
Altri, frequentati abitualmente, all’improvviso diventano estranei.
Come le
persone.


© Graziano Spinosi

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Ante rem

9 aprile 2009

CAROLE·A·FEUERMAN·MORAN·2008

Carole A. Feuerman  ·  Moran ·  Resina policromata  ·  2008

Cominciò disabituandosi agli orologi. Col tempo, poi, si liberò di quanto non era più indispensabile. Abbandonò le abitudini che avevano scandito sempre le sue giornate. Riuscì a dimenticare il significato di molte parole, l’armonia dei numeri, e imparò nuovamente a nuotare. © Graziano Spinosi

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Distorted Universal Vision

1 ottobre 2008

Hiroshi Sugimoto · Distorted Universal Vision ( autoritratto ) · 2003

Hiroshi Sugimoto  ·  Distorted Universal Vision  ( autoritratto )  ·  2003

nel buio, spesso, tutto diventa più chiaro

© Graziano Spinosi

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Nothing

9 aprile 2005

S·BRUEGGERMAN·NOTHING·2003
Stefan Brüggemann  ·  Nothing ·  2003

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) nothing (
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© Graziano Spinosi

Dunque, succede: niente. Questo niente, tuttavia, bisogna dirlo. Come dire: niente? Ci troviamo qui dinanzi a un grande paradosso dello scrivere: niente può solo dirsi niente; niente è forse la sola parola della lingua che non ammette nessuna perifrasi, nessuna metafora, nessun sinonimo, nessun sostituto; infatti dire niente altrimenti che con il suo puro denotante (la parola niente), sarebbe già colmare il niente, smentirlo: come Orfeo che perde Euridice voltandosi verso di lei, niente perde un po’ del suo senso ogniqualvolta lo si enuncia (lo si de-nuncia). Bisogna dunque barare. Roland Barthes · Il grado zero della scrittura

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