Archive for the ‘TEMPO’ Category

Giorgio

Saturday, May 4th, 2013

GIORGIO MORANDI AUTORITRATTO 1924

Giorgio Morandi · Autoritratto · 1924 · Galleria degli Uffizi · Firenze

Anche gli oggetti portano i segni della resistenza al tempo. Nello studio di via Fondazza, a Bologna, Morandi raduna recipienti e barattoli, li accudisce, pietosamente li sfiora con la mano. Dipinge e ridipinge questi oggetti,  proprio come fa il tempo, affidandoli alla quiete temperata della tela. Il quadro diventa così la rappresentazione di un tempo isolato dal tempo: nascondiglio di reperti che riflettono un nuovo chiarore, conseguenza d’una difesa possibile. Graziano Spinosi

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Morandi sotterrava legati da spago i pennelli usati, quei pennelli che erano stati carichi di bruni e di terre ritornavano alla terra: una sepoltura di resti. Come con i resti dei colori grattati dai quadri non riusciti dipingevadi prima’ nuovi quadri attraverso poltiglie accumulate da resti. Nessuna tavolozza avrebbe creato magicamente e alchemicamente tali impasti. D’altronde tutte le nature morte sono resti di povere cose che vengono da lontano, da una memoria quotidiana altra, ad eccezione dei paesaggi in quanto Morandi non possedeva il senso aptico cézanniano ma li guardava, li possedeva attraverso il cannocchiale per poterli avvicinare, comporre e metterli in posa come una natura morta, una natura che è morta. Natura morta quasi dada, secca, dura. Morandi afferra una bottiglia, risceglie un oggetto e ne vernicia direttamente metà, metà tondo, solo un pezzo, un lato, con un colore sabbioso (bianco), antico (rosa), atmosferico (celeste). Ricompone gli oggetti già dipinti, sceglie l’alzo zero, l’orizzonte, il punto di possesso, di vista e li ricopia inarrivabilmente… Era già arte la stessa composizione? L’arte, si sa è la nascosta interpretazione poetica dell’oggetto, l’arte è oltre l’oggetto, ma è anche riconferma e riproduzione della stessa produzione dell’oggetto. Un oggetto spaesato, metafisico, fuori dal tempo. Concetto Pozzati · Parola d’artista


Futuro

Sunday, January 13th, 2013

Rispetto al futuro ci collochiamo come individui mortali, affettivi, con legami personali, come ricercatori o militanti, ma sono anche concepibili molte altre posizioni e ogni individuo può occuparne diverse simultaneamente. Ci collochiamo anche, e ciò non ha minore importanza, come esseri già implicati nel tempo, cioè in modo diverso a seconda che siamo giovani o vecchi: l’attesa, la speranza, l’impazienza, il desiderio o il timore non rimangono gli stessi nelle differenti età della vita.  Marc Augé · Futuro · Bollati Boringhieri


Saba

Saturday, September 29th, 2012

SABA

44°4′0″N  12°27′0″E

Si ritiene che il tempo di per sé favorisca la manifestazione dell’essenza delle cose. Perciò i giapponesi vedono un fascino particolare nelle tracce dell’età. Essi sono attratti dal colore iscurito del legno vecchio, dal muschio che copre la pietra o persino dall’usura, dai segni lasciati da molte mani sul bordo di un quadro. Questi segni di antichità vengono chiamati col termine ‘saba’, che alla lettera significa ‘ruggine’. La saba, quindi, è la ruggine autentica, il fascino dell’antichità, il marchio del tempo. Un elemento della bellezza come la saba incarna il legame tra l’arte e la natura. Andrej Tarkovskij · Scolpire il tempo · Ubulibri

Leonard Koren · Wabi-Sabi


Nidificare

Friday, October 7th, 2011

M ABAKANOWICZ EMBRIOLOGY
Magdalena Abakanowicz · Embryology · 1978-80

Per alcune specie animali la casa è unita al corpo, mentre per altre è necessaria la sua edificazione. Le case naturali sono meravigliosi esempi di mimetismo, forma e funzione: lo spazio è connaturato alle creature che vi abitano, senza alcuno spreco di materiali e volumi. L’architettura degli uomini spesso dimentica quella degli alberi, l’intelligenza delle foglie. Graziano Spinosi

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L’uomo è legato alla casa da catene invisibili. Forse la casa non è qualcosa di cresciuto assieme a lui come nel caso della chiocciola o del mollusco, ma di sicuro per l’uomo la casa è una base. Perfino quando non ha una casa e va in rovina, quella sua rovina si misura con la casa che non ha. È una costruzione interiore, che anche gli uccelli hanno nei loro nidi. Anche quando sul ramo o sotto un tetto il nido non c’è, l’uccello ce l’ha in testa. Porta quell’immagine perché conosce l’architettura del nido. Non gli serve vedere come si costruisce. Lo stesso è per gli uomini, per i fortunati che hanno un tetto sulla testa, ma anche per quelli che non ce l’hanno. Le scene più grandi della loro vita sono le case, all’inizio le caverne, ora i grattacieli, o le magioni circondate da terreni. Lì si creano i miti, i drammi di famiglia. Il fatto che questo avvenga anche nei pensieri di chi non ha casa conferma la serietà di quel legame. Emir Kusturica · Dove sono in questa storia

