Archive for the ‘SPAZIO’ Category

Nomadi

Tuesday, March 2nd, 2010

BRICE-MARDEN-GROVE-GROUP-III-1973-P

Brice Marden · Grove Group III · 1973

Il corpo è un testo, la memoria il sottotesto.
L’identità è un ritorno inattuabile.

© Graziano Spinosi

Alcuni continuano a proclamare la necessità di tornare alla natura; ma mi risulta che non dicono mai che si dovrebbe procedere verso la natura. Se i nostri modelli sono le apparizioni che abbiamo in sogno, o il ricordo del nostro passato preistorico, questi sono forse a minor titolo parte della natura o della realtà di quanto non lo sia la rappresentazione di una mucca in un campo? A mio parere certa cosiddetta astrazione non è affatto tale; al contrario, essa è il realismo del nostro tempo. · 1948 · Adolph Gottlieb · La scuola di New York

Nell’opacità silenziosa della nuda vita, nella malinconia senza nome di un pomeriggio in una città straniera, nel sentimento soffocante della morte, o nell’ebbrezza della percezione di una verità imminente ma inafferrabile, nella disperazione di sentirsi cosa tra cose, cercare una storia significa lavorare pazientemente i confini per trasformarli in transiti e in passaggi: in soglie. O, se questo non è possibile, almeno cercare di cogliere e di comunicare che il confine stesso, che ora appare insuperabile, non è l’ultimo confine. Al di là di esso c’è probabilmente un altro confine, un altro orizzonte. Franco Rella · Dall’esilio


Io penso che la vita…  ·  da  Altri appunti


Memento

Monday, February 22nd, 2010

ANTHONI-GROMLEY-ANOTHER-PLACE-1997-© Rick Harrison

Anthony Gormley
· Another place · 1997 · Foto © Rick Harrison

Chissà che cosa ti credi di avere tu che non ci avevo io, non mi mancava proprio niente, tutto quello che è stato fatto dopo già lo facevo io, tutto quello che è stato detto e pensato e significato c’era già in quello che dicevo e pensavo e significavo, tutta la complicazione della complicazione era già lì, basta che io prenda questo ciottolo con il pollice e il cavo della mano e le altre quattro dita che ci si piegano sopra e c’è già tutto, ci avevo tutto quello che poi si è avuto, tutto quello che poi si è saputo e potuto ce lo avevo, non perché era mio, ma perché c’era, perché c’era già, perché era lì, mentre dopo lo si è avuto, e saputo e potuto sempre un po’ meno, sempre un po’ meno di quello che poteva essere, di quello che c’era prima, che avevo io prima, che ero io prima, davvero io allora c’ero in tutto e per tutto, mica come te, e tutto c’era in tutto e per tutto, tutto quello che ci vuole per esserci in tutto e per tutto, anche tutto quello che poi c’è stato di balordo c’era già in quel deng! Deng! Ding! Ding! Dunque, cosa vieni a dire, cosa ti credi di essere, cosa ti credi di esserci e invece non ci sei, se ci sei è solo perché io sì che c’ero e c’era l’orso e le pietre e le collane e le martellate sulle dita e tutto quello che ci vuole per esserci e che quando c’è c’è. Italo Calvino · Le interviste impossibili · L’uomo di Neanderthal


Banco del Mutuo Soccorso · 750000 anni fa l’amore?


Film

Wednesday, February 17th, 2010

Samuel Beckett · Film · 1964
Regia:
Alan Schneider · Interpreti: Buster Keaton

I cani correvano allegri. Lesson one: the book is on the table. Immagini, mute. There aren’t any dogs, there is a cat. Prendere parola, prendere parte. Am I? Paesaggio senz’ombre, sostanza invariabile. Are you? Si addestrava ogni giorno: una ponderata geometria del ricordo. Are we? © Graziano Spinosi

Soppressa ogni percezione estranea, animale, umana, divina, la percezione di sé continua ad esistere. Il tentativo di non essere, nella fuga da ogni percezione estranea, si vanifica di fronte all’ineluttabilità della percezione di sé. […] Per poter essere rappresentato in questa situazione il protagonista è scisso in oggetto (Og) e occhio (Oc), il primo in fuga, il secondo all’inseguimento. Non sarà evidente fino alla fine del film che l’inseguitore percipiente non è un estraneo, ma è egli stesso. Samuel Beckett · Film


Lontananza

Thursday, September 17th, 2009

SARIA-7-IX-2009 
Isola di
Saria · 2009

Da un luogo lontano è possibile misurare la dimensione di ciò che si è lasciato; la distanza che separa due punti è anche  il filo che li lega. La lontananza, rassicurante o allucinatoria, dissolve i confini incerti dell’immaginazione: l’orizzonte è lontano, lontano è l’attimo. © Graziano Spinosi

