Archive for the ‘2000’ Category

Muda

Sunday, August 21st, 2011

CAROLE-A-FEUERMAN-MORAN-2008-P

Carole A. Feuerman · Moran (part.) · Resina policromata · 2008

Il somersault non ti è piaciuto?
Non sei entrato diritto, la schiena ha curvato il peso.
Non è facile oltrepassare il vuoto.
Nel rovesciato hai mancato il tempo, l’avvitamento va migliorato.
La gravità preme sul corpo, il respiro mi scotta il volto.
Chiudi gli occhi nell’affondo, pori aperti nel ritorno.

Graziano Spinosi
a  D.M.

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.. vivere significa: mutarsi nell’infinito.
Chi al vecchio si aggrappa, non diventa vecchio.
Così decisi di agire subito
e l’acqua non mi parve più fredda.

Le mie braccia si allungarono in ampie pinne
verdi squame mi crebbero lentamente;
quando l’acqua mi ebbe chiuso anche la bocca,
m’ero adattato al nuovo elemento.

Mi lascio scivolare pigramente per oscure profondità,
e non sento né onde né vento
ma ora temo i luoghi asciutti
e che un giorno l’acqua di nuovo scorra via.

Poiché ridiventare uomo
quando da tempo non lo si è più,
è difficile per uno come noi in questo mondo
ché l’esser uomo troppo facilmente si scorda.

Günter Kunert · Ricordo di un pianeta · Einaudi

Homo sapiens

Sunday, January 30th, 2011

W-TILLMANS-FREISCHWIMMER-42-P 
Wolfgang Tillmans · Freischwimmer 42 (part) · 2004

È un alfabeto la memoria, e non fa sconti. Voler dimenticare è come decidere di non pensare. Quando ci pare che questo accada, ecco che qualcosa ci pensa, prende forma il ricordo. Graziano Spinosi

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Ciò che crediamo di scorgere, ciò che brilla in lontananza, nella lontananza del passato, sono i nostri sogni spenti, senza luce né calore, che sopravvivono, come fantasmi, grazie alla nostra ostinata tendenza all’evocazione. O magari è la memoria che, a sua volta, rivela – senza  saperlo – l’intensità della nostra carenza, il profondo dolore degli uomini per quello che hanno perso. Chi ha sofferto dice che il peggior dolore, il dolore più insopportabile, è il dolore fantasma, quello che lascia come unica traccia della sua esistenza quel membro strappato dal resto del corpo che lo ha abbandonato per sempre. È da considerare un vero e proprio sintomo della nostra condizione il fatto che non esista dolore più intenso della memoria del dolore. Manuel Cruz · I brutti scherzi del passato


Walkman

Monday, December 20th, 2010

MICHAEL-WOLF-TOKIO-COMPRESSION-2010 
Michael Wolf · Tokio compression · 2010

Metropolitana di Tokio. Un viaggiatore ha il viso appoggiato al vetro della carrozza. Alla fine della corsa, sopra quel vetro, rimarrà l’impronta facciale di un uomo dal volto di cera. Andata, ritorno: un’altra persona schiaccerà la guancia sullo stesso vetro, forse proprio in quel punto. Altre impronte, calchi di corpi che viaggiano rapidi, sottoterra, vivi. Graziano Spinosi

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Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine,
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco  e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

Giovanni Raboni · Barlumi di storia


Nothing

Sunday, November 28th, 2010

S-BRUGGEMANN-NOTHING-2003-P 
Stefan Brüggemann · Nothing · 2003

) niente (
 
Graziano Spinosi

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Dunque, succede: niente. Questo niente, tuttavia, bisogna dirlo. Come dire: niente? Ci troviamo qui dinanzi a un grande paradosso dello scrivere: niente può solo dirsi niente; niente è forse la sola parola della lingua che non ammette nessuna perifrasi, nessuna metafora, nessun sinonimo, nessun sostituto; infatti dire niente altrimenti che con il suo puro denotante (la parola niente), sarebbe già colmare il niente, smentirlo: come Orfeo che perde Euridice voltandosi verso di lei, niente perde un po’ del suo senso ogniqualvolta lo si enuncia (lo si de-nuncia). Bisogna dunque barare. Roland Barthes · Il grado zero della scrittura


Ciò che non muta

Thursday, May 27th, 2010

Olafur Eliasson · The Weather Project

Olafur Eliasson · The Weather Project · 2003

Ciò che non muta
io canto
la nuvola la cima il gambo
l’offerta il dono la rovina
apparente d’acqua che tracima
di tempesta e di onde.

Io canto il semplice del grano
e del pane la stessa festa che si tiene
fra le rose a maggio, la corsa
della rondine e il coraggio
dell’animale nella tana
quando gli esce il nato fra le zampe.

E il silenzio fra rami immobili
il mistero della pioggia nel bosco
e altre cose che sempre
si cantarono. Io le canto a voi
vivi con me ora sull’orlo
mentre sferragliano veleno
fra idoli potenti e gracili
nella cospirazione del bene
battagliati fra le catene
d’una dittatura che impera.