Emily Grundon · Nonspace


Lo specchio d’acqua

Sunday, August 28th, 2011

OFELIA PAZZA

Michele Rapisardi · Ofelia pazza (p) · 1865 · Museo di Castel Ursino · Catania

Allunga il passo poi corre. Lo specchio d’acqua sotto il ponte riflette il suo profilo. Da quanto tempo non la incontravo. La ricordo nel cortile della scuola, smunta come un gatto, le braccia chiuse per il freddo. M’immergo adagio nell’acqua senza temperatura. Sulla riva del fiume ci sono alcuni animali che saltano. Avanzo verso il branco. Saltano da fermi, sempre più in alto, rallentando la velocità dopo ogni slancio. Due cani bianchi m’invitano a raggiungere il gruppo. Esco dall’acqua e salto insieme a loro, in una vivace assenza di peso. I miei salti sono in sincronia con quelli di un asino dalla bassa statura: alla sommità di ogni salto ci scambiamo sorrisi d’allegria. Altri uomini e animali ci raggiungono, saltiamo tutti insieme, a corpo libero, calamitati dal cielo. D’improvviso un vento caldo arresta il gioco. L’aria è diventata gialla, non si può più saltare. Mi sveglio deluso, ma il sogno è stato bello: nei sogni non esiste un luogo per ogni cosa, ogni cosa è nell’adesso. Graziano Spinosi

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Non datemi nulla
di fisso, di stabile, di statico.
Non datemi l’infinito e l’eterno:
niente infinito, niente eternità.
Datemi il fermo, bianco fermento,
l’incandescenza e il gelo
del momento incarnato:
il momento, il vivo d’ogni mutamento
e rapidità  e opposizione:
il momento, il presente immediato,
l’Adesso.

Thomas Stearns Eliot


Nostos

Sunday, August 7th, 2011

MAR EGEO

Mar Egeo

Quando non si vede più terraferma, per mare, l’orizzonte è una linea circolare senza principio né fine. Si tratta di spazio, ma la suggestione è quella onirica del tempo sospeso. Proseguendo con la navigazione si ha l’impressione di attraversare il vuoto; l’assenza di punti noti rende tutto immateriale, come se il silenzio scavasse i corpi fino a occuparli. Poi di nuovo la terraferma, un’altra, forse la sola terraferma che abbia mai conosciuto: i Greci chiamano fàros il faro e mamà la madre. Da loro ho imparato anche sigà sigà: piano piano, con più calma. Graziano Spinosi

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Posso anche essere libero dinanzi al potere della morte. Certo, non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. Ma posso ridurre la minaccia fino ad annullarla non ancorando la mia vita a punti d’appoggio tanto precari come il tempo e la fama. Non è invece in mio potere restare costantemente rivolto verso il mare e confrontare la sua libertà con la mia. Verrà il tempo in cui dovrò volgermi verso la terra e affrontare gli organizzatori della mia oppressione. Sarò allora costretto a riconoscere che l’uomo dà alla propria vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui. Con tutta la mia libertà appena conquistata non mi è possibile spezzarle, posso solo lamentarmi sotto il loro peso. Posso però distinguere, tra le richieste che pesano sull’uomo, quali sono irragionevoli e quali sono ineludibili. Un tipo di libertà, mi rendo conto, è perduto per sempre o per lungo tempo. Parlo di quella libertà che deriva dal privilegio d’essere padrone del proprio elemento. Il pesce ha il suo elemento, l’uccello ha il suo, l’animale di terra il suo. L’uomo invece si muove in questi elementi correndo tutti i rischi dell’intruso. Ancora Thoreau aveva la foresta di Walden, ma dov’è adesso la foresta in cui l’uomo possa dimostrare che è possibile vivere in libertà, al di fuori delle forme irrigidite della società? Sono costretto a rispondere: in nessun luogo. Se voglio vivere in libertà, dev’essere -per ora- all’interno di queste forme. Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso -il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace d’intaccare un silenzio vivente. Stig Dagerman · Il nostro bisogno di consolazione


Levante

Monday, July 4th, 2011

LEVANTE

Il cielo alle 6 · 44°4′0″N 12°27′0″E

Un basta e’ zil?

(non basta il cielo?)