Laggiù! Le nuvole! Anche quando l’orizzonte è negato, il passaggio della nuvola mostra l’orizzonte come sua meta. È la meta del fuggitivo, l’orizzonte. Proprio perché è sempre oltre se stesso. È una meta priva del consistere, sempre dislocata oltre. Dove corrono le nuvole. [...]  Il paese dove corrono le nuvole, e con esse, i pensieri, è il paese celeste che mostra, all’orizzonte, i merli delle sue torri, le linee dei suoi minareti, le cupole delle sue moschee e delle sue chiese. La sua inesistenza è ragione della ricerca. La sua impossibilità è anima del cammino. Anche l’ombra della nuvola che corre sulla strada, sulla radura del bosco, sulla pelle del mare ha come meta quell’orizzonte, con il suo miraggio. Con la sua trasognata inesistenza.[...] Il nostos della nostalgia è trasmutato in una ricerca consapevole di allontanarsi sempre dal punto di partenza. Odisseo ritarda furtivamente il ritorno perché ha il presentimento che ritrovarsi a tu per tu con se stesso, e in un luogo da cui ci si è allontanati, comporterà una delusione certa. Il vero nostos di Ulisse non è Itaca, ma l’avventura, non l’approdo, ma l’affrontamento dell’estremo. Antonio Prete · Trattato della lontananza

SARIA-IX-2009-01-M      SARIA-IX-2009-02-M      SARIA-IX-2009-03-M


Nord-est

Tuesday, April 7th, 2009

J-DUBUFFET-L-ASINO-SMARRITO-1959

Jean Dubuffet · L’asino smarrito (part) · 1959
Musée des Arts décoratifs · Parigi

Un cipresso e la sua riga d’ombra, verso sera.
Basterebbe questo a tracciare la via per le stelle.

© Graziano Spinosi

Trascinare con forza lo spirito fuori dei solchi in cui abitualmente cammina, trasportarlo in un mondo dove cessano di funzionare i meccanismi delle abitudini, dove i veli delle abitudini si squarciano, così che tutto appare carico di significati nuovi, pullulante di echi, di risonanze, di suoni armonici: questa è l’azione dell’opera d’arte. Scosse da questo urto, drizzate da questo spaesamento come un porcospino attaccato che mostra tutti i suoi aculei, tutte le facoltà dello spirito si risvegliano, tutte le sue campane si mettono a suonare. Jean Dubuffet · Prospectus


Mar

Sunday, March 15th, 2009

R-CORRALES-HEMINGWAY-Y-CUBA

Raúl Corrales · Dal volume Hemingway y Cuba

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano i gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano le barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò. Ernest Hemingway · Il vecchio e il mare

Il mare è la sua infedeltà a noi tutti.

Cesare Pavese · La spiaggia


Yellow

Sunday, February 8th, 2009

A-KAPOOR-YELLOW-1999

Anish Kapoor · Yellow · 1999

Ogni domanda è legittima, è la risposta che conta.

Il mercato ha spopolato le piazze dove si parlava e deportato in massa la gente nelle case. Quindi ha creato bisogni nuovi, ipnotici, trasformando così gli esseri umani in consumatori (di beni che soddisfano il bisogno del mercato). Per appagare questi bisogni il mercato sfrutta furiosamente ogni risorsa; il mercato distrugge, sembra perfino ignorare che la sua degenerazione ha come conseguenza l’autodistruzione. È grottesco, il mercato. Natura, e stato di natura.

Una vita dopo la fine della vita, un’altra vita, finalmente terrestre. Potrebbe cominciare così il racconto di chi, durante un’eclissi di sole, decise che era venuto il momento di scrivere la biografia di un albero e dimenticare tutto il resto.

Alcuni luoghi visti per la prima volta sembrano conosciuti da sempre. Altri, frequentati abitualmente, all’improvviso diventano estranei. Come le persone.

Il desiderio è l’unico inganno credibile.

© Graziano Spinosi

Ma io non sono mai stato simile a questo! Come fa a saperlo? Cos’è questo “tu” al quale dovrebbe o non dovrebbe assomigliare? Dove trovarlo? In quale parametro morfologico o espressivo? Dov’è il suo corpo di verità? Lei è il solo a non poter vedere altro che un’immagine, non vede mai i suoi occhi, se non inebetiti dallo sguardo rivolto a uno specchio o a un obbiettivo; proprio e soprattutto per il suo corpo lei è condannato all’immaginario. Roland Barthes · Barthes di Roland Barthes


New moon

Wednesday, January 28th, 2009

G-PAOLINI-PALOMAR-2006-P

Giulio Paolini · Palomar · 2006

Quando rifletto sul contemporaneo immagino corpi vicini nello spazio, penso alla contiguità, non al tempo. © Graziano Spinosi

Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso
il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.

Giorgio Agamben · Che cos’è il contemporaneo?


L’ombra di un albero

Thursday, November 13th, 2008

LAGOSANTO-XI-P-2008

Lagosanto · Novembre 2006

Quisque suos patimur manes

Virgilio · Eneide · VI·743 

LAGOSANTO-XI-2008-01-M      LAGOSANTO-XI-2008-02-M      LAGOSANTO-XI-2008-03-M


Prima dell’Indaco

Saturday, August 30th, 2008

EGEO-29-VIII-2008 Mar Egeo · 29 agosto 2008

Il cielo è un cielo, il mare un mare.

