Umberto

20 febbraio 2016

Può darsi, cari scrittori o scrittrici, che a voi della posterità non importi nulla, ma non credo. Chiunque, anche sedicenne, stili una poesia sul bosco che stormisce, o che sino alla morte tenga un diario, annotasse pure oggi andato dal dentista, spera che i posteri ne facciano tesoro. Che se pure desiderasse l’oblio, oggi l’editoria eccelle nella riscoperta di minori dimenticati, persino quando non abbiano mai scritto un solo rigo. Il postero, si sa, è vorace e di bocca buona. Pur di poter scrivere, qualsiasi scrittura altrui fa brodo. E dunque, o scrittori, dovete guardarvi dall’uso che il postero potrà fare delle vostre scritture. Naturalmente l’ideale sarebbe lasciare in giro solo le cose che in vita avevate deciso di pubblicare, divorando giorno per giorno ogni altra testimonianza, comprese le terze bozze. Ma si sa, gli appunti servono per lavorare, e la morte può arrivare all’improvviso. In tal caso, il primo rischio è che vengano pubblicati inediti dalla lettura dei quali emerga che eravate perfetti idioti, e se ciascuno rilegge gli appunti che ha scritto sul blocchetto il giorno prima, il rischio è fortissimo – anche perché tipico dell’appunto è di essere fuori contesto. […] Le lettere già scritte, specie durante l’adolescenza, sono invece incorreggibili. In questi casi converrebbe rintracciare i destinatari, scrivere una missiva che rievoca con distesa serenità giorni peraltro indimenticabili, e promettere che il ricordo di quei giorni resterà così imperituro che anche dopo la morte dello scrivente i destinatari saranno rivisitati per non lasciare estinguere tanta memoria.

Umberto Eco · Il secondo diario minimo

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