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Io guardo spesso il cielo. Lo guardo di mattino nelle ore di luce e tutto il cielo s’attacca agli occhi e viene a bere, e io a lui mi attacco, come un vegetale che si mangia la luce. Mariangela Gualtieri · Fuoco centrale


Still falling

Saturday, April 9th, 2011

A GORMLEY STILL FALLING 1983 
Antony Gormley · Still falling · 1983

Che cosa accadde un secolo fa, alla stessa ora di questo giorno, nel punto dello spazio in cui mi trovo adesso? Che cosa accadde, qui? Che cosa accadrà tra un secolo, alla stessa ora di questo giorno, nel punto dello spazio in cui mi trovo adesso? Che cosa accadrà, qui? Che cosa accade adesso, qui? Graziano Spinosi

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Genius
di
Giorgio Agamben

( grazie a julia )

I latini chiamavano Genius il dio a cui ciascun uomo viene affidato in tutela al momento della nascita. L’etimologia è trasparente ed è ancora visibile nella nostra lingua nella prossimità fra genio e generare. Che Genius avesse a che fare con il generare, è del resto evidente dal fatto che l’oggetto per eccellenza “geniale” era, per i latini, il letto: genialis lectus, perché in esso si compie l’atto della generazione. E sacro a Genius era il giorno della nascita, che per questo noi chiamiamo ancora genetliaco. I regali e i banchetti con cui celebriamo il compleanno sono, malgrado l’odioso e ormai ritornello anglosassone, un ricordo della festa e dei sacrifici che le famiglie romane offrivano al Genius nel natalizio dei loro membri. Orazio parla di vino puro, di un maialino di due mesi, di un agnello “immolato”, cioè cosparso della salsa per il sacrificio; ma sembra che, in origine, non vi fossero che incenso, vino e deliziose focacce al miele, perché Genius, il dio che presiede alla nascita, non gradiva i sacrifici sanguinosi. Segue ->


I bordi, gli orizzonti

Monday, March 21st, 2011

I-BORDI-GLI-ORIZZONTI

Vado per il campo con un nuovo alberello di melo da piantare. Lo metto giù, lo giro, guardo i suoi rami appena accennati tentare posto nello spazio intorno. Un albero ha bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Sono creature concrete ma spinte da una forza di eleganza. Bellezza necessaria a loro è vento, luce, uccelli, grilli, formiche e un traguardo di stelle verso cui puntare la formula dei rami. La macchina che negli alberi spinge la linfa in alto è bellezza, perché solo la bellezza in natura contraddice la gravità. Senza bellezza l’albero non vuole. Perciò mi fermo in un punto del campo e chiedo: ”Qui vuoi?”. Non mi aspetto una risposta, un segno nel punto in cui tengo il suo tronco, però mi piace dire una parola all’albero. Lui sente i bordi, gli orizzonti e cerca un punto esatto per sorgere. Un albero ascolta comete, pianeti, ammassi e sciami. Sente le tempeste sul sole e le cicale addosso con la stessa premura di vegliare. Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano. Se viene da un vivaio e deve attecchire in suolo sconosciuto, è confuso come un ragazzo di campagna al primo giorno di fabbrica. Così lo porto a spasso prima di scavargli il posto.

Erri De Luca · Tre cavalli


Lump

Friday, February 18th, 2011

PABLO PICASSO LUMP

Pablo Picasso · Lump

Solo l’istante (già più), può appartenerci davvero. Non è così per gli animali: conducono la loro esistenza come fosse un unico istante, né prima né dopo. Graziano Spinosi

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Penultime (agg. f. pl.) Sono le cose di cui si può scrivere e di cui verosimilmente vale la pena di scrivere. Forse le sole a soddisfare entrambe le condizioni. Non le ultime, perché non sono esperibili, o almeno lo sono quando è difficile ormai tenere una penna in mano o maneggiare una tastiera. Non le prime, perché avvolte in un passato immemore, anteriore al risveglio della consapevolezza. C’è un tratto quasi terminale della corsa – quando l’inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata – che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte. Luca Rastello · Undici buone ragioni per una pausa


Walkman

Monday, December 20th, 2010

TOKIO COMPRESSION 
Michael Wolf · Tokio compression · 2010

Metropolitana di Tokio. Un viaggiatore ha il viso appoggiato al vetro della carrozza. Alla fine della corsa, sopra quel vetro, rimarrà l’impronta facciale di un uomo. Andata, ritorno: un’altra persona schiaccerà la guancia sullo stesso vetro, forse proprio in quel punto. Altre impronte, calchi cerosi di corpi che viaggiano rapidi, sottoterra, ancora vivi. Graziano Spinosi

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Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine,
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco  e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

Giovanni Raboni · Barlumi di storia


Eclissi II

Sunday, December 5th, 2010

ECLISSI LUNARE

15 giugno 2011 · Fonte –>

Eclissi lunare.
E stelle intorno a festeggiare.