© Graziano Spinosi

Un tramonto accade sempre da qualche parte: sul mare, in pianura, vicino a una montagna. In quest’ultimo caso, non è difficile immaginare gli elementi principali del paesaggio: la sommità principale circondata dalle alture secondarie, le rocce cosparse di vegetazione, le nuvole che gravitano vicine o in lontananza all’orizzonte…Tutto questo, circonfuso dell’estremo chiarore del giorno, compone una scena toccante. La bellezza del tramonto è esattamente nell’incontro di questi elementi. Come una melodia non è riducibile in alcun modo a un ammasso di note ma è costituita dalla consonanza fra di esse -"cerco le note che si amano", soleva dire Mozart – così la scena trascende gli elementi che la compongono organicamente, tanto che ogni elemento vi si trova trasfigurato [...] Se la scena in questione non viene colta da uno sguardo, la bellezza non ha modo di conoscersi; essa vive in "pura perdita", e non assume mai il suo senso compiuto. "Assumere senso" significa in questo caso che l’universo, ogni volta che tende verso la condizione di bellezza, offre un’opportunità -o rinnova una promessa- di godimento. Lo sguardo del soggetto che coglie in un istante una scena di bellezza porta con sé un nuovo incontro che si svolge su un altro piano, quello della memoria. François Cheng · Cinque meditazioni sulla bellezza


EGEO-VIII-2008-01-M      EGEO-VIII-2008-02-M      EGEO-VIII-2008-03-M


Un’ora sola

Friday, June 27th, 2008

ALBA-27-VI-08

Albore · 27 giugno 2008

Un’ora sola in cui si guardi in silenzio è
tanto più vasta di tutte le possibili vite.

Antonia Pozzi · L’età delle parole è finita


Banchi di nebbia

Saturday, March 1st, 2008

Jaume Plensa · Autoritratto as H.B. II · 2006

Jaume Plensa · Autoritratto as H.B. II · 2006

Nelle notti di nebbia, quando è impossibile vedere i lampi dei fari, un nautofono segnala la posizione dei porti: un suono vicario indica ciò che la vista non può percepire, consentendo l’orientamento ai naviganti. Posizionato sulla terraferma il nautofono ristabilisce anche un legame con punti noti, una congiunzione sensoriale tra corpi galleggianti e corpi stanziali che allevia il disagio provocato dal senso di vuoto (ben noto a chi viaggia per mare, quando in certe condizioni climatiche l’aria e l’acqua diventano una sola sostanza astratta). Coi suoi sibili, che sembrano parole primitive, il nautofono è un identificativo topografico e antropologico, la memoria sonora di un luogo. Solitamente spenta nei giorni di sole, questa memoria si accende quando le condizioni esterne divengono avverse e un vuoto di senso si propaga come nebbia all’improvviso. © Graziano Spinosi

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso
.

Eugenio Montale · Ossi di seppia, Mediterraneo


Night passage

Tuesday, January 15th, 2008

J-TURRELL-NIGHT-PASSAGE-1987

James Turrell · Night Passage · 1987
Solomon R. Guggenheim M. · New York

La visione della volta celeste, col suo passaggio di stelle, è stata la più importante esperienza condivisa dagli esseri umani prima della televisione. Dal cielo segnali di rotte terrestri e la compagnia di figure lontanissime. Può ancora bastare il cielo per orientarsi, basta e avanza. © Graziano Spinosi

Ma da dove viene l’illusione della libertà, l’errore che ci fa credere che siamo uomini liberi? Schopenhauer indica la sorgente dell’equivoco in quella che egli considera la prima fase dell’atto di volizione, quello stadio cioè in cui la volontà è come in divenire e non si è ancora tramutata in risoluzione. Questo stadio è il desiderio. [...] Esiste dunque nell’uomo un’idea positiva dell’infinito rispetto alla quale il limite appare un difetto e il desiderio e il dubbio un sintomo di una volontà di affrancamento. Paolo Zellini · Breve storia dell’infinito


Luogo segreto

Tuesday, January 8th, 2008

A-KAPOOR-ASCENSION-2003

Anish Kapoor · Ascension · 2003

Ogni luogo segreto mantiene un segreto.

© Graziano Spinosi

Ogni uomo ha forse avvertito quella sorta di dolore, se non di terrore, che si prova nel vedere il mondo e la sua storia presi in un moto ineluttabile, che sempre più s’accresce, e che non sembra voler mutare, per scopi sempre più volgari, altro che le proprie manifestazioni visibili. Questo mondo visibile è ciò che è, e le nostre azioni non possono fare in modo che sia assolutamente diverso. Si pensa allora con nostalgia a un mondo in cui l’uomo, anziché forzare con rabbia le apparenze visibili, si fosse impegnato a disfarsene, non soltanto a rifiutare ogni azione su di esse, ma a spogliarsi, in modo da riportare alla luce in noi stessi quel luogo segreto a partire dal quale sarebbe stata possibile un’avventura umana del tutto diversa. Di più alto senso morale, comunque. Jean Genet · L’atelier di Alberto Giacometti  


Sestante

Saturday, November 3rd, 2007

A-BURRI-SESTANTE-N4-1982 
Alberto Burri · Sestante n.4 · 1982
Fondazione Burri · Città di Castello

Guarda, c‘è ancora il grande cipresso, ricordi?
Sì, mi ricordo, eppure lo vedo per la prima volta.

