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II
a.c.
autoritratto |
Tamburi
Jean Dubuffet, Le supplice du téléphone, 1944
La voce dei tamburi proveniva dal tronco degli alberi,
Era il mondo ormai a essergli diverso, fatto di
stretti e ricurvi ponti nel vuoto, di nodi o scaglie o rughe che irruvidiscono
le scorze, di luci che variano il loro verde a seconda del velario di foglie più
fitte o più rade, tremanti al primo scuotersi d’aria sui peduncoli o mosse come
vele insieme all’incurvarsi dell’albero. Mentre il nostro, di mondo,
s’appiattiva là in fondo, e noi avevamo figure sproporzionate e certo nulla
capivamo di quel che lui lassù sapeva, lui che passava le notti ad ascoltare
come il legno stipa delle sue cellule i giri che segnano gli anni nell’interno
dei tronchi, e le muffe allargano la chiazza al vento tramontano, e in un
brivido gli uccelli addormentati dentro il nido rincantucciano il capo là dove
più morbida è la piuma dell’ala, e si sveglia il bruco, e si schiude l’uovo
dell’averla. C’è il momento in cui il
silenzio della campagna si compone nel cavo
dell’orecchio in un pulviscolo di rumori, un gracchio, uno squittio, un fruscio
velocissimo tra l’erba, uno schiocco nell’acqua, uno zampettio tra terra e
sassi, e lo strido della cicala alto sul tetto. I rumori si tirano un con
l’altro, l’udito arriva a sceverarne sempre di nuovi come alle dita che disfano
un bioccolo di lana ogni stame si rivela intrecciato di fili sempre più sottili
ed impalpabili. Le rane intanto continuano il gracidio che resta nello sfondo e
non muta il flusso dei suoni, come la luce non varia per il continuo ammicco
delle stelle. Invece a ogni levarsi o scorrer via del vento, ogni rumore
cambiava ed era nuovo. Solo restava nel cavo più profondo dell’orecchio l’ombra
di un mugghio o murmure: era il mare.
Italo Calvino,
I Nostri antenati:
Il barone rampante
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akatalēpsia
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arte.go
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