Mark Rothko · Rothko Chapel · 1965-68 · Houston, Texas
L’ingresso della Rothko Chapel, costruito da un portico anonimo e calato nella semioscurità, fa pensare più a una cripta che a una cappella. Sebbene la sua forma ottagonale dia stabilità all’insieme, lo spazio è difficile da dominare, nella successione di trittici e singole tele, di porte e pareti. Dalla tonalità ombrosa che permea l’atmosfera, si staccano man mano tenui sfumature cromatiche, dalla terra d’ombra all’indaco, dal cremisi d’alizarina al porpora, dal blu fino al deciso rosso della tela singola che di questo percorso è il culmine. […] Con la loro successione – quasi un’orchestrazione – l’esperienza acquista uno spessore temporale e il nostro sguardo una memoria, trattenendo qualcosa dell’immagine precedente. La serie cattura così lo sguardo, lo sottopone a quella stessa disciplina che permetteva a Rothko di circoscrivere la pittura a pochi elementi, articolandoli però in modo inesauribile. Con tale allitterazione, non era più la presenza a importare quanto la sequenza; in altri termini, fu definitivamente abbandonata l’unicità del dipinto, assieme ai problemi di composizione specifici al medium e alla sua mitologia. Riccardo Venturi · Lo spazio e la sua disciplina · Electa
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Non sono un astrattista. Ho sempre avvertito una forte esigenza di concretezza. Per me l’immagine deve essere sempre concreta, indivisibile e comprensibile in termini di vita vera. Non credo che sia mai stata questione di essere figurativi o astratti. Piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio e a questa solitudine, di dilatare il petto e tornare a respirare.
Mark Rothko