© Graziano Spinosi

A un luogo, tra tutti, si dà un significato assoluto, isolandolo nel mondo. Così sono nati i santuari. Così a ciascuno i luoghi dell’infanzia ritornano alla memoria; in essi accaddero cose che li han fatti unici. Ma il parallelo dell’infanzia chiarisce subito come il luogo mitico non sia tanto singolo, il santuario, quanto quello di nome comune, universale, il prato, la selva, la grotta, la spiaggia, la casa, che nella sua indeterminatezza evoca tutti i prati, le selve… e tutti li anima del suo brivido simbolico.

I simboli che ciascuno di noi porta in sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto, sono i suoi autentici ricordi. Sono anche vere e proprie scoperte. Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo. Cesare Pavese · Saggi letterari 


Confini

Monday, October 29th, 2007

L-FONTANA-C-S-ATTESA-1965

Lucio Fontana · Concetto spaziale, Attesa · 1965 · Coll. privata · Roma

Lo spazio e il tempo: due strade che portano al vuoto.

Lo spazio muta nel tempo, come i corpi. Lo spazio è un corpo dotato di memoria, che il tempo non ha.

Lo spazio inviolato dell’infanzia, col passare del tempo, diventa un luogo inviolabile, assegnato al ricordo, dove conserva l’innocenza dei luoghi che non esistono.

Il metro e l’orologio sono gli utensili con cui tracciamo confini provvisori.

Il tempo e lo spazio sono i protagonisti principali del sogno, l’altro grande impostore.

© Graziano Spinosi

La torre di Babele è un esempio antichissimo della pretesa dell’uomo per il dominio dello spazio. La vera conquista dello spazio fatta dall’uomo è il distacco dalla terra, dalla linea di orizzonte, che per millenni fu la base della sua estetica e proporzione. Lucio Fontana · Manifesto tecnico dello Spazialismo

Prima di tutto per noi in ogni direzione intorno, da ciascun lato, sopra e sotto, per l’intero universo, non esiste confine. E poi, quando è pronta molta materia, quando è a disposizione lo spazio, e nessun fatto né causa contrasta, le cose devono certo attuarsi e giungere a compimento…
…i corpi che feriscono gli occhi e suscitano la visione. E senza posa fluiscono da certe cose gli odori; come il freddo dai fiumi, il calore dal sole, dalle onde marine l’effluvio che corrode i muri intorno alle spiagge. Voci mutevoli non cessano di aggirarsi nell’aria.
Lucrezio · De rerum natura


Mediterraneo · 2

Wednesday, July 18th, 2007

CIELO-18-LUGLIO-2007  
35° 29′ 58" latitudine N, 12° 36′ 03" longitudine E
Il cielo alle 19,45 del
18 luglio 2007

Si possono percorrere miglia e miglia senza spostare di un solo grado il proprio asse ontologico oppure viaggiare lontanissimo, restando immobili. Il viaggio non è un moto, piuttosto un attraversamento. Si viaggia sempre dentro, e per questa ragione bisognerebbe imparare a viaggiare per sottrazione, verso il silenzio, verso l’intangibile. © Graziano Spinosi

…i mercanti di sole inventano incessantemente altri Mediterranei. È un’invasione pacifica, dunque, quella cui dà vita questo turismo spesso irregimentato, pronto a pagare, e a caro prezzo, il diritto di dormire, di consumare e anche di guardare. Nessuno si stabilisce o progetta di stabilirsi in modo permanente. Quando riprende il lavoro negli uffici e nelle fabbriche del Nord, la stessa folla riguadagna in buon ordine i paesi d’origine. È davvero un’invasione pacifica, dunque, ma non innocente. Distrugge infatti siti e paesaggi, sfigurati dal lusso un po’ falso degli alberghi, degli immobili ‘fronte mare’ e delle seconde case: per l’archeologo di domani la sua traccia avrà tutte le caratteristiche di una conquista. E distrugge anche gli equilibri antichi e fragili delle società che la accolgono, in genere impreparate a subire lo shock dell’economia monetaria e spinte a sacrificare il futuro per il presente. Fernand Braudel · Il Mediterraneo


MEDITERRANEO-02-VII-2007-01-M   MEDITERRANEO-02-VII-2007-02-M   MEDITERRANEO-02-VII-2007-03-M


Everyman

Monday, March 12th, 2007

A-SERRANO-THE-MORGUE-1992

Andres Serrano · The morgue · 1992

Ma la cosa più straziante è sempre la normalità, il constatare  ancora una volta che la realtà della morte schiaccia ogni cosa.

Niente abracadabra su Dio e sulla morte, né obsolete fantasie sul paradiso, per lui. Esisteva solo il nostro corpo, venuto al mondo per vivere e morire alle condizioni decise dai corpi vissuti e morti prima di noi.

Quanto tempo potevi passare guardando l’oceano, anche se era l’oceano che amavi da quando eri un ragazzo? Per quanto tempo poteva guardare la marea salire e scendere senza ricordare, come avrebbe potuto fare chiunque mentre fantasticava guardando il mare, che la vita gli era stata donata, a lui come a tutti, casualmente, fortuitamente e una volta sola, e non per un motivo conosciuto o conoscibile?