Graziano Spinosi

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A causa della connessione continua creatasi nella coscienza fra passato, presente e avvenire per noi è molto difficile sperimentare direttamente il tempo fisico – fatto di istanti puntuali, del tutto privi di spessore. La stessa connessione, inoltre, fa sì che non veniamo folgorati dall’istante presente: quest’ultimo infatti, per come lo percepiamo, è sempre privo dell’incisività del puro frammento e in genere ci si offre attraverso una rappresentazione che ne erode l’essenziale vigore. Così noi non percepiamo mai gli istanti come entità singole, non sentiamo quegli atomi temporali che non hanno una pur minima durata dei quali parlava Sant’Agostino (Confessioni · XI ·15). È come se la nostra coscienza facesse intervenire, nella stessa percezione attenta al mondo, un coefficiente di disattenzione alla vita: in tal modo riuscirebbe a cancellare parte dell’intensità del presente, mescolandola a ciò che lo precede e a ciò che lo segue. Il presente, pertanto, finisce per distribuirsi dall’uno all’altro lato dell’istante puntuale che ne costituisce il centro, scomposto com’è in due parti definite proprio dal non essere presenti: la prima è fatta da ciò che è appena stato e si allontana; la seconda è a volte uno slancio che fa giungere il futuro, altre volte un’attesa passiva di ciò che sta per comparire, e spesso un miscuglio tra le due cose. In genere per noi il presente si nutre di un montaggio spurio di protensione e ritensione, destinato a smussare quel tanto di esplosivo che potrebbe avere in sé. Étienne Klein · Le strategie di Crono


Curvatura  · da Vagamente sonnambula

Senza titolo · da Gli occhi di Blimunda

La strada, soprattutto · da ALTRI APPUNTI


Simulacri

Thursday, November 11th, 2010

SIMONE-MARTINI-MORTE-DI-SAN-MARTINO-1317 
Simone Martini · Morte di San Martino (p) · 1317-21
Chiesa Inferiore di San Francesco · Cappella di San Martino · Assisi

Un sonno prolungato oltre il naturale bisogno fisiologico, in qualche caso, può considerarsi alla stregua di una risposta univoca alle domande sul senso della vita. A volte l’immobilità è la sola forma di resistenza possibile. Uno scetticismo che trovi in sé la forza di raccontarsi è ancora forma vitale quanto la facoltà d’innamorarsi o il desiderio di accoppiamento (somigliano a quelle della lotta, le figure del congiungimento sessuale). Sedati i bisogni nutrizionali, e in assenza di guerre sotto casa, in un divano vuoto si può trovare tutto ciò che serve. Ai santi la vertigine delle stigmate. Graziano Spinosi

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Non ha senso aggrapparsi a un modello antropologico di cui la corruzione e l’incertezza dei tempi hanno decretato l’inesorabile declino. L’individuo eroico che, sostenuto da un codice d’onore collettivo, si lanciava generosamente nelle cose pubbliche alla ricerca di prestigio e di gloria, si è sgretolato sotto il peso di un mutamento epocale che ne lascia sopravvivere solo un pallido e risibile simulacro. A questo ingannevole feticcio, Montaigne oppone la figura del saggio, che sa cogliere la chanche di una inattesa libertà per conoscersi, e per fare della propria debolezza la propria inedita forza.[…] Limite, moderazione, mediocrità, medietà: sono questi gli ideali del saggio. La saggezza consiste nel rinunciare a tutto ciò che è eccezionale, glorioso, eminente, in quanto ormai avvolto inesorabilmente in un alone di inautenticità, e nel riconoscere la propria natura di uomini comuni. Elena Pulcini · L’individuo senza passioni


Punto nave

Thursday, September 16th, 2010

MEDITERRANEO 20 VII 2010
Mediterraneo
· 20 agosto 2010

Un punto nave designa una posizione geografica, ma anche quella emozionale. Intersezione tra meridiano e parallelo la prima, crocicchio di spazio e tempo la seconda. Minuscolo punto svelato del globo terracqueo: qui, adesso, mi ritrovo fasciato da un orizzonte circolare, in un luogo accertato e metafisico. La sosta induce al ricordo, il viaggio sollecita un’immaginazione a venire. Graziano Spinosi

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In principio bisbiglia il liquido amniotico, quando il mio piccolo corpo nuota in tiepide acque e si muove con la lentezza di un’anima spinta da un soffio leggero. La carne volteggia lentamente nell’elemento acquatico come un pianeta che ruota in un cosmo lontano, quasi immobile, o come una molle medusa nell’oscurità dei fondali marini, quasi ieratica. Il solo disturbo proviene da influssi che segnano il passaggio di energie vitali nei miei organi. In questo confinato universo salato obbedisco, pesce primordiale o virtù marina incarnata, interamente agli affetti, alle pulsioni, alle emozioni e agli altri istinti materni. Il ritmo, il respiro, il sangue di mia madre condizionano il mio ritmo, il mio respiro, il mio sangue. […] È l’inizio di una lunga storia sotto il segno dell’eterno ritorno. Michel Onfray · Teoria del corpo amoroso


Sulla terra

Friday, July 9th, 2010

LEO-LIONNI-FEDERICO

Leo Lionni · Federico

Dopo che siamo morti possiamo tornare sulla terra, o no?
E se non ritorniamo, cosa ci siamo venuti a fare?

