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Terra

Saturday, April 10th, 2010

ENNIO-MORLOTTI-CACTUS-1970

Ennio Morlotti · Cactus (p) · 1970

Il vento cessò al tramonto. Gli eucalipti, snervati per le raffiche dello scirocco, allentarono finalmente la presa. Nubi di zolfo sopra il vulcano. Alcuni cani randagi che avevamo visto allontanarsi nella tempesta si avvicinarono alla nostra casa. Dal pozzo spillasti dell’acqua: bevvero con frenesia, poi ci fissarono per cominciare chissà quale gioco. L’ultimo lampo del sole accese le prime stelle. Graziano Spinosi

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Se ne stanno abbarbicati al tempo, i cactus dei quadri di Morlotti, rendendone sensibile e visibile il gocciolio, come licheni di un celato organismo che ha in corpo storiche malattie. Il carattere finito e limitato della loro esistenza è evidente, anche se sembrano strisciare con lentezza contro un cielo di logorato splendore. […] Immagini persistenti e transitorie, aderenti in modo grave al movimento dell’esistenza, al suo continuo apparire ed eclissarsi, al suo carattere scivolante. L’uomo, dice Heidegger, è l’essere delle lontananze.

È la terra il campo semico di questa pittura: fossa fuia e limo natale che getta da per tutto le sue ombre rembrandtiane. Morlotti sottopone le cose al monologo interiore, al soliloquio della terra (nella poesia di Montale il punto di focalizzazione è spesso il vento). Morlotti potrebbe essere interpretato sotto il segno della psicanalisi oggettiva di Bachelard. È la terra ciò verso cui un vento di miraggi piega la vita, piante orti sangue inchiodati da dolcissime folate. Produttrice di eros e di desiderio la terra è presente ovunque, illude e, a un tempo non permette illusioni, avvalora ed annulla la finitudine esistenziale, rende effimere le fastose stagioni umane. Francesco Biamonti · Pazienza nell’azzurro

Eppure, talvolta, il paesaggio – più che essere bello e dolce – è nudamente terribile: non vi si legge la nostalgia dell’abitare originario, ma l’impossibilità stessa della residenza, il non essere a casa in nessun luogo, la profonda estraneità del luogo familiare. Dalla postfazione di Paolo Zublena

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