Ma quanto tempo poteva passare un uomo ricordando i momenti più belli dell’infanzia? Perché invece non godersi i momenti più belli della vecchiaia? O i momenti più belli della vecchiaia erano proprio questi, la nostalgia per i momenti più belli dell’infanzia, per il sottile virgulto che il suo corpo era allora, quando si faceva portare dalle onde dal punto più lontano dove esse cominciavano a formarsi, con le braccia tese davanti a lui…

Philip Roth · Everyman


Bordi

Monday, March 5th, 2007

Christina Kolaiti · Autoritratto · 2001

Christina Kolaiti · Autoritratto · 2001

Ai bordi delle strade, dei fiumi, delle case, si accumulano scorie che provengono dalla movimentata vitalità del centro. Queste scorie danno vita a un micromondo animato da elementi organici e inorganici, oggetti di poco conto, frammenti consumati senza più identità; è un universo pulviscolare e provvisorio che ha perduto ogni legame col centro di provenienza, aggregato dalla fatalità e da quella legge per cui ogni vita produce scorie fin quando, estinguendosi, diventa scoria essa stessa e così via: natura, caso e mistero. Anche il tempo, volendo immaginarne una centralità che non gli appartiene, in certi attimi sembra rivelarci la presenza di una deriva in cui si agita una vita minore e più silenziosa. Penso all’alba (una personale smania di questo periodo), a quando si ha la febbre, alle eclissi. Le cose piccole diventano grandi, le cose grandi diventano piccole. Momenti in cui tutto sembra più chiaro, per poco. © Graziano Spinosi

Lo tempo va dintorno con le force
Canto sedicesimo del Paradiso di Dante


Observatory

Sunday, February 25th, 2007

 Robert Morris ·  Observatory  ·  1970-77 
Robert Morris · Observatory · 1970-77

Le cose più importanti le ho scoperte quando mi
sono perduto, e ancora dopo averle perdute.

© Graziano Spinosi

Questo è il labirinto di Creta. Questo è il labirinto di Creta il cui centro fu il Minotauro. Questo è il labirinto di Creta il cui centro fu il Minotauro che Dante immaginò come un toro con la testa di uomo e nella cui rete di pietra si persero tante generazioni. Questo è il labirinto di Creta il cui centro fu il Minotauro che Dante immaginò come un toro con la testa di uomo e nella cui rete di pietra si persero tante generazioni come María Kodama ed io ci perdemmo. Questo è il labirinto di Creta il cui centro fu il Minotauro che Dante immaginò come un toro con la testa di uomo e nella cui rete di pietra si persero tante generazioni come María Kodama ed io ci perdemmo quel mattino e seguitiamo a perderci nel tempo, quest’altro labirinto. Jorge Luis Borges · Il labirinto, da Atlante


Nowheremen

Sunday, February 18th, 2007

NOWHEREMEN-2007

nowheremen

ACCIAIERIE arte contemporanea · Cortenuova-BG
23 febbraio – 24 giugno 2007

I nowheremen, gli abitanti di nessun luogo, sono figure emblematiche dell’anonimato più desolante, correlato alla società dei consumi. Ad essi è dedicata la terza tappa del progetto Estetica dei non-luoghi, a cura di Omar Calabrese. In quattro sezioni la mostra, co-curata da Maurizio Bettini, presenta, attraverso una selezione di quaranta opere circa, le differenti modalità messe in atto dagli artisti per affrontare il tema della perdita identitaria. Nella prima sezione, l’uomo meccanico – l’automa – metafora grottesca della modernità, visto anche nelle sue varianti – marionetta, fantoccio, pupazzo – è rappresentato dai robots di Metropolis di Fritz Lang, dai Manichini coloniali di de Chirico, dal Povero cavaliere di Daniel Spoerri. Al tema dell’invisibilità rimandano, invece, la donna di spalle di L’épreuve du sommeil di Magritte, la scultura smangiata Bocca grande di Igor Mitoraj, l’assenza di corpo del Vestito Terremoto di Beuys, lo spirito del Fantasma di Baj, l’Ombra di Claudio Parmiggiani. Nella terza sezione, la spersonalizzazione indotta dalla vita massificata si ritrova nell’inespressività della Ragazza che cammina di Pistoletto, nel corpo sfibrato di Vanessa Beecroft, in quello asservito alle leggi della moda delle fashion victims di Erwin Olaf, e ancora nel gregge consenziente dell’Audience di Claudio Maccari. Infine, la quarta sezione affronta il tema della negazione dell’identità prodotta dagli ibridi di Man Ray – l’ombrello con la macchina da cucire – dai supereroi di Adrian Tranquilli, o dalla crudeltà della pulizia etnica interpretata da Ben Shahn, giungendo in Emilio Isgrò al volontario rifiuto della propria immagine, come rappresentazione che della nostra identità viene costruita dalle relazioni interpersonali.

