L’albero della lontananza
Nel nord del Ciad, nella prefettura di Faya, mio nonno aveva tanti alberi di datteri. Il suo nome era Osman, ma tutti lo chiamavano dattero, era il suo soprannome. Ogni estate partivamo con tutta la famiglia dal sud verso il nord per andare a raccogliere i datteri. Gli uomini si arrampicavano sulle palme, tagliavano i rami con i datteri e le donne e i bambini li sbattevano a terra per farli staccare dal picciolo. Poi li lasciavano al sole a essiccare. Restavamo lì per tre o quattro mesi, poi tornavamo a casa con la nostra scorta. Un giorno mio nonno mi regalò tre piccoli alberi di datteri da piantare nel nostro giardino. Ogni mattina serviva molta acqua per farli crescere, li annaffiavo prima che sorgesse il sole. Solo uno è sopravvissuto. Ho sempre sentito di avere una responsabilità verso il mio albero e così, quando sono andato in Libia a lavorare, telefonavo a casa e chiedevo sempre come stava. Mia madre mi diceva che stava bene, ma io sapevo che i miei fratelli spesso si dimenticavano di dargli da bere. Lo so, il mio albero non sta bene, soprattutto ora che sono ancora più lontano, che sono arrivato in Italia, nessuno lo sente come lo sento io, e più passa il tempo più lo vedo lontano. Hassan Aboubaker · Ciad