Tito Riva
(sette anni)

Lungo il prato, dove un tempo pascolavano le mucche, c’era un vecchio muro. Fra le pietre del muro, vicino al granaio, cinque allegri topi di campagna avevano costruito la loro casa. Ma quando i contadini avevano abbandonato la fattoria, il granaio era rimasto vuoto. L’inverno si avvicinava e i topolini dovettero pensare alle scorte. Giorno e notte si davano da fare a raccogliere grano e noci, fieno e bacche. Lavoravano tutti. Tutti tranne Federico. << Federico, perché non lavori? >> chiesero. << Come non lavoro >>, rispose Federico un po’ offeso. << Sto raccogliendo i raggi del sole per i gelidi giorni d’inverno. >> E quando videro Federico seduto su una grossa pietra, gli occhi fissi sul prato, domandarono: << E ora, Federico, che cosa fai? >> << Raccolgo i colori >>, rispose Federico con semplicità. << L’inverno è grigio. >> Un’altra volta ancora, Federico se ne stava accoccolato all’ombra di una pianta. << Stai sognando, Federico? >>  gli chiesero con tono di rimprovero. Federico rispose: << Oh, no! Raccolgo le parole. Le giornate d’inverno sono tante e lunghe. Rimarremo senza nulla da dirci

Leo Lionni · Federico

Attilio Bertolucci · La rosa bianca

L’amore bambino ·  da Filosofi per Caso


Ciò che non muta

Thursday, May 27th, 2010

OLAFURA-ELIASSON-THE-WEATHER-PROJECT-2003

Olafur Eliasson · The Weather Project · 2003

Ciò che non muta
io canto
la nuvola la cima il gambo
l’offerta il dono la rovina
apparente d’acqua che tracima
di tempesta e di onde.

Io canto il semplice del grano
e del pane la stessa festa che si tiene
fra le rose a maggio, la corsa
della rondine e il coraggio
dell’animale nella tana
quando gli esce il nato fra le zampe.

E il silenzio fra rami immobili
il mistero della pioggia nel bosco
e altre cose che sempre
si cantarono. Io le canto a voi
vivi con me ora sull’orlo
mentre sferragliano veleno
fra idoli potenti e gracili
nella cospirazione del bene
battagliati fra le catene
d’una dittatura che impera.

Noi non adoreremo le sue merci.
Non piegheremo la schiena
alla sua greppia.

La nuvola piuttosto adoreremo
che è maestra di scorrerie per il cielo
e di alta impermanenza, e di esistenza
senza peso. Piuttosto la foglia
che sa mollare la presa
o il sasso concentrato in un’intesa
di ere, o le preghiere della legna
col suo ardore di fuoco.

O il fuoco. Adoreremo
ciò che in tutto non muta e si offre quieto
al grande gioco delle sostanze.
La forza dirigente del respiro.
La spinta acuta che lo diffonde.
Misteriosa forza che lo sospende
quando è ora.

Mariangela Gualtieri · Bestia di gioia

Monologo del Non so · da …gli occhi di blimunda… 

Yeelen · da GIULIANOCINEMA


Nadir

Friday, May 21st, 2010

 POLAROID
Mark Cohen · Lillian in Swimming Pool · Polaroid · 1976

Non era la terra a mancare sott’acqua,
ma l’acqua.

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Questo stare bene. È così stare bene.
Stare molto bene è così come ora.

Mariangela Gualtieri · Senza polvere senza peso · Einaudi


Lontano

Thursday, May 20th, 2010

LONTANO

Equinozio d’autunno

Occorre che tu abbia vista larga e profonda e che lontano, in tutte le direzioni, tu getti lo sguardo per tenere presente che l’insieme delle cose è infinito, e tu veda come quest’unico cielo sia trascurabile parte, una frazione minima dell’insieme totale, una parte neppure grande com’è un uomo rispetto a tutta la terra. Se collochi questo dinanzi al tuo sguardo, e lo vedi ben chiaro, di molti fenomeni cesserai di meravigliarti.  Lucrezio · De rerum natura


Kairòs · 4

Wednesday, May 19th, 2010

 V-CELMINS-NIGHT SKY-1992 
Vija Celmins · Night Sky · 1992

Il fiume come metafora del viaggio
e il viaggio dell’esistenza: partire sarebbe allora come nascere,
morire come tornare.
Al mare.

Graziano Spinosi

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Dopo il tempo ascendente del desiderio, e poi quello esaltante dell’avvenimento, arriva il tempo discendente del ritorno. Non si dà viaggio senza ricongiungimento a Itaca, che conferisce senso anche allo spostamento. Perché l’esercizio incessante del nomadismo esulerebbe dai limiti del viaggio, per entrare nell’erranza permanente, nel vagabondaggio. Perfino i nomadi praticano un genere di sedentarietà, perché praticano percorsi abituali, si radicano nell’abitudine di uno spostamento, sempre lo stesso, e poi usano ugualmente dei punti di riferimento, cespugli essiccati, ammassi di pietre, solchi e orme lasciate da animali, leggono sempre allo stesso modo le mappe delle stelle e quelle dei movimenti del sole, ma anche perché si recano in luoghi in cui hanno le loro abitudini, le loro pratiche tribali e rituali nell’arte di occupare terre.