Il primo e immediato corollario dei "non luoghi" è che siano abitati da "non persone". Ebbene, chi sono, e come possiamo definire i "nowheremen", le "non persone"? Un elemento appare immediatamente evidente: le “non persone" sono coloro che non riescono a raggiungere, o, al rovescio, hanno perduto tratti fondamentali della loro identità. Ecco, pertanto, emergere una facile topologia: individui senza caratteri fisici riconoscibili: uomini invisibili, uomini immersi nella nebbia, ecc. (come gli antichi e mitici Cimmeri, che nessuno aveva visto a causa appunto delle nebbie in cui vivevano); individui senza memoria, e dunque senza una storia che li definisce (come i Lotofagi dell’Odissea); individui a cui manca qualche dimensione (come gli abitanti di Flatland, di Abbott, che sono completamente piatti);  individui senza corpo, come i fantasmi o le ombre;  individui senza umanità, o post umani (dunque esseri senza sentimenti, come gli automi); – individui senza ruolo, e dunque anonimi (come la piccola borghesia di molta letteratura sociale, o i consumatori acritici di molta critica sociale); gli individui con identità segrete, come gli eroi misteriosi (dalla Primula Rossa a Zorro e Superman). La mostra cercherà di ritrovare nelle manifestazioni dell’arte contemporanea i tratti delle "non persone" appena elencate, a partire dalle opere di grandi maestri come René Magritte, Jean-Michel Folon, Duane Hanson, George Segal, Michelangelo Pistoletto, per arrivare alle ultime tendenze dell’arte oggi.

A cura di

Omar Calabrese
Maurizio Bettini


Transumanza

Friday, February 9th, 2007

Artavazd Pelechian · The Seasons of the Year · 1971

La transumanza, i lupi, le fate: un’antica rotta di uomini e animali, anche un rito itinerante e arcaico verso fertili pascoli. Interminabili giorni di cammino lungo impervi sentieri; lungo secoli e generazioni, dalle valli ai monti e dai monti al mare. Uomini e animali convivevano per reciproca necessità compiendo un viaggio per la sussistenza. Le pecore portavano i lupi, gli uomini portavano le superstizioni. Colpisce la natura dura di questo lavoro, profondamente radicato in una tradizione millenaria. Come pescatori che lasciano la casa e partono per mare, i pastori lasciavano i loro affetti e si recavano lontano, in  una specie di confino antropologico e sessuale. In qualche parte più povera del mondo questa tradizione è ancora viva come un tempo. Altrove, camion carichi di povere bestie percorrono vie levigate; non si vedono più i lupi, non ci sono fate, lungo le rotte dei pastori. © Graziano Spinosi


Altrove

Tuesday, January 23rd, 2007

Henri Cartier-Bresson · Autoritratto (Provenza) ·1999

Henri Cartier-Bresson · Autoritratto (Provenza) · 1999

Nessuna provenienza, nessuna destinazione.
Così vorrei fosse il viaggio.

© Graziano Spinosi

…chansoneta, vai t’en la dreita via
lai envers Est, on fis pretz cabalos
soiorn’ e jai ab la meillor c’anc fos.

…va’, canzonetta, per la via più breve
verso Este là dove il pregio perfetto
dimora e sta con chi mai fu migliore.

Ramberti Buvalel · Eu sai la flor plus bella d’autra flor

Traduzione di Giuseppe E. Sansone


Ex libris

Sunday, December 24th, 2006

E-ISGRO-CRISTO-CANCELLATORE-1968

Emilio Isgrò · Il Cristo cancellatore romanzo elementare · 1968

Un tempo non ero un topo. Bevevo caffelatte ogni mattino, al risveglio, e la sera mi addormentavo senza complicazioni. Avevo ragione di ritenere, infatti, che il futuro mi avrebbe risparmiato molti dei grattacapi che tormentano gli esseri umani civilizzati. Questa convinzione era rafforzata dai lieti accadimenti della mia vita. Begli anni. Godevo anche di un’ottima salute. Non che questa sia ora compromessa da qualche malattia, al contrario, sono in gran forma. Si tratta tuttavia della salute di un topo e un topo, come tutti sanno, ha una vita assai più breve di un uomo. Senza parlare poi delle trappole, dei gatti, della colla! Bisogna però sapersi accontentare, meglio un topo ottimista col suo piccolo futuro, pago del presente, anziché un essere umano minacciato dall’aspettativa di un grande domani. Perché sono diventato un topo? Forse per i postumi di una qualche felicità di cui ho smarrito il ricordo, chissà, il caso deve aver voluto questo: non ho alcuna intenzione, tuttavia, di tornare essere umano con agenda, gastrite e sveglia. Della vita precedente ho conservato solamente i sogni. Vivo in una biblioteca, mi nutro di parole che stacco dai libri, dormo dentro un piccolo cassetto. Durante il giorno sfoglio pagine su pagine e vado a caccia delle parole più prelibate, che assaporerò durante la notte. All’inizio di questa nuova vita ingerivo ogni vocabolo ma col tempo ho imparato a frenare la mia cupidigia; ho imparato ad aspettare, a distinguere il profumo di ogni parola e masticare adagio lettera dopo lettera. Prediligo i verbi coniugati al tempo presente ma le vocali, piluccate una ad una, mi conducono all’apice del godimento. La scorsa notte ho mangiato la parola desiderio  -un sostantivo buonissimo oramai in disuso- e oggi mi sento proprio bene. Questa dimora, per mia fortuna, è stracolma di cibo; alcuni libri hanno anche le figure, gustose quanto le parole. Qualche volta, dopo una scorpacciata particolarmente saporita, mi vengono le vertigini, brividi e sudezza: sono chiari sintomi d’indigestione. Allora mi pento della mia ingordigia e provo un certo senso di colpa per essere il solo a godere dei frutti di questo eden. Anche noi topi, come gli umani, diventiamo più benevoli con la pancia piena, e domani è Natale. Gnac-mord. © Graziano Spinosi