Noi non adoreremo le sue merci.
Non piegheremo la schiena
alla sua greppia.

La nuvola piuttosto adoreremo
che è maestra di scorrerie per il cielo
e di alta impermanenza, e di esistenza
senza peso. Piuttosto la foglia
che sa mollare la presa
o il sasso concentrato in un’intesa
di ere, o le preghiere della legna
col suo ardore di fuoco.

O il fuoco. Adoreremo
ciò che in tutto non muta e si offre quieto
al grande gioco delle sostanze.
La forza dirigente del respiro.
La spinta acuta che lo diffonde.
Misteriosa forza che lo sospende
quando è ora.

Mariangela Gualtieri · Bestia di gioia

Monologo del Non so · da …gli occhi di blimunda… 

Yeelen · da GIULIANOCINEMA


Conto alla rovescia

Saturday, May 22nd, 2010

Michael Najjar · Bionic Angel

Michael Najjar · Bionic Angel · 2006

Si guardava intorno,
come un gatto sazio in pescheria.

Graziano Spinosi

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Possiamo davvero parlare di enigma dell’ora, di qualcosa che non si manifesta ma si deposita sul fondo degli abissi del Tempo. Ci troviamo insomma in quella terra di nessuno che non può ospitarci ma dalla quale non riusciamo neppure a evadere.

L’artista che resta nel suo studio rinuncia ai propri diritti civili e alla proposta indecente dell’amplificazione sociale del suo ruolo (o non-ruolo). L’artista, un tempo maledetto, oggi pressoché unanimemente benedetto, dovrebbe essere – a parer mio – semplicemente non detto, nel senso di non insignito di quel valore primario che spetta invece all’opera in quanto tale, perché originata dalla stessa dinastia che la precede nel Tempo e dalla quale discende in linea diretta. Un’opera, per essere autentica, deve dimenticare il suo autore.

È in atto una vera e propria asfissia, provocata dal vasto processo, ormai giunto a saturazione, fondato su quel falso valore, enfatico e illusorio, chiamato comunicazione.

Giulio Paolini · Conto alla rovescia (da L’ora X)

Carlo Fruttero · La prevalenza del famoso


 

Kairòs · 3

Friday, May 14th, 2010

Anselm Kiefer · Die grosse Fracht

Anselm Kiefer · Die grosse Fracht (Il grande carico) · 2007 
Biblioteca San Giorgio · Pistoia

Si possono percorrere miglia e miglia senza spostare di un solo grado il proprio asse ontologico oppure viaggiare lontanissimo, rimanendo immobili. Il viaggio non è un moto, piuttosto un attraversamento: si viaggia sempre dentro, e per questa ragione bisognerebbe imparare a viaggiare per sottrazione. Verso il Silenzio, verso l’intangibile. Graziano Spinosi

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Sé stessi, questa è la grande questione del viaggio. Sé stessi, e nient’altro. O così poco. Una quantità di pretesti, di occasioni e di giustificazioni, certo, ma, di fatto, ci si mette in cammino spinti soltanto dal desiderio di partire incontro a sé stessi nel disegno, molto ipotetico, di ritrovarsi, se non di trovarsi. Lo stesso giro del mondo non sempre è sufficiente a raggiungere questo faccia a faccia. A volte, nemmeno un’intera esistenza.

Ciò che l’anima imbarca alla partenza si ritrova, decuplicato, all’arrivo: dolori e ferite, noia e sofferenze, patimenti e malesseri, afflizioni e malinconie si amplificano durante il viaggio. Non troviamo guarigione facendo il giro del mondo, al contrario, esacerbiamo i nostri malesseri, scaviamo i nostri abissi. Lungi dall’essere una terapia, il viaggio definisce un’ontologia, un’arte dell’essere, una poetica di sé.

Fuori dalla nostra casa, nell’esercizio periglioso del nomadismo, il primo viaggiatore incontrato siamo noi stessi. Continuamente, in ogni angolo di strada, in ogni recesso, ai crocevia e nelle piazze, nella città o nei deserti, all’ombra o alla luce, su tutte le piste e in tutti gli accidenti del paesaggio, ovunque e sempre il nostro personaggio va questuando l’ordine intimo. Sullo scenario terrestre, vagano anime in pena alla ricerca di un corpo da abitare per sempre, nella pace e nella serenità ritrovate. Intorno al globo si giocano queste operazioni di reificazione permanente. La peregrinazione condivide i propri segreti con la demiurgia. Perché l’estraneità del mondo condanna a essere appagati dalla familiarità più immediata, quella che ognuno intrattiene con i propri recessi.

Michel Onfray · Filosofia del viaggio

Pino Cacucci · Viaggio vuol dire tante cose

Stanislao Nievo · Il viaggio e il tempo del sogno