Il luogo lasciato e poi ritrovato costituisce l’asse sul quale oscilla l’ago della bussola. Senza, non ci sono punti cardinali, né rosa dei venti, né possibilità di spostarsi e di organizzare la propria quadrettatura sulle carte del mondo. Su di lui oscilla l’acciaio che indica il nord magnetico e vibra, fragile. Senza, non vi è alcuna direzione, alcun andare, alcun ritorno possibile.

La ricerca di sé termina nel momento dell’ultimo respiro. Fin sull’orlo della fossa, si tratta di desiderare ancora e sempre la forza, la vita, il movimento. Il mondo rigurgita di vulcani sui quali inerpicarsi, di rive da meditare, di fiumi da discendere, di strade da imboccare, di treni e di aerei da prendere, offre senza interruzione albe, aurore e crepuscoli, piogge e soli incandescenti, deserti e montagne, foreste e campagne, offre aurore boreali e pareli, arcobaleni e trombe d’aria, nuvole, queste meravigliose nuvole, climi e incanti, invita a oltrepassare tropici, a cavalcare l’Equatore, ad andare al di là del Circolo polare, a bagnarsi nell’Oceano indiano, a visitare le piramidi, la Muraglia cinese o i templi inca. La molteplicità dei paesaggi si oppone all’unicità delle città, il diverso scompare dalle megalopoli, ma non abbandonerà mai le risaie asiatiche, la baia di Ha Long, la tundra siberiana, la foresta amazzonica, il deserto sahariano, i paesaggi europei, le rive del Mediterraneo.

Michel Onfray · Filosofia del viaggio

Edoardo Sanguineti · Il mio sogno era fare il ballerino

Gli ultimi giorni  · da akatalēpsía

Il futuro della memoria · da Filosofi per Caso


Kairòs · 3

Friday, May 14th, 2010

A-KIEFER-DIE-GROSSE-FRACHT-2007

Anselm Kiefer · Die grosse Fracht (Il grande carico) · 2007 
Biblioteca San Giorgio · Pistoia

Si possono percorrere miglia e miglia senza spostare di un solo grado il proprio asse ontologico oppure viaggiare lontanissimo, rimanendo immobili. Il viaggio non è un moto, piuttosto un attraversamento: si viaggia sempre dentro: per questa ragione bisognerebbe imparare a viaggiare per sottrazione. Verso il silenzio, verso l’intangibile. Graziano Spinosi

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Sé stessi, questa è la grande questione del viaggio. Sé stessi, e nient’altro. O così poco. Una quantità di pretesti, di occasioni e di giustificazioni, certo, ma, di fatto, ci si mette in cammino spinti soltanto dal desiderio di partire incontro a sé stessi nel disegno, molto ipotetico, di ritrovarsi, se non di trovarsi. Lo stesso giro del mondo non sempre è sufficiente a raggiungere questo faccia a faccia. A volte, nemmeno un’intera esistenza.

Ciò che l’anima imbarca alla partenza si ritrova, decuplicato, all’arrivo: dolori e ferite, noia e sofferenze, patimenti e malesseri, afflizioni e malinconie si amplificano durante il viaggio. Non troviamo guarigione facendo il giro del mondo, al contrario, esacerbiamo i nostri malesseri, scaviamo i nostri abissi. Lungi dall’essere una terapia, il viaggio definisce un’ontologia, un’arte dell’essere, una poetica di sé.

Fuori dalla nostra casa, nell’esercizio periglioso del nomadismo, il primo viaggiatore incontrato siamo noi stessi. Continuamente, in ogni angolo di strada, in ogni recesso, ai crocevia e nelle piazze, nella città o nei deserti, all’ombra o alla luce, su tutte le piste e in tutti gli accidenti del paesaggio, ovunque e sempre il nostro personaggio va questuando l’ordine intimo. Sullo scenario terrestre, vagano anime in pena alla ricerca di un corpo da abitare per sempre, nella pace e nella serenità ritrovate. Intorno al globo si giocano queste operazioni di reificazione permanente. La peregrinazione condivide i propri segreti con la demiurgia. Perché l’estraneità del mondo condanna a essere appagati dalla familiarità più immediata, quella che ognuno intrattiene con i propri recessi.

Michel Onfray · Filosofia del viaggio

Pino Cacucci · Viaggio vuol dire tante cose

Stanislao Nievo · Il viaggio e il tempo del sogno


Kairòs · 2

Thursday, May 13th, 2010

NO-MAPS
No Maps

Dei nomadi, è la dimora temporanea che m’interessa.
La sosta, la persistenza dell’orientamento geografico e metafisico.

 Graziano Spinosi

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Nel viaggio, si scopre soltanto ciò di cui si è portatori. Il vuoto del viaggiatore crea la vacuità del viaggio, la sua ricchezza ne produce l’eccellenza.