Ogni giorno in una casa succede
qualcosa d’inspiegabile: i coltelli
col manico d’osso che erano quattro
e adesso sono tre,
le chiavi che di colpo si rifiutano
di entrare nelle loro toppe,gio
il libro sparito che ricompare
dove nessuno, neanche i filippini,
può averlo messo… Ma no, quali spiriti,
a spostare o corrompere le cose
non sono gli spiriti ma gli spifferi
dei giorni che cadono a pezzi,
delle settimane uscite dai cardini,
dei mesi, degli anni che tremano
alle spallate d’un vento invisibile.

Giovanni Raboni · Barlumi di storia


Ursa minor

Friday, December 1st, 2006

A-RODIN-IL-BACIO-P-F-1886 
F.A.Rodin · Il bacio ( Paolo e Francesca, part.) · 1886-89
Museo Rodin · Parigi

Anche l’immenso ha confini.

© Graziano Spinosi

Che Dante abbia professato per Beatrice un’adorazione idolatrica è una verità innegabile; che lei si sia burlata di lui e l’abbia respinto sono fatti testimoniati nella Vita Nuova. Morta Beatrice, perduta per sempre Beatrice, Dante giocò con la finzione di ritrovarla, per mitigare la tristezza; io personalmente penso che abbia edificato la triplice architettura del suo poema per introdurvi quell’incontro. Beatrice esistette infinitamente per Dante. Dante, molto poco, forse niente, per Beatrice; tutti noi siamo propensi, per pietà, per venerazione, a dimenticare questo penoso contrasto, indimenticabile per Dante. Leggo e rileggo le traversie del suo illusorio incontro e penso ai due amanti che l’Alighieri sognò nella bufera del secondo cerchio e che sono emblemi oscuri, anche se egli non lo comprese o non lo volle, di quella felicità che non ottenne. Penso a Francesca e a Paolo, uniti per sempre nel loro Inferno (Questi, che mai da me non fia diviso). Con un amore spaventoso, con angoscia, con ammirazione, con invidia, deve aver forgiato questo verso. J. Luis Borges · Nove saggi danteschi

Nell’opera di Rodin ci sono mani, piccole mani autonome che, senza appartenere a un corpo, hanno vita. Mani che si levano, irritate e rabbiose, mani le cui cinque dita sembrano abbaiare come le cinque gole di un molosso infernale. Mani che camminano, che dormono, mani che si ridestano; mani delittuose, gravate da tare ereditarie, e mani stanche, senza più volontà, che si sono accasciate in qualche angolo come animali malati, e sanno che nessuno verrà loro in aiuto. Una mano che si appoggia su un’altra spalla o su un’altra coscia non appartiene più totalmente al corpo da cui proviene: da essa e dall’oggetto che tocca o che afferra nasce una cosa nuova, una cosa potenziata che non ha nome e non appartiene a nessuno; e il punto è proprio questa cosa, con i suoi rigorosi confini. E’ il presupposto, la concezione fondamentale dei gruppi rodiniani; da qui nascono quella inaudita concatenazione dei personaggi, quella compattezza di forme, quell’impossibilità di disgiungersi. R. M. Rilke · Rodin


Nostos

Wednesday, November 15th, 2006

VENERE DI MILO-II-secolo a

Afrodite (Venere di Milo) · II secolo a.c. Louvre · Parigi

Quando non si vede più terraferma, per mare, l’orizzonte è una linea circolare senza principio né fine. Si tratta di spazio, ma la suggestione è quella onirica del tempo sospeso. Proseguendo con la navigazione si ha l’impressione di attraversare il vuoto; l’assenza di punti noti rende tutto immateriale, come se il silenzio scavasse i corpi fino a occuparli. Poi di nuovo la terraferma, un’altra, forse la sola terraferma che abbia mai conosciuto: i Greci chiamano fàros il faro e mamà la madre. Da loro ho imparato anche sigà sigà, piano piano, con più calma. © Graziano Spinosi

