Archive for the ‘SCUOLA DI NEW YORK’ Category

Lo spazio e la sua disciplina

Saturday, December 18th, 2010

 

ROTHKO CHAPEL

Mark Rothko · Rothko Chapel · 1965-68 · Houston, Texas

L’ingresso della Rothko Chapel, costruito da un portico anonimo e calato nella semioscurità, fa pensare più a una cripta che a una cappella. Sebbene la sua forma ottagonale dia stabilità all’insieme, lo spazio è difficile da dominare, nella successione di trittici e singole tele, di porte e pareti. Dalla tonalità ombrosa che permea l’atmosfera, si staccano man mano tenui sfumature cromatiche, dalla terra d’ombra all’indaco, dal cremisi d’alizarina al porpora, dal blu fino al deciso rosso della tela singola che di questo percorso è il culmine. […] Con la loro successione – quasi un’orchestrazione – l’esperienza acquista uno spessore temporale e il nostro sguardo una memoria, trattenendo qualcosa dell’immagine precedente. La serie cattura così lo sguardo, lo sottopone a quella stessa disciplina che permetteva a Rothko di circoscrivere la pittura a pochi elementi, articolandoli però in modo inesauribile. Con tale allitterazione, non era più la presenza a importare quanto la sequenza; in altri termini, fu definitivamente abbandonata l’unicità del dipinto, assieme ai problemi di composizione specifici al medium e alla sua mitologia. Riccardo Venturi · Lo spazio e la sua disciplina · Electa

Non sono un astrattista. Ho sempre avvertito una forte esigenza di concretezza. Per me l’immagine deve essere sempre concreta, indivisibile e comprensibile in termini di vita vera. Non credo che sia mai stata questione di essere figurativi o astratti. Piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio e a questa solitudine, di dilatare il petto e tornare a respirare.

Mark Rothko


Geometrie

Wednesday, April 7th, 2010

MARK-ROTHKO-UNTITLED-1969

Mark Rothko · Untitled (p) · 1969 · Kate Rothko Prizel Collection

L’evoluzione del lavoro di un pittore, nel suo spostarsi da un punto all’altro nel tempo e nello spazio, ha come obiettivo la chiarezza. Ossia l’eliminazione di tutti gli ostacoli tra il pittore e l’idea, e tra l’idea e l’osservatore. Cito, tra i vari ostacoli, il ricordo, la storia e la geometria.

Non credo che sia mai stata questione di essere figurativi o astratti. Piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio e a questa solitudine, di dilatare il petto e tornare a respirare. Mark Rothko · Scritti

Paul Auster · Lo spazio specifico

L’altro e lo stesso · da gli occhi di blimunda

L’illusione al potere · da akatalēpsía


Tiger

Tuesday, February 6th, 2007

TIGER 
Jackson Pollock · Number 3: Tiger · 1949

Un quadro è un luogo, si possono fare due passi, prendere una boccata d’aria, attraversare le volute d’un fortunale. Un quadro è un paesaggio animato da un clima; deve il suo principale significato al fatto di esserci così come c’è il mare, il cielo, gli alberi. Cosa significa un cipresso? Non si può rispondere a questa domanda, si può assaporare il suo profumo quando piove. Graziano Spinosi

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La mia pittura non nasce sul cavalletto. Non tendo praticamente mai la tela prima di dipingerla. Preferisco fissarla non tesa sul muro o per terra. Ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento mi sento più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del quadro, perché, in questo modo, posso camminarci intorno, lavorare sui quattro lati, ed essere letteralmente nel quadro. È un metodo simile a quello degli indiani del West che lavorano sulla sabbia. Mi allontano sempre più dagli strumenti tradizionali del pittore come il cavalletto, la tavolozza, i pennelli, ecc. Preferisco l stecca, la spatola, il coltello e la pittura fluida che faccio sgocciolare, o un impasto grasso di sabbia, di vetro polverizzato e di altri materiali extrapittorici. Quando sono nel mio quadro, non sono cosciente di quello che faccio. Solo dopo una specie di presa di coscienza vedo ciò che ho fatto. Non ho paura di fare dei cambiamenti, di distruggere l’immagine, ecc., perché un quadro ha una vita propria. Tento di lasciarla emergere. J. Pollock, 1947 da Frank O’Hara · Jackson Pollock


Genius loci

Monday, January 1st, 2007

DE KOONING SUBURB IN HAVANA

Willem de Kooning · Suburb in Havana · 1958

Lasciamo impronte che i luoghi conservano.

Graziano Spinosi

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Mi entusiasmo anche nel vedere che il cielo è blu, che la terra è terra, semplicemente. È questa la cosa più difficile: vedere una roccia e vederla così com’è, una roccia color terra. Mi ci sto avvicinando a poco a poco. Poi giunge un momento nella vita in cui si esce a fare una passeggiata, semplicemente. E si cammina nel proprio paesaggio. Willem de Kooning · Appunti sull’arte


Onde

Saturday, April 1st, 2006

BOUGUEREAU L'ONDA 1896

William Bouguereau · L’onda · 1896 · Collezione privata

Non ha alcun senso dipingere un nubifragio in una bella giornata di sole, in quel quadro non pioverebbe mai. Le cose hanno sostanza, appartengono a luoghi che a loro volta prendono parte all’identità delle cose. La scena di questo dipinto è sterilizzata: l’acqua del mare non è salmastra; la ragazzona sta per essere travolta da un’onda che non la raggiungerà mai perché è un’onda morta, come tutto il resto. Non ci sono pesci, e se ci sono non hanno voglia di nuotare in questo quadro.

L’importanza di un’opera risiede anche nella sua capacità di restituire il respiro del tempo in cui è stata concepita: non ci sarebbe stata nessuna Scuola di New York senza la seconda guerra mondiale. Le opere di Pollock, Rothko, De Kooning, Gorki, riflettono e assorbono gli umori di una generazione sopravvissuta all’orrore: c’è la polvere delle bombe nei loro quadri. Graziano Spinosi

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Sono per un’arte che prende forma dalle linee della vita stessa, che intreccia, estende ed accumula e sputa e sgocciola, ed è pesante e rozza e ottusa e dolce e stupida come la vita stessa. Sono per l’arte di conversazione tra il marciapiede e il bastone metallico di un cieco. Sono per l’arte che cresce in un vaso, che di notte viene giù dal firmamento, come un lampo, che si nasconde nelle nuvole e brontola. Sono per un’arte che ti dice l’ora del giorno, e dove si trova questa o quella strada. Sono per Kool-art, 7-Up art, Pepsi-art, 39 cents art, Dro-bomb art, Diamond art… Sono per un’arte che è politico-erotico-mistica, che faccia qualche cosa di diverso dallo starsene seduta sul culo in un museo. Sono per un’arte di cose perdute o buttate via, andando da scuola a casa, di alberi fantastici e di mucche volanti e del rumore dei rettangoli e dei quadrati. Per l’arte di un dito su una finestra fredda, sull’acciaio in polvere. Sono per un’arte coperta di bende, sono per un’arte che zoppica e rotola e corre e salta. Sono per un’arte che si arrotola e grugnisce come un lottatore, sono per un’arte che perde i capelli. Claes Oldenburg