L’innocenza presuppone l’oblio di ciò che abbiamo letto, appreso, sentito. […] L’invenzione dell’innocenza, necessaria al viaggio, esige di conseguenza l’abbandono delle opinioni sullo spirito dei popoli, il rifiuto dello sguardo egocentrico e missionario, ma anche l’affrancamento dai pregiudizi sulla forma del viaggio. Perché quasi tutti gli autori specializzati sul tema celebrano l’immersione, vantano il merito dei lunghi periodi, degli investimenti particolari: l’apprendimento della lingua, il risiedere sul posto, la vita con gli autoctoni. Per quale scopo? Per comprendere un paese, per coglierne la natura essenziale, afferrarne realmente il sapore? Per disporre di un’intelligenza attiva all’interno di questa cultura laddove i cittadini del paese stesso non ne dispongono? La conversione non cambia affatto la questione: rimaniamo prigionieri della nostra nascita, della nostra terra natale, della nostra lingua madre, murati nelle pieghe primigenie dell’infanzia. Un quarto di secolo vissuto in Giappone da un giapponese non equivarrà mai, in termini metafisici, alla stessa durata vissuta da un occidentale nello stesso luogo.

Per inventare un’innocenza efficace, e sempre per quanto riguarda la forma del viaggio, si tratta allo stesso modo di disfarsi e liberarsi da una visione reazionaria che prima lo presupponeva possibile mentre ora lo proclama impossibile. Prima di cosa? Prima del cambiamento del mondo, prima della mondializzazione, della globalizzazione, della pretesa uniformizzazione del pianeta, prima della modernità. Questa presa di posizione deriva infatti dal credere in un’età ideale, in un tempo prima del tempo, in cui il viaggio avrebbe potuto permettere l’accesso diretto e senza indugio alla verità del paese visitato.

Alla maniera degli uccelli migratori, il cui orologio interno, il metabolismo e il magnetismo decidono dei loro movimenti, viaggiare presuppone mettersi in ascolto di ciò che, in sé, deriva dall’eternità del sistema solare e risiede in noi, nel più profondo delle nostre connessioni atomiche.

Ogni viaggio vela e disvela una reminiscenza.

Michel Onfray · Filosofia del viaggio

Franco Battiato · Invito al viaggio


Kairòs · 1

Monday, May 10th, 2010

LIU BOLIN

Liu Bolin

Assimilare l’orizzonte.

Graziano Spinosi

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Si diventa nomadi impenitenti soltanto se iniziati nella propria carne fin dalle ore del ventre materno, arrotondato come un globo o un mappamondo. Il resto dispiega una pergamena già scritta. […] Tutte le ideologie dominanti esercitano il controllo, il dominio, addirittura la violenza verso il nomade. Gli imperi si costruiscono sempre sull’annullamento delle figure erranti o dei popoli nomadi.

Il capitalismo odierno condanna ugualmente all’erranza, all’assenza di dimora o alla disoccupazione gli individui che rigetta e maledice. Il loro crimine? Essere inassimilabili dal mercato, la patria degli affaristi. Il loro castigo? I ponti, la strada, i marciapiedi, le stazioni della metropolitana, i sotterranei, le stazioni, le panchine. Lo svilimento dei corpi e l’impossibilità di un rifugio, di un riposo.

La città obbliga alla sedentarietà leggibile grazie a un’ascissa spaziale e a un’ordinata temporale: essere sempre in un luogo determinato, in un momento preciso. In questo modo, l’individuo viene facilmente controllato e localizzato da un’autorità. Quanto al nomade, egli rifiuta questa logica che permette di trasformare il tempo in denaro e l’energia del singolo, che è il solo bene di cui disponiamo, in moneta sonante. Partire, seguire le orme dei pastori, significa sperimentare un genere di panteismo estremamente pagano e ritrovare la traccia di antiche divinità (divinità dei crocevia e della fortuna, del fato e dell’ebbrezza, della fecondità e della gioia, divinità delle strade e della comunicazione, della natura e della fatalità) e tagliare i ponti con le pastoie e le servitù della vita moderna. […] Il viaggiatore, come una monade autosufficiente, ricusa il tempo sociale, collettivo e stringente, a vantaggio di un tempo individuale fatto di durate soggettive e istanti gioiosi voluti e desiderati. Asociale, misantropo, irrecuperabile, il nomade ignora la misura del tempo e funziona con il sole e le stelle, si istruisce con le costellazioni e il movimento degli astri nel cielo, non possiede orologi, ma un occhio animale esercitato a distinguere le albe, le tempeste, le schiarite, i crepuscoli, le eclissi, le comete, gli scintillii stellari, sa leggere la materia delle nuvole e decifrare le loro promesse, interpreta i venti e conosce le loro abitudini. Michel Onfray · Filosofia del viaggio

Woody Allen · Zelig

Un filo di bisso · da ..gli occhi di blimunda..