Posso anche essere libero dinanzi al potere della morte. Certo, non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. Ma posso ridurre la minaccia fino ad annullarla non ancorando la mia vita a punti d’appoggio tanto precari come il tempo e la fama. Non è invece in mio potere restare costantemente rivolto verso il mare e confrontare la sua libertà con la mia. Verrà il tempo in cui dovrò volgermi verso la terra e affrontare gli organizzatori della mia oppressione. Sarò allora costretto a riconoscere che l’uomo dà alla propria vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui. Con tutta la mia libertà appena conquistata non mi è possibile spezzarle, posso solo lamentarmi sotto il loro peso. Posso però distinguere, tra le richieste che pesano sull’uomo, quali sono irragionevoli e quali sono ineludibili. Un tipo di libertà, mi rendo conto, è perduto per sempre o per lungo tempo. Parlo di quella libertà che deriva dal privilegio d’essere padrone del proprio elemento. Il pesce ha il suo elemento, l’uccello ha il suo, l’animale di terra il suo. L’uomo invece si muove in questi elementi correndo tutti i rischi dell’intruso. Ancora Thoreau aveva la foresta di Walden, ma dov’è adesso la foresta in cui l’uomo possa dimostrare che è possibile vivere in libertà, al di fuori delle forme irrigidite della società? Sono costretto a rispondere: in nessun luogo. Se voglio vivere in libertà, dev’essere -per ora- all’interno di queste forme. Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso -il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace d’intaccare un silenzio vivente. Stig Dagerman · Il nostro bisogno di consolazione


Punti cardinali

Monday, October 16th, 2006

D-GNOLI-APPLE-1968
Domenico Gnoli
· Apple · 1968

Una mela tagliata, questo è il campo. Se immaginiamo di guardare con gli occhi della mela ciò che sta di fronte ad essa vediamo il controcampo. Attraverso questa tecnica di ripresa, che presuppone la mobilità del punto di vista, gli autori possono accrescere l’espressività delle loro opere. E’ importante, per una migliore comprensione di qualunque immagine, non solo l’osservazione di ciò che appare ma anche l’assunzione del punto di vista di chi l’ha concepita. Di questa mela vediamo solamente una mezza parte, a cui manca una fetta. L’altra, non inquadrata, sfugge alla nostra attenzione ma siamo portati a ritenere che sia integra. Invece non lo è: c’è il foro di un verme che vive in quella parte nascosta. © Graziano Spinosi

La strada che scende e la strada che sale
sono la stessa strada.
Eraclito


Babel

Wednesday, October 4th, 2006

P-BRUEGEL-P-T-D-BABELE-1563 
Pieter Bruegel · Piccola torre di Babele · 1563 ca
Museum Boymans-van Beuningen · Rotterdam

Il campo visivo è più limpido se si pone una distanza tra l’osservatore e ciò che egli guarda. La terra, vista dallo spazio, mostra naturalmente il suo contorno. Anche il trascorrere del tempo ha lo stesso effetto sedativo; il cannocchiale si rovescia e tutto diventa più piccolo. © Graziano Spinosi

Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri paesi. Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti. Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico. Salman Abdulaziz Al-Saud · Astronauta Shuttle D.


Wolfgang Laib

Wednesday, June 21st, 2006

Wolfgang Laib ∙ Blutenstaub von Haselnuss ∙ 1986 ∙ polline di nocciola

Wolfgang LaibBlutenstaub von Haselnuss ∙ 1986 ∙ polline di nocciola

Case di riso, piramidi di polline, barche di cera. Le opere di Laib sono tappe di un viaggio che non ha principio né destinazione: la meta è il viaggio. Materiali e sostanze naturali che prendono la forma di sentieri, scale, abitazioni; figure archetipiche rappresentate compostamente, senza fragore. Misure pure, un filo d’erba, nuove proporzioni. Le cose risistemate secondo l’ordine delle cose. © Graziano Spinosi

Bisognerebbe fermarsi su questa oscillazione: istante singolare in cui la spiritualità ripudia la morale, la felicità nasce dall’assenza di speranza, lo spirito trova nel corpo la propria ragione. Se è vero che ogni verità porta la propria amarezza in sé, è anche vero che ogni negazione contiene una fioritura di sì. E il canto d’amore senza speranza che nasce dalla contemplazione può anche rappresentare la più efficace regola d’azione. Albert Camus · Il rovescio e il diritto


Giorgio Morandi

Saturday, April 8th, 2006

Giorgio Morandi ∙ Natura morta ∙ 1955

Giorgio MorandiNatura morta ∙ 1955 ∙ Collezione privata ∙ Pistoia

Utensili essiccati come pelli al sole. La polvere sulle cose, sul corpo, sul paesaggio. Morandi dipinge il tempo. La sua opera è un inventario di reperti domestici ricomposti davanti a un orizzonte rinchiuso, come un gatto selvatico, nel piccolo studio in cui questo rito prende vita. Un rito sacrificale, solitario, la vertigine silenziosa di un incantesimo. L’esilio non è  il confine di un luogo lontano ma la misura di un tempo finito, perduto per sempre. © Graziano Spinosi

Sappiamo che il più sicuro -e più rapido- modo di stupirci è di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto. Un bel momento quest’oggetto ci sembrerà -miracoloso- di non averlo visto mai. Cesare Pavese · Dialoghi con Leucò


Vòusi (voci)

Monday, March 21st, 2005

A-ALINARI-RIMINI-1924 
Archivio Alinari · Rimini · Piazza Cavour ·1924

Un témp, la dmènga
e’ s
òul
sòtta i pórtich
e’ févva léus e’ silénzi.

Un tempo, la domenica
il sole
sotto i portici
faceva splendere il silenzio.

Nino Pedretti · Al vòusi

Amarcord