Cristallino

14 settembre 2017

Da ormai cinque anni Cristallino porta avanti la missione di diffondere le arti visive attraverso una formula innovativa che mette insieme una dimensione nomade, con i diversi appuntamenti presso gli atelier, e una invece stabile, presso i locali della Galleria Corte Zavattini 31. Domenica 17 settembre alle ore 18 ha luogo il secondo appuntamento In-Studio della stagione, che prevede l’incontro con l’artista Graziano Spinosi presso il suo atelier – via San Giovenale 86 Viserba Monte ·  Rimini –, luogo dove la sua arte nasce e si definisce. In vista di quest’occasione, Graziano Spinosi ci parla delle sue diverse esperienze artistiche e del suo concetto di arte.

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Graziano Spinosi  ·  Atelier  ·  Foto di Maurizio Nicosia

Come è nata la sua passione per l’arte?

Da bambino costruivo teatrini e piccole automobili con materiali di scarto trovati per strada: legnetti, scatole rotte, fili di ferro ossidato. Trascorrevo intere giornate mettendo insieme questi materiali poveri. Un filo di spago legava le ali di cartone d’un piccolo aereo alla sua fusoliera e l’aereo volava. La mia passione per l’arte è cominciata a bordo di questo aereo di cartone.

Essendo lei sia pittore che scultore, quale criterio usa per decidere di realizzare un’opera in una o nell’altra espressione artistica?

Con Duchamp, più d’un secolo fa, abbiamo preso atto di come la bidimensionalità e la tridimensionalità siano tutt’uno con lo spaziotempo in cui si manifestano. Le risponderei citando il dialetto di una vicina di casa, una vecchina col sorriso sempre fresco sul volto: me, s’ujè i spaghet a drov la furzena; quandujè e brod ai dag se cucièr (se in tavola ci sono gli spaghetti uso la forchetta, quando c’è il brodo uso il cucchiaio).

Da quando ha cominciato a interessarsi ai materiali contemporanei, poveri o di scarto e che cosa trova in loro di interessante dal punto di vista artistico?

Un tempo non si gettava nulla: la miseria aveva imposto regole severe circa la sussistenza. Aver cura per gli oggetti e le piccole cose muoveva dalla consapevolezza della loro fine. Sono figlio di questa generazione. Se un vaso si rompeva veniva riparato con pazienza e la sua vita ricominciava. Una consuetudine simile all’antica arte giapponese del kintsugi, che impreziosiva con polvere d’oro le nervature d’un vaso spezzato, rendendolo unico a causa delle sue cicatrici. Una seconda vita prima della polvere. Nello studio in cui lavoro oggi ci sono gli stessi materiali di quando ero bambino e mi perdo nel gioco anche ora, come allora, pur coi limiti dell’età adulta. Alcuni materiali sono chiacchieroni, altri parlano poco. Un po’ come i gatti, ciascuno col proprio carattere. Il cartone è arido e polveroso, l’acqua lo smembra e il fuoco lo consuma. In questa vulnerabilità consiste la sua bellezza. L’acciaio è nervoso e austero, ma affidabile. Il ferro è remissivo e infaticabile. Il legno emette suoni che somigliano a quelli del pane appena sfornato. Anche l’acqua è un materiale. Come gli alberi, l’aria, una strada. L’orizzonte e la nostra memoria sono materiali.

Come è stata la sua esperienza in teatro e al cinema e quale contributo, secondo lei, l’arte apporta a queste due forme artistiche di intrattenimento?

Uno stordimento continuo dei sentimenti, un tappeto volante. Il cinema e il teatro sono le cause più acute di nostalgia che abbia conosciuto: esperienze liturgiche dove il corpo dell’uomo s’incarna in quello dell’attore in un chiaroscuro stupendo di scena e retroscena. Ma poi si spengono le luci, bisogna traslocare e rimettersi in viaggio di nuovo. Dopo dieci anni di questa esperienza ho preferito la vita pressoché monastica del lavoro in studio. Tutte le espressioni artistiche, da Turner in poi, interagiscono contaminandosi a vicenda. Nei film di Fritz Lang, i personaggi hanno lo sguardo ossessivamente rivolto al cielo come nei dipinti di El Greco. L’Impressionismo viene alla luce attraversando alla svelta la fotografia e la danza moderna è figlia del cinema – i fratelli Lumière sono stati i primi coreografi dell’età contemporanea.

Tema del festival Cristallino di quest’anno è lo spazio. In che modo la sua opera si rapporta a questa tematica?

La mia opera è un tentativo ininterrotto di misurare lo spazio. Accertare il peso d’un corpo, la distanza tra due punti, la velocità e l’intensità della luce o del suono non risponde solamente a regole della fisica. Misurare consente di crescere sperimentando che ciascuno appartiene alla terra al pari di ogni altro essere vivente: gli alberi fanno tesoro d’ogni clima, gli uccelli inseguono il tepore, i pesci una profondità salvifica. Il corpo è un metro infallibile. Misurare è affermare un legame biologico tra sé e il mondo, gli animali, le stelle. Misurare è misurarsi, appartenere.