L’importanza dell’oblio · da ioJulia

Mia madre e altre creature temibili… · da …MANGINO BRIOCHES…


Polveri

Saturday, April 17th, 2010

ANSELM-KIEFER-LILIT-1996

Anselm Kiefer · Lilith · 1996

La smania di confluire verso il pieno e di fuggire il vuoto, di abolire l’intervallo tra sé e gli altri, trova le sue esemplificazioni più drammatiche nelle favelas delle nostre metropoli, nella scomparsa del mondo agricolo e della civiltà contadina. L’eccesso di immagini, di rumori e di suoni, del resto, si riverbera nell’incalzare del tempo. La smania, spesso inutile o superflua, di usare mezzi di trasporto velocissimi, rientra in questa abolizione di ogni intervallo – in questo caso temporale anziché spaziale – e oltretutto viene frustrata dagli infiniti ostacoli tecnici che si frappongono, e che molto spesso annullano quel target agognato, quasiché la frenesia dinamica fosse vendicata da una lentezza paradossale. […] L’unica speranza è quando ci si presenta – inattesa e benvenuta – la tanto osteggiata pausa. Gillo Dorfles · Horror pleni

Stelle come polvere (via akatalēpsía) · da Keplero

Antonio Tabucchi · Si sta facendo sempre più tardi


Verso la natura

Monday, April 12th, 2010

H-MATISSE-CAFE-ARABE-1913

Henry Matisse · Le Café arabe (p) · 1913 · Museo Puškin · Moscow

Vi ho fatto vedere, no, i disegni che faccio adesso, per imparare a rappresentare un albero, gli alberi? Come se non avessi mai visto, mai disegnato un albero. Dalla mia finestra ne vedo uno. Devo con pazienza capire come si costruisce la massa dell’albero, poi l’albero stesso, il tronco, i rami, le foglie. Prima di tutto i rami che si dispongono simmetricamente, su un solo piano. Poi il modo in cui i rami girano, passano davanti al tronco. Non fraintendetemi: non voglio dire che, vedendo l’albero dalla mia finestra, lavoro per copiarlo. L’albero è anche tutto un insieme di effetti che l’albero causa in me. Non è questione di disegnare un albero come lo sto vedendo. Ho davanti a me un oggetto che esercita  sul mio spirito un’azione, non soltanto come albero, ma anche in rapporto a ogni sorta d’altri sentimenti.

In auto, non si dovrebbe andare a più di cinque chilometri l’ora. Se no, non si sentono più gli alberi. Siete mai andato in bicicletta? Sì. Ma un giorno mi ruppi il muso e mi ingessarono un piede. Gustave Moreau mi chiese cosa m’era successo. Gli spiegai che usavo la bicicletta per andare verso la natura e fare dei paesaggi. Mi ribatté: si facevano dei bei paesaggi prima dell’invenzione della bicicletta. Mi convinse. Henry Matisse · Scritti e pensieri sull’arte

Pino Cacucci · Polvere del Messico


Geometrie

Wednesday, April 7th, 2010

MARK-ROTHKO-UNTITLED-1969

Mark Rothko · Untitled (p) · 1969 · Kate Rothko Prizel Collection

L’evoluzione del lavoro di un pittore, nel suo spostarsi da un punto all’altro nel tempo e nello spazio, ha come obiettivo la chiarezza. Ossia l’eliminazione di tutti gli ostacoli tra il pittore e l’idea, e tra l’idea e l’osservatore. Cito, tra i vari ostacoli, il ricordo, la storia e la geometria.

Non credo che sia mai stata questione di essere figurativi o astratti. Piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio e a questa solitudine, di dilatare il petto e tornare a respirare. Mark Rothko · Scritti

Paul Auster · Lo spazio specifico

L’altro e lo stesso · da gli occhi di blimunda

L’illusione al potere · da akatalēpsía


Casablanca

Thursday, March 25th, 2010

LUIGI-MARTINATI-CASABLANCA-1945

Luigi Martinati · Locandina per Casablanca · 1945

L’evidenza dei fatti era infondata,
dovette arrendersi all’immaginazione.

Graziano Spinosi

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Ogni film che ci è piaciuto trova posto, un giorno, nella nostra memoria accanto ad altri ricordi. Diventa un ricordo tra tanti, anch’egli minacciato dall’oblio, dall’erosione della memoria. Può accadere anche che, per un motivo o per un altro, si rammentino con più o meno precisione il luogo, la data e le circostanze in cui lo si è visto per la prima volta. Ma ricordarsi del film è anche ricordarsi del film stesso, cioè di immagini. Un po’ come se la tecnica cinematografica avesse elaborato sin dall’inizio il lavoro mentale che seleziona delle percezioni per farne dei ricordi; come se, in qualche modo, avesse fatto il lavoro della memoria. Accade così che delle immagini di film rimangano qua e là nella testa come ricordi personali, come se facessero parte della nostra vita, con quello stesso livello di incertezza che colpisce i ricordi.

Quando sono al cinema, quelli che vedo sullo schermo sono grandi, più grandi di me, esattamente come gli adulti quando ero bambino. Il narratore della Recherche, quando ritorna nei luoghi dell’infanzia, li trova piccoli e striminziti rispetto al metro dei suoi ricordi.

Certe immagini sono più tenaci di altre.

Marc Augé · Casablanca

Meta/sogni · da Squilibri

Trasmutazioni ·  da Filosofi per Caso

L’uomo tigre · da dentro Luisa