Il festival Cristallino da sempre cerca di avvicinare il pubblico all’arte contemporanea. Che cosa rappresenta secondo lei questo tipo di arte e che direzione sta prendendo?

L’arte fonda il suo valore nella facoltà di restituire un sentimento del tempo coevo alla sua origine. Se Piero della Francesca avesse dipinto solamente gatti, dai suoi affreschi avremmo avuto lo stesso resoconto sulla divina proporzione. Il modo, dunque, non l’argomento. Il grande pubblico ronza nella tumefazione dell’allegoria, chiede di riconoscere ciò che già conosce, rassicurato dai luoghi comuni della visibilità. È proprio questa, per rispondere alla sua ultima domanda, la direzione dell’arte contemporanea: il luogo comune della visibilità. Dallo splendore delle corti alle penombre della Controriforma, dal sangue delle rivoluzioni alla limpidezza dell’algebra booleana, il diritto alla visibilità è appannaggio di pochi prescelti a fronte di una moltitudine di spettatori. Piaccia o non piaccia, questo scambio controverso e pacifico persiste fino ai primi anni del Duemila, quando la comparsa dei social solleva platee sempre più vaste dal ruolo di fruitore, promuovendo una sterminata rappresentazione del sé. Non più avi né posteri, ora l’autore è il grande pubblico: miliardi di persone operose nella rete di Bilderberg, dove la brutta foto di un bel volto è istantaneamente opera d’arte. Per un pubblico sempre più grande. © Graziano Spinosi

Intervista di Alessandra Darchini pubblicata su Gagarin | Orbite culturali  il 12 settembre 2017

 

Domenica 17 settembre
Cristallino In-Studio con Graziano Spinosi
via San Giovenale 86 | Viserba Monte · Rimini ore 18
info:
cristallino.org

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GRAZIANO-SPINOSI-KOAN-1-2012

Graziano Spinosi  ·  Koan I  ·  Rattan, cera d’api  ·  80 x 60 cm · 2012  ·  Collezione privata  ·  Foto Andrea Scardova

Gentilissimo Amico Graziano, queste le mie domande:

Perché matrice e risultante della tua sintesi espressiva è l’elemento del filo, soprattutto il filo di ferro, con cui realizzi i tuoi ‘nidi’, le tue ‘foreste’, o a cui fai assumere la forma di un bozzolo, di una crisalide?

Perché la distanza che separa due punti è anche il filo che li lega.

Opere che fanno rinvenire azioni, rileva Roberta Bertozzi, che implicano in maniera quasi arcana il tempo di una durata: filare, intrecciare, tessere, annodare…

L’infanzia in Romagna mi ha permesso di appartenere alla cultura contadina: il rapporto empatico con le stagioni e gli animali, i riti del lutto e della festa, le fasi lunari e le superstizioni. Tutto ciò che serviva alla sussistenza quotidiana veniva fabbricato con le mani: filare, intrecciare, tessere, annodare… Ho imparato questa pazienza antica come s’impara un alfabeto. Ho compreso che uno tra i beni più grandi dell’infanzia è la capacità di partecipare a ogni istante. È anche l’insegnamento più autorevole che abbia mai ricevuto.

Perché hai chiamato “Koan’, ovvero nel pensiero Zen, “cantare insieme”, come in un’armonia universale, le tue opere che appaiono come una tessitura di materiali diversi?

La società postindustriale ha trasformato gli esseri umani in consumatori – di beni che soddisfano l’avidità di altri. Bisogna crescere sempre, anche a scapito dei più deboli, come se le risorse del pianeta fossero senza fine. Invece sarebbe ora di smetterla con l’obsolescenza programmata: Morandi seppelliva i suoi pennelli in giardino quando erano consunti. Può sembrare una bizzarria, ma si tratta di un atto d’attenzione verso gli oggetti che accompagnano la nostra esistenza.

E le tue ‘patocche’, a quale cammino vogliono alludere?

Negli anni Novanta ho fabbricato numerose decine di scarpe, tutte in cammino verso coloro che sono stati e continuano a essere i miei maestri. Per dire grazie.

In che maniera il tuo lavoro si trasforma in rapporto diretto con il tuo atelier?

Con gli anni l’atelier può diventare l’opera più consistente: macchie d’ogni colore, attrezzi stanchi o ancora esuberanti, pennelli anziani e spettinati, mura che conservano impronte. Talvolta penso che l’arte non sia che uno sbarramento edificato dall’uomo per contrastare la supremazia del tempo. Anche i vizi hanno la stessa origine religiosa.

Un grazie grandissimo!
Marcello Tosi

Settembre